SPILLO/ L’Italia “piange” Grom, ma ha già perso Telecom

- Paolo Annoni

Mentre in Italia si dà ampio risalto alla cessione di Grom a Unilever, pochi sembrano essersi accorti che Telecom è ormai passata nelle mani di Bolloré. PAOLO ANNONI

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La notizia della cessione delle gelaterie Grom a Unilever ha avuto un risalto mediatico notevole; una “boutique” del gelato italiano da esportazione comprata da una delle maggiori multinazionali globali è sicuramente una notizia, anche se la cessione di 67 gelaterie con un fatturato cumulato di circa 30 milioni di euro difficilmente può essere considerato un duro colpo alla competitività del “sistema Paese”. Se dovessimo pesare il risalto mediatico dato a Grom con quello riservato alla cessione di pezzi da miliardi di euro di sistema industriale italiano come Pirelli, Ansaldo Sts piuttosto che Indesit o Sorin allora in questi ultimi casi ci saremmo dovuti aspettare edizioni straordinarie e interruzioni delle trasmissioni; la lunghissima lista delle società italiane vendute conta gruppi con migliaia di dipendenti, tecnologie e know-how d’avanguardia e non replicabili che una volta persi sono persi per sempre. Non sembra questo il caso di Grom.

È invece sicuramente il caso di Telecom Italia che sicuramente possiede un asset strategico per il sistema Paese, l’economia italiana e tantissime delle sue imprese e cioè la rete. È un asset che in un certo senso sembra una condizione necessaria per la competitività di imprese di tanti settori diversi piccolissime e grandissime. Apprendiamo in questi giorni da notizie e rumours apparsi sui più importanti organi di informazione che Vivendi, che fino a un anno fa non compariva nemmeno nel libro soci di Telecom, avrebbe aumentato la propria partecipazione dal 15% a quasi il 20%. Per molti anni siamo stati abituati a una situazione di quasi “co-controllo” in cui il peso di Telefonica era bilanciato da una compagine di investitori finanziari italiani; oggi invece abbiamo un socio con una partecipazione che pur non avendo le caratteristiche teoriche del controllo ha tutte quelle sostanziali. Il 20% di Vivendi sarebbe una partecipazione di dieci volte superiore a quella del secondo maggiore azionista: una situazione che attualmente darebbe il controllo dell’assemblea a Vivendi.

Telecom Italia non è più una “public company”, ma ha di fatto un azionista industriale che può esercitare un controllo sostanziale; la “perdita” di Telecom Italia con la sua strategicissima rete è avvenuta senza che quasi nessuno ne parlasse e oggi i piani del governo sulla banda larga devono essere probabilmente condivisi con un gruppo telecom francese che giustamente e legittimamente vorrà massimizzare il ritorno del proprio investimento.

Il nuovo azionista di riferimento di Telecom Italia è quindi Vivendi a cui ieri il Financial Times ha dedicato una paginata. In realtà l’articolo non era su Vivendi quanto piuttosto sul suo azionista principale, Bolloré, che “turba membri del cda, analisti e regolatori”. Secondo il Financial Times, “in Vivendi dove Bolloré è presidente non esecutivo e il principale azionista con il 14,4% (Bolloré) ha un inusuale livello di coinvolgimento” e un insider di Vivendi ammette che “anche per gli standard francesi il grado di coinvolgimento è inusuale”. Analisti contattati dal quotidiano inglese lamentano che Bolloré “si comporta come se (Vivendi) fosse sua”. Tra gli episodi contestati si cita proprio la modalità con cui Vivendi ha deciso di investire un miliardo di euro a giugno per aumentare la partecipazione in Telecom Italia. Una modalità su cui invece in Italia nessuno ha avuto niente da ridire.

Se il Financial Times ha ragione l’azionista di riferimento di Telecom Italia sarebbe quindi Bolloré tramite Vivendi e avrebbe uno stile di gestione sui cui sarebbe lecito eccepire e che di certo non rispondi agli standard, sempre molto teorici, della public company quotata. Tutto questo è avvenuto nel silenzio generale, tra una riforma contro la governance delle popolari e una sulla legge elettorale, e così oggi scopriamo di avere “perso” anche Telecom Italia e che se mai si deciderà di varare un piano per la banda larga si dovrà trattare con Bolloré.

C’è sempre tempo per cominciare a preoccuparsi della scomparsa del sistema industriale italiano, di investimenti e condizioni per la competitività (come la rete) e occupati; purtroppo però sembra che ci sia sempre qualcosa di più importante. 

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