IL CASO/ Perché l’Italia ha “scaricato” Finmeccanica e Saipem?

- Paolo Annoni

Finmeccanica ha perso molto in Borsa e a livello internazionale la sua reputazione è crollata per la vicenda indiana. Anche Saipem vive un momento difficile. Il commento di PAOLO ANNONI

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Immagine di archivio

Dal giorno dell’annuncio dell’arresto dell’allora amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, il titolo ha lasciato per strada il 20% della propria capitalizzazione, mentre l’India ha minacciato di inserire Finmeccanica nella black list (oltre alla cancellazione dell’ordine da 560 milioni di euro del 2010 per gli elicotteri Agusta Westland). Nel frattempo anche il nuovissimo ad, Alessandro Pansa, sarebbe finito al centro di indagini giudiziarie (riporta il Sole 24 Ore di ieri), puntualmente approdate sulle pagine dei principali quotidiani nazionali.

Dalla cronaca non si può togliere la notizia inattesa, quasi passata in secondo piano, dell’offerta vincolante presentata da Siemens per il 100% di Ansaldo Energia per la rotonda cifra di 1,3 miliardi di euro; l’offerta arriva in una fase delicatissima per la società sia per le indagini destabilizzanti che hanno coinvolto il top management, sia per la “debolezza” del principale azionista, lo Stato italiano, a una settimana dalle elezioni, di cui l’unica cosa sicura al momento è l’assoluta incertezza sull’esito.

A fronte di questa situazione è impossibile non menzionare il viaggio del primo ministro britannico David Cameron in India per rafforzare i legami commerciali tra i due paesi, oltre alla cooperazione nell’ambito della sicurezza, del nucleare, ecc. Per rendere l’idea della natura e degli scopi del viaggo rubiamo il titolo del Wall Street Journal di ieri “Cameron seeks India business” (più o meno “Cameron cerca affari in India”). Si dà il caso che l’India sia il maggiore importatore mondiale di armamenti; Cameron ha perorato tra l’altro la causa degli Eurofighter Typhoon a cui sono stati preferiti i francesi “Rafale” in una commessa del valore di più di 10 miliardi di dollari (“Penso che il Typhoon sia un aereo superiore”).

Su questa commessa occorre specificare due cose: la prima è che in termini di ordini le ricadute su Finmeccanica, parte del consorzio insieme a British Aerospace, sarebbero state di circa 2 miliardi di euro; la seconda è che l’eurofighter veniva considerato da tutti gli esperti di settore non francesi un aereo effettivamente superiore al Rafale.

Nei colloqui tra Cameron e il premier indiano ha avuto un ruolo assolutamente non marginale la vicenda di Finmeccanica/Agusta che ha causato pesanti ripercussioni su settore della difesa indiano. Se per gli italiani la fattispecie è corruzione a membri del governo indiano per l’ottenimento di una commessa, per gli indiani si tratta della figura pessima, sbandierata ai quattri angoli del globo, di un Paese, evidententemente ancora “immaturo”, che concede commesse in un settore vitale/strategico sulla base di mazzette e non sulla competizione a chi ha il mezzo migliore.

Non è nemmeno il caso di specificare che tipo di accoglienza possa avere avuto una notizia/indagine di questo tipo in un Paese che vuole scalare posizioni nella classifica delle nazioni più ricche e dinamiche e affrancarsi dallo status di Paese povero in via di sviluppo. Tralasciamo il piccolissimo dettaglio che l’elicottero venduto da Agusta/Finmeccanica in India sia lo stesso che si era aggiudicato la gara negli Stati Uniti per il nuovo elicottero presidenziale; una vittoria, poi cancellata per le esigenze di riduzione dei costi imposte dalla crisi, che aveva destato clamore per il prestigio e il riconoscimento che rappresentava.

In ogni caso Cameron si è affrettato ad affermare che Finmeccanica è italiana e che in Gran Bretagna ci sono le più severe norme anticorruzione del globo, mentre il primo ministro indiano assicurava la cooperazione della Gran Bretagna nelle indagini e tutta la sua assistenza nel caso. Sarà sicuramente frutto di malafede, ma le dichiarazioni del primo ministro indiano fanno trapelare l’idea che l’India vuole avere a che fare con Paesi “seri”, che non comportano rischi inspiegabili e incomprensabili di figuracce globali. D’altra parte l’Italia deve essere davvero un Paese singolare se continua a detenere la maggioranza di una società che decide di pagare stecche per piazzare un elicottero che aveva ricevuto il migliore attestato di qualità possibile con una commessa miliardaria nel principale mercato della difesa del globo.

È infine impossibile non citare una vicenda dai tratti molto simili che ha coinvolto qualche settimana fa Saipem, una società con competenze e tecnologie nel campo petrolifero di livello assoluto che, davvero non è un’esagerazione, tutto il mondo ci invidia. La vicenda è quella di una presunta tangente di 200 milioni di euro per l’ottenimento di una commessa da 11 miliardi di dollari (sarebbe circa il 2% del valore) in Algeria che ha portato alle dimissioni dell’ad di Saipem e in seguito alla quale l’ad di Eni ha ventilato l’ipotesi di cessione di tutta o parte della quota detenuta.

Senza alcuna dietrologia, indimostrabile per definizione, si può solo constatare che le due principali società “industriali e tecnologiche” controllate direttamente o indirettamente da un Paese con un debito alle stelle, senza una guida politica forte, alla vigilia di elezioni dall’esito incerto stanno vivendo cambiamenti tramautici nel top management. Se sono le premesse di un film si tratta sicuramente di un horror in cui si sa già che il finale sarà cruento, doloroso e infelice e rimane solo da scoprire come morirà il protagonista.

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