LEGGE DI STABILITÀ 2016/ Ecco cosa c’è dietro il “silenzio” dei mercati sulla manovra

- Paolo Annoni

La Legge di stabilità 2016 non è certo gradita all’Europa e non “esalta” i mercati, spiega PAOLO ANNONI. Eppure la reazione di Borsa e spread non è stata negativa

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Nel giorno in cui il presidente del consiglio italiano “minaccia” di ripresentare la stessa identica finanziaria in caso di mancata approvazione europea, il mitico spread Btp-Bund scende di quattro punti atterrando a 106, il livello minimo da aprile. Matteo Renzi ha consigliato all’Europa di guardare chi sta peggio di noi, in termini di deficit, come Spagna e Inghilterra, e sostanzialmente ha fatto una manovra che, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, sarebbe all’opposto di quella di Monti; le tasse, ha dichiarato Renzi, “non sono più una cosa bellissima e anche da sinistra si è capito che sono una cosa da ridurre”. Se non fosse ancora chiaro il messaggio: “Bruxelles non è il maestro che fa l’esame, non ha i titoli per intervenire”. Negli ultimi anni invece, titoli o non titoli, Bruxelles è intervenuta pesantemente sulle decisioni economiche italiane imponendo scelte per ridurre deficit nonostante i desideri dei vari presidenti del consiglio italiani. Giovedì il vicepresidente della Commissione europea Dombrovkis dichiarava che la finanziaria non va nella direzione auspicata (dall’Europa) e che dovrà essere discussa.

Anche il “mercato” è intervenuto pesantemente sulle vicende italiane negli ultimi anni esprimendo il proprio parere sottoforma di crolli o giornate di gloria in borsa e cali o rialzi dello spread finite sui tg nazionali. In un articolo pubblicato sulla versione on line del Financial Times giovedì sera si potevano trovare alcune considerazioni sicuramente non estranee agli investitori: “Il programma di taglio delle tasse di Renzi potrebbe far levare qualche sopracciglio a Bruxelles specialmente perché accompagnato da tagli alla spesa meno ambiziosi delle attese”. Il giornale continuava dicendo che il debito rende l’Italia un osservato speciale in Europa e che ogni abbandono della disciplina fiscale potrebbe lasciare l’Italia vulnerabile a future crisi del debito e infine che ogni rallentamento economico, rispetto alle previsioni di crescita attuali, causerebbe colpi decisivi alle finanze pubbliche.

Rimane quindi da spiegare per quale motivo una finanziaria che fa preoccupare l’Europa e che non “esalta” i mercati non abbia spostato minimamente gli indicatori che tutti per molti mesi abbiano imparato a considerare quasi automaticamente collegati alle sbandate italiane sulla disciplina fiscale. Sappiamo anche che il mercato non si è dimenticato del debito italiano e che, giusto o sbagliato che sia, l’Italia è sempre la prima della lista quando si decide che il debito in Europa conta.

La prima spiegazione possibile per questa distrazione dei mercati o per questo scostamento marcatissimo da tutti i movimenti visti negli ultimi anni in occasioni analoghe è che il mercato “creda” alle prospettive di crescita italiane che potranno lentamente ma inesorabilmente guarire i bilanci. Alla fine del 2011, con lo spread a 500, l’Italia viaggiava con un debito su Pil del 120% e un tasso di disoccupazione dell’8,5%, oggi invece ha un debito su Pil del 132% e un tasso di disoccupazione del 12,7%; se l’Italia era un osservato speciale nel 2011 oggi dovrebbe essere osservata a vista 24 ore al giorno. Le prospettive di crescita economica futura oggi sembrano se non promettenti almeno decenti, ma è abbastanza chiaro che siamo in una fase talmente volatile e potenzialmente ricca di imprevisti che non si può assumere per scontata alcuna performance futura. I nodi strutturali dell’economia italiana che ci vengono ricordati in ogni analisi di ogni agenzia di rating – burocrazia, sistema giudiziario e mercato del lavoro – non sono stati risolti. La “ripresa” italiana del 2015 è molto inferiore a quello che si attendeva il mercato nel 2014. È molto improbabile che il “mercato” si fidi dell’economia italiana fino al punto di ignorare i dati di cui sopra e una finanziaria che non sembra toccare i nodi veri.

L’altra spiegazione possibile è che l’Italia benefici di un contesto in cui nessuno ha interesse a rivedere un’altra crisi del debito in Europa essendo già alle prese con i problemi dei Paesi emergenti, della Cina, oltre che di alcuni scricchiolii dei mercati finanziari emersi appena la Fed ha accennato ad alzare i tassi. Gli ultimi dati sull’economia tedesca consegnano una situazione in cui è difficile ipotizzare che ci siano in Europa grandi incentivi a punire l’Italia in questa fase. Il cambio di scenario che ieri ha permesso al rendimento del decennale di toccare i minimi da maggio nonostante una finanziaria che delude le attese sui tagli alla spesa ha pochissimo a che fare con quello che è stato fatto in Italia dall’Italia. Secondo tutte le attese, Fed e Bce non smetteranno a breve di supportare i mercati evitando altre crisi sui mercati in una fase in cui emergono preoccupazioni serie sulla crescita globale e sulla tenuta del sistema finanziario.

L’Italia si ritrova in una sorta di periodo di grazia in cui nessuno ha interesse a fare le pulci, ma i problemi, sintetizzati nel tasso di disoccupazione oltre il 12% (triplo rispetto a quello americano), rimangono dove sono e nessuno se li è dimenticati. Questa è una buona notizia solo nella misura in cui si sfrutta l’assist per risolvere i problemi veri con la calma e la pazienza che in altri contesti non avremmo. Il vecchio paradigma dello spread come punizione alla mancanze di tasse è una “convenzione” collaudatissima che non decidiamo noi di eliminare e che rimane sempre di riserva con la disoccupazione al 12%. 

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