BORSA/ Tre ragioni per dire no alle privatizzazioni di Eni ed Enel

- Paolo Annoni

Se oggi lo Stato mettesse in vendita le proprie partecipazioni in Eni e Enel incasserebbe circa 30 miliardi di euro. Ma, spiega PAOLO ANNONI, ci sono buone ragioni contro questa soluzione

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Foto: Imagoeconomica

Dopo un anno vissuto pericolosamente e dopo fiumi di parole sprecate a proposito e a sproposito su spread Btp-Bund, crisi e fine dell’euro e dopo una giornata di borsa all’insegna del tanto atteso e ritardario rally di Natale ci si può permettere di parlare di un argomento meno vecchio del solito; non solo è un argomento meno vecchio, almeno considerato l’ultimo anno, ma addirittura una questione che potrebbe mettere d’accordo chi sposa scenari economici apocalittici e chi crede che, come nell’inverno del 2008, le cose sui mercati potrebbero essere andate più oltre del dovuto.

Il tema delle privatizzazioni è vecchio di una settimana ed è nato con la finanziaria Monti quando tutti si sono accorti, mercati finanziari inclusi, che c’erano tante nuove tasse, pochissimi tagli e niente riforme; ci si è anche accorti, ma questo non è il tema dell’articolo, che a meno di riprese globali repentine e ad oggi inattese (e forse degli ancora poco conosciuti effetti dei finanziamenti triennali all’1% decisi dalla BCE) i problemi strutturali dell’Italia rimangono esattamente dov’erano prima delle dimissioni di Berlusconi e che questo governo non sembra aver imboccato la strada di interventi immediati, efficaci e radicali. Se oggi lo Stato Italiano mettesse in vendita le proprie partecipazioni in Eni e Enel incasserebbe circa 30 miliardi di euro senza ipotizzare un certamente probabile premio sulle quotazioni attuali, tanto più che i pacchetti detenuti dallo Stato sono di controllo. L’idea di incassare subito senza eccessive complicazioni e lungaggini (le società come noto sono quotate in borsa) questa cifra giustificando il tutto come un salutare passo indietro dello Stato inefficiente è allettante soprattutto se si ripresenteranno fasi difficili per il debito italiano. Il fatto che sia in carica un governo tecnico giustamente preoccupato anche di tranquillizzare i mercati e gli investitori aumenta la possibilità che vengano prese in considerazione certe soluzioni. Di fronte all’apparente buon senso di certe tesi ci permettiamo di sottolineare almeno tre aspetti.

Il primo è che vendere i gioielli della corona, perchè di questo si tratterebbe, magari a sconto e pressati dai creditori non è evidentemente una soluzione nè strutturale nè di medio-lungo termine. La recente finanziaria da 30 miliardi è stata sostanzialmente ignorata dai mercati proprio perchè non cambia nulla delle prospettive di crescita del Paese, come non lo cambierebbero la cessione delle quote delle due aziende di cui sopra.

Sempre rimanendo nell’ambito di valutazioni strettamente economiche e finanziarie sarebbero oscure le ragioni per cui varrebbe la pena di privarsi di aziende che pagano dividendi regolari e che in periodi di crisi sono state oggetto di Robin Hood tax varie che seppur discutibili sarebbero non riproponibili con altri azionisti. A nessuno sfugge la differenza tra cedere un’attività che non rende e che magari non renderà mai e vendere per incassare subito quello che si incasserà comunque negli anni futuri sotto forma di dividendi.

La seconda questione è se questa operazione facile e immediata non possa essere una sorta di scusa per rinviare gli scomodi e difficili tagli alla spesa improduttiva o le cessioni del patrimonio immobiliare che tanto lavoro richiedono. È evidente che vendere un asset che fa utili è molto facile perchè ci sarà sempre qualche compratore interessato; tutt’altro discorso per un lavoro noioso e difficile immobile per immobile o “politicamente scomodo” taglio per taglio.

Il terzo punto riguarda il valore strategico di due società che producono petrolio e elettricità, non proprio due dettagli per un Paese industrializzato senza risorse energetiche, senza nucleare e con un peso internazionale nemmeno lontanamente paragonabile a quello dei diretti concorrenti. Da questo punto di vista il fatto che il Paese sia in una situazione di debolezza politca e economica non è una scusante o un’attenuante per certe cessioni semmai è un’aggravante, visto che lo priverebbero di due asset che contribuiscono in modo decisivo all’indipendenza energetica e allo sviluppo industriale.

In una fase di lettere dall’Unione europea, pressione dai mercati e consigli disinteressati dai partner europei certe ipotesi impensabili fino a pochi mesi fa diventano possibili, soprattutto quando i prezzi sono da saldo e gli asset fanno gola a tanti. Magari si è peccato di eccessivo pessimismo ma all’indomani della nomina del governo Monti Goldman Sachs portava in Italia Gic (il fondo sovrano di Singapore) per valutare opportunità di investimento; certamente solo un bel segnale di fiducia nel Paese. 

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