GEOFINANZA/ Ecco “l’attacco” di cinesi e arabi ai gioielli di Italia (ed Europa)

- Paolo Annoni

Il fondo sovrano di Abu Dhabi vuole crescere in Unicredit, mentre il governo portoghese ha ceduto una quota importante di una utility a una società cinese. Il commento di PAOLO ANNONI

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Ci sono una serie di notizie apparentemente scollegate che in realtà occorrerebbe valutare molto attentamente. La più recente in ordine di tempo è la dichiarazione del fondo sovrano di Abu Dhabi che ieri ha affermato di voler salire al 6,5% di Unicredit dopo l’aumento di capitale della banca dal 5% attuale, sorpassando ulteriormente lo storico azionista italiano Fondazione Cariverona che invece si diluirà al 3,5% dall’attuale 4,2%. L’altra notizia che ha fatto scalpore è arrivata alla fine del 2011 dal Portogallo: il governo portoghese ha ceduto il 21,35% della utility Edp a una società cinese (China three gorges) per un prezzo di più del 50% superiore a quello di borsa.

C’è almeno una contraddizione che balza immediatamente agli occhi ed è il fatto che sia l’Italia che il Portogallo, che è messo molto peggio dell’Italia, appartengono all’Europa periferica e che in teoria non dovrebbero essere appetibili per gli investitori, considerati i timori ancora presenti di default dell’area euro e altre amenità di questo tipo. Tanto per la cronaca, mentre lo spread Btp-Bund viaggia alla ragguardevole cifra di 470 punti base, quello tra titoli di stato portoghesi e tedeschi è a più di 1250.

A questo punto occorre darsi delle spiegazioni per questo comportamento così singolare. La prima è che in Cina e ad Abu Dhabi non leggano i giornali o non sappiano fare i conti come si deve; l’ipotesi è evidentemente da scartare, soprattutto quando gli investimenti sono nell’ordine delle centinaia di milioni di euro o, come nel caso di Edp, di miliardi di euro, senza considerare che soprattutto gli arabi hanno negli anni scorsi reclutato “senza troppi scrupoli monetari” personale qualificato direttamente a Londra.

Ci sono evidentemente altre ragioni. È possibile che i timori circa l’area euro e le sue prospettive economiche non siano condivisi o siano ritenuti eccessivi: in questo scenario i prezzi attuali sarebbero un ottimo affare. In questo caso poco importa se la scommessa è sulla tenuta dell’area euro o sulle stime di crescita; il punto cruciale è che l’ottica dell’investimento è radicalmente diversa da quella dei mercati finanziari dominati da un orizzonte temporale che al momento non supera i sei mesi e che è irrimediabilmente influenzata da una visione molto finanziaria dell’economia. L’ultima ragione è che evidentemente certi investitori, che non rendono conto a risparmiatori o azionisti, possono permettersi di prendersi più rischi, di rinunciare magari per qualche anno a guadagni mentre hanno l’esigenza di trasformare liquidità forse troppo facilmente accumulata in investimenti reali.

Da questo punto di vista l’investimento smette di essere l’acquisto di un certo bene a un certo prezzo con un certo rendimento più o meno sicuro; l’investimento diventa qualcosa di simile a: la seconda banca di un Paese avanzato da 60 milioni di persone (con partecipate in Germania ed est Europa) o asset energetici nella penisola iberica. A meno di scenari apocalittici o post nucleari, questi asset avranno sempre un valore economico e politico. È una differenza simile a chi compra una casa per rivenderla in due anni o a chi la compra per i prossimi 40 anni: nel secondo caso il prezzo attuale diventa una variabile meno importante rispetto alla posizione o alla qualità.

Tornando alle notizie iniziali, quello che si può rilevare è che oggi nonostante gli scenari incerti, le turbolenze finanziarie che ogni giorno riempiono i giornali e la debolezza economica esistono investitori muniti di risorse ingenti disposti a offrire prezzi evidentemente allettanti a soggetti che non hanno più o non riescono a trovare risorse da investire o che hanno forti incentivi a vendere. È fin troppo facile osservare che tra la categoria appena descritta rientra anche lo Stato italiano, centrale o locale, e un certo numero di soggetti privati, sempre italiani, che pure detengono asset strategici e sensibili.

Non ci risulta di nessuno Stato che sia stato disposto a lasciare tutto liberamente accessibile a chiunque, nemmeno tra chi di liberismo pretende di intendersene più degli altri. Non è una questione di protezionismo, ma di politica industriale, di investimenti e in un certo senso persino della possibilità di scegliere liberamente i propri destini. Tanto per fare un esempio a caso, chi decide come concedere il credito o impiegare i soldi di una banca non è indifferente per l’economia di un Paese, stesso discorso per chi controlla la produzione di energia. A certe condizioni si può fare tutto con le adeguate cautele e impegni.

Nella fase attuale certe offerte diventano estremamente invitanti mentre il contesto economico non aiuta a fare tutte le riflessioni del caso sul prezzo. Anche nella migliore delle ipotesi l’Italia ha davanti diversi mesi difficili e incerti con pressioni forti dai mercati e dall’Europa; sarebbe il caso che in certe scelte non ci si facesse guidare dalle logiche del “mercato” e ci si chiedesse come mai nonostante tutto ci sia ancora chi investa centinaia di milioni nel mercato italiano.

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