BORSA & SPREAD/ Mercati in festa, ma non per Renzi e l’Italia

- Paolo Annoni

Dopo il voto delle europee, Piazza Affari ha chiuso con un rialzo superiore al 3,5% e lo spread è sceso verso sotto quota 160. PAOLO ANNONI ci spiega il perché di questi risultati

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Ieri la borsa di Milano ha chiuso con un rialzo di oltre il 3,5% facendo registrare la performance di gran lunga migliore tra le borse europee; lo spread è sceso a 156 punti base dai 180 di venerdì. Il risultato elettorale è stato evidentemente, e in modo inaspettato, apprezzato dagli investitori che all’apertura di ieri si sono ritrovati con una “sorpresa positiva”. La prima considerazione è appunto che il mercato non si aspettava una vittoria così netta di Renzi e che, in secondo luogo, la ritiene positiva per l’Italia. I sondaggi delle ultime settimane e giorni che dipingevano uno scenario di maggiore incertezza e in cui si palesava la possibilità di una vittoria di Grillo avevano determinato un certo nervosismo sulla borsa.

Passare da queste considerazioni semplici e basilari, se non banali, ad affermazioni circa la bravura di Renzi o l’apprezzamento “convinto” e fondato del mercato per il suo operato è molto meno scontato di quanto possa sembrare. Renzi è al governo da pochissimi mesi e, finora, il suo esecutivo non si è contraddistinto per particolari riforme di “sistema” o per qualche iniziativa significativa in campo di politica industriale. L’Italia rimane un Paese con una crisi economica molto grave, che dura senza particolari interruzioni da molti anni, con una disoccupazione e un debito pubblico record. Non si tratta di pessimismo o disfattismo, ma di ricordare la realtà vera, e drammatica, dietro le performance di borsa.

La borsa italiana negli ultimi mesi ha registrato un rally che non ha alcun parallelo con l’andamento economico e che è frutto sia della fiducia dei mercati nelle banche centrali, sia di uno spostamento dei flussi finanziari in Europa alla ricerca di rendimenti dopo che molti mercati hanno raggiunto massimi storici e dopo la ritirata dai Paesi emergenti; il rally, in compenso, non è frutto né di miglioramenti del Pil, né di riforme che non sono state fatte. La vittoria di Grillo avrebbe introdotto una nuova variabile nell’equazione, un elemento di incertezza per il solo fatto che il Movimento 5 stelle è qualcosa di nuovo, di poco conosciuto e quindi un potenziale elemento di instabilità.

In sostanza, le elezioni di domenica non hanno mutato il contesto e il quadro degli ultimi mesi che è lo stesso che ha determinato il rally di borsa, la discesa dello spread e in cui si è scommesso su una ripresa che non c’era e non c’è. Tutto quindi può, per ora, andare avanti come prima, dove “prima” è una fase finanziariamente molto positiva per l’Italia. Il +3,5% di ieri non aggiunge punti di Pil, né toglie punti di disoccupazione, così come non semplifica la burocrazia, taglia le spese inutili, riforma il mercato del lavoro, ecc. Se è vero che tutto rimane come era “nel positivo” è vero anche per quello che non va, ed è tanto, visto l’andamento dell’economia, e che bisognerebbe cambiare.

Lo scenario finanziario di cui l’Italia gode non è un “prodotto” dell’Italia e al mercato è servito solo che non ci fossero particolari disordini perchè si avverasse quello che è accaduto; l’Italia è stata oggetto e ha subito questa fase dei mercati allo stesso modo in cui è stata oggetto e ha subito quella dello spread a 550. Negli ultimi due anni, dal picco dello spread, non si può citare una sola e singola riforma vera che abbia per davvero intaccato qualche sacca di rendita o che abbia modificato qualcosa di un settore pubblico inefficiente e costoso, mentre per un motivo o per l’altro (indagini giudiziarie, crisi del mercato interno, burocrazia e tassazione altissime) le imprese chiudevano. Ieri i mercati hanno festeggiato perchè si può continuare a salire scommettendo su una ripresa che non c’è e sulle speranze riposte nelle banche centrali.

Questa luna di miele tra i mercati e l’Italia non è evidentemente negativa, ma è importante sottolineare da cosa dipende e da cosa no; se, per qualsiasi motivo, terminasse, l’Italia sarebbe in una situazione economica e finanziaria molto peggiore di quella di cinque anni fa, un lasso di tempo lunghissimo in cui, sostanzialmente il Paese non ha fatto nulla, a parte chiedere più tasse, mentre le imprese hanno chiuso o sono state vendute. Queste osservazioni danno la dimensione dell’occasione che si presenta all’Italia che ha più margine, molto di più di quello con la pressione dello spread a 500, per poter agire; dato che i cambiamenti di moda dei mercati non sono prevedibili e dato che il contesto economico e finanziario globale rimane fragile si dovrebbero cogliere le opportunità che si presentano per fare davvero le cose che servono.

Forse è questo il senso del voto espresso domenica, ma tradurre in realtà per tempo, prima che i mercati cambino, è molto meno facile rispetto a barrare un simbolo con una croce. Per il momento quindi tra l’Italia e i cali in borsa ci sono ancora e solo Draghi, la Fed, gli investitori americani che hanno comprato a tutto spiano l’Italia e i dubbi sugli emergenti. 

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