CROLLO BORSA/ Perché Monti non piace più ai mercati?

- Paolo Annoni

Nella giornata finanziaria disastrosa di ieri ci sono segnali più preoccupanti di quelli arrivati dalla chiusura di Piazza Affari e dall’andamento dello spread. L’analisi di PAOLO ANNONI

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La giornata finanziaria di ieri ha dato segnali decisamente inquietanti; quelli più evidenti sono l’incredibile -5% della borsa italiana e il netto peggioramento dello spread Btp-Bund che ha perso più di 30 punti riportandosi oltre quota 400 a livelli che non si vedevano da fine gennaio; quelli meno evidenti ma, se possibile, ancora più preoccupanti sono il rendimento del decennale americano sceso durante la giornata sotto il 2% e il cambio euro-franco svizzero che ha visto scambi sotto la quota difesa dalla banca centrale elvetica di 1,20. Ciò che colpisce è che questo sia avvenuto solamente a poco più di un mese dall’ingente immissione di liquidità a tre anni della Bce; il tema dominante è stato la ricerca del rifugio sicuro a qualsiasi prezzo e la fuga disordinata da tutto quello che viene percepito come incerto indipendetemente dal rendimento.

L’intervento della Bce che doveva risolvere la crisi dei debiti sovrani dei paesi periferici è passato da poco più di un mese e l’effetto sembra già abbondamente finito; ai primi segnali di indebolimento dei dati macroeconomici americani, dopo l’inverno più caldo di sempre che ha inciso positivamente sulle statistiche in modo anomalo, dopo qualche scricchiolio dell’economia cinese, dopo due notizie negative sulle aste spagnole e italiane il mercato è tornato a vendere come e più di prima.

Quello che emerge in modo netto è che qualsiasi soluzione sia stata via via attuata negli ultimi mesi non viene in nessun modo ritenuta dal mercato una “soluzione”, altrimenti giornate come quelle di ieri non avrebbero spiegazioni possibili. Il prossimo intervento risolutivo potrebbe diventare una nuova iniezione di liquidità sui mercati, questa volta dopo la Bce è il turno della Fed, ma sinceramente la durata dell’ultima dose non lascia grandi speranze.

Con le stime di crescita che continuano a essere riviste al ribasso, la montagna di debiti, presente in varie forme private o statali, a tutte le latitudini, sembra sempre più difficile da scalare. Che non si sia trovata una soluzione alla crisi del debito in Europa è poi abbastanza palese con differenze sul costo del debito all’interno dell’area euro estremamente marcate in una situazione in cui, nonostante tutto, un greco può ancora andare con i risparmi a New York a comprare con lo stesso sconto di un tedesco.

Il mito delle soluzioni “tecniche” condite da qualche consiglio amorevole di commissioni e fondi internazionali è decisamente appannato. Il caso greco è lì da vedere: con il Pil in picchiata, la disoccupazione ai massimi di sempre e con il Paese commissariato dall’Europa nessuno crede che si riuscirà a ripagare il nuovo debito che pure è stato tagliato. La ricetta di tasse e riforme, magari fatte male in fretta e furia per accontentare i mercati e i partner europei che pensano innanzitutto a salvare se stessi e le loro banche, non sembra funzionare. Il caso italiano è abbastanza emblematico: dopo la riforma delle pensioni, l’aumento delle accise sulla benzina, l’aumento dell’Iva, una riforma del lavoro che lascia più di una perplessità, lo spread è peggiorato di cento punti in meno di dieci giorni con il Pil in calo.

C’è almeno un altro aspetto che merita di essere sottolineato. La percezione che i rischi siano ancora tanti e ultimamente imponderabili deriva anche dalla stessa finanza. L’ultimo caso che ben esemplifica la situazione è relativo a un singolo trader di Jp Morgan (Bruno Iksil) che avrebbe accumulato una posizione per circa 100 miliardi di dollari sul mercato dei cds al punto tale da influenzare gli indici con la propria operatività. Il singolo fatto rende bene l’idea di come sia “cambiata” la finanza dopo il fallimento di Lehman e soprattutto di quali siano i rischi intrinseci nel sistema.

Il livello del dibattito attuale non aiuta gli ottimisti, soprattutto in Europa, che sembra sempre di più perdente sullo scenario globale, nonostante le palesi difficoltà di Cina e Stati Uniti. La crisi greca è diventata portoghese e sta passando a Italia e Spagna con conseguenze imponderabili prima sulla Francia e alla fine anche sulla Germania e sull’euro.

In Italia a breve ci attendiamo proposte di privatizzazione di alcune delle ultime partecipazioni statali che purtroppo investono ancora in Italia e sono strategiche per la politica energetica di un Paese che non ha petrolio, gas e ha consapevolmente scelto di rinunciare per sempre al nucleare. Contemporaneamente arriverà il turno del sistema finanziario così obsoleto e antiquato e che quindi si deve aprire alla superiore governance e competenza estera. Cosa possa essere proposto dopo per accontentare mercati e partner europei è una domanda lecita.

Nessuno si sogna di poter evitare riforme e riduzione della spesa pubblica improduttiva oltre che degli sprechi, ma pensare di tirarsi fuori da questa situazione solo con le ricette tecniche, tanto più in uno scenario in cui ognuno bada a salvare se stesso, è un peccato di ingenuità incredibile; sempre ammesso poi che esistano ricette tecniche neutre, valide sempre e comunque dalla Finlandia alla Grecia e che non riflettano sempre una certa idea di economia e società.

Sarebbe ora, e non è mai troppo tardi, per qualche idea sullo sviluppo, sulla crescita e su cosa voglia essere l’Italia nel mercato mondiale. Se il metro per tutto è il mercato, sotto forma di spread, sia a gennaio che ad aprile allora il giudizio non è buono. Accontentare i “mercati” e “l’Europa” come unico scopo da perseguire acriticamente è un mestiere rischioso anche perché il caso greco è ormai perfettamente noto. 

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