CROLLO BORSA/ L’esperto: vi spiego la “febbre” che deprime i mercati

- Paolo Annoni

Ieri Piazza Affari ha chiuso la giornata con un calo del 3,8%, ma non è stata l’unica borsa a chiudere in rosso. PAOLO ANNONI prova spiegarci cosa sta accadendo sui mercati finanziari

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Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)

Ammettiamolo: la cronaca di borsa sta diventando veramente noiosa (anche se nessuno è così pazzo da pensare che ci si possa esimire); ormai ogni settimana c’è un -3% o un +3% che lascia sul mercato morti e feriti o urli di gioia a seconda che si sia lunghi o corti sul mercato. Ieri, ben appunto per la cronaca, il mercato italiano ha chiuso con un sonoro -3,8%, mentre le due principali banche italiane precipitavano rispettivamente del -12% (Unicredit) e del -9,8% (Intesa Sanpaolo). Lo spread Btp-Bund è tornato a 400 punti base facendo segnare il massimo dal 23 settembre. Le notizie che arrivano dalla Libia o la nomina del nuovo governatore della Banca d’Italia potranno riuscire a distogliere l’attenzione da questa ennesima debacle per qualche giorno (forse), ma non tenere, anche se solo “con la mano sinistra”, sotto stretta osservazione mercati finanziari e dintorni in questa fase è un peccato mortale. Quindi nemmeno noi ci esimeremo da una cronaca dei fatti di ieri, ma la facciamo breve (per quanto possibile) per avere lo spazio per una piccola, e senza pretese, guida dei mercati che potrebbe valer la pena consultare anche nei prossimi giorni.

La Borsa ieri ha cominciato a mostrare evidenti segni di insofferenza a metà giornata, quando si sono diffusi i primi rumours sull’esito del decisivo, o almeno così credeva il mercato fino a ieri, summit europeo previsto per domenica con cui si dovrebbe presentare la soluzione ai problemi che affliggono l’Europa e i debiti sovrani dei suoi membri più “fragili” (la discussione verte in particolare sull’uso/ampliamento del cosiddetto fondo europeo salva Stati-Efsf); in realtà, più che sull’esito, i rumours (riportati dal Die Welt) davano addirittura un rinvio dell’incontro su iniziativa del governo tedesco. Le ipotesi del rinvio rientravano lentamente, e con loro il calo del mercato, poi arrivava la notizia/rumour che nessuno voleva avere e cioè che il vertice probabilmente non raggiungerà un accordo finale sull’uso del fondo europeo salva-Stati (sempre a causa di perplessità tedesche). Le ultime dal campo dicono che la Merkel dovrebbe esprimersi sulla crisi europea oggi di fronte al Bundestag e che Francia e Germania starebbero già valutando un incontro supplementare sullo stesso tema settimana prossima.

Questa è la cronaca spicciola, ma non si deve essere distratti dalle notizie e contronotizie o dai cali o rialzi di borsa che si susseguono senza un’apparente ragione. La questione è la stessa da mesi ed è la crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona e l’incertezza insostenibile, per i mercati, che questa situazione comporta. Semplificando fino all’estremo, i problemi sono questi: non si può pretendere che qualcuno compri azioni, debiti statali o investa, in una situazione in cui non si è nemmeno sicuri se si compra in euro per poi dover vendere in lire, dracme o pesos; il rischio che il mercato percepisce si riflette nel costo di rifinanziamento di uno Stato (con maggiori oneri per tutti) e in quello delle banche dei paesi più fragili che a loro volta sono per questo “obbligate” a diminuire i crediti dando la mazzata finale all’economia; stesso discorso per le perdite che le banche (in questo caso senza distinzioni nazionali) dovranno sopportare per i tagli ai debiti statali e per i timori che queste perdite si possano tradurre in minori crediti.

Il mercato rimbalza ed è rimbalzato esclusivamente sulla convinzione che i leader europei di fronte al deterioramento del quadro si fossero decisi a trovare una soluzione definitiva nel breve. Indipendemente da qualsiasi visione sulla crescita economica futura, sulla salute delle banche e sulla riforma della finanza, eliminare questo elemento di incertezza che grava sull’intera area euro sarebbe un elemento positivo e nemmeno di poco conto. Quello che occorre oggi è un elemento “immateriale” e non numerico ed è la fiducia del mercato sul fatto che le soluzioni proposte siano efficaci e siano perseguite fino in fondo da chi ne ha più responsabilità. Questo è il motivo per cui tedeschi e olandesi chiedono regole definite che obblighino e vincolino i paesi più fragili (tra cui in particolare l’Italia) a rientrare dai debiti prima di “garantire” per tutti.

È chiaro anche che si tratta di spezzare al più presto un circolo vizioso, perchè più la soluzione viene rimandata (quello che si è saputo ieri), più nel frattempo l’economia reale viene danneggiata pregiudicando la crescita futura e infine rendendo sempre meno decisivi gli effetti della soluzione al problema dei debiti sovrani (se e quando verrà presa). Il rimprovero che viene rivolto alla Germania riguarda la lentezza e l’indecisione con cui sta affrontando il problema, anche se è indubbio che nessuno possa avanzare pretese, soprattutto se non ha esattamente la coscienza a posto (come per fare un nome a caso l’Italia che, pur colpita ingiustamente e probabilmente anche con una buona dose di malafede, non ha fatto tutto quello che poteva fare).

Se questa è la situazione, e ne siamo abbastanza convinti, il termometro della situazione continua a essere lo spread Btp-Bund piuttosto che quello tra Bund e titoli di stato francesi; il termometro dice che la “febbre” nelle ultime settimane non è mai scesa veramente (spread sempre ampiamente sopra i 300 punti nel caso Btp-Bund). Ovviamente vale anche il contrario nel senso che si potrà tirare un primo sospiro di sollievo quando si vedrà una riduzione consistente (almeno almeno sotto i 300) e duratura. L’atto di fiducia che ha fatto il mercato aveva una scadenza breve; giornate come quelle di ieri dicono che l’ottimismo non è né troppo convinto, né molto “paziente”.

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