FINANZA/ Così il calo dell’Euribor scopre una “magagna” di Renzi

- Paolo Annoni

Il calo dell’Euribor sotto quota zero fa notizia. Ma nel frattempo, spiega PAOLO ANNONI, il risparmio italiano continua a espatriare e a non alimentare un settore nazionale

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Il continuo calo dell’Euribor, ormai negativo, è salito da qualche giorno agli onori della cronaca. La ragione della fama improvvisa di questo altrimenti anonimo tasso interbancario non è particolarmente oscura dato che l’Euribor concorre a comporre il tasso di milioni di mutui a tasso variabile. Tipicamente il titolare di un mutuo a tasso variabile si trova a pagare una percentuale fissa, lo “spread”, più l’Euribor (di solito a tre mesi) che invece varia.

Negli ultimi anni l’Euribor ha registrato un calo sensazionale; nel 2007/2008 il tasso si aggirava tra il 4% e il 5% prima che il fallimento di Lehman e la crisi finanziaria iniziata nell’autunno del 2008 provocassero un calo repentino tanto che nella primavera del 2009 si era già a circa l’1,5%. Il calo è proseguito e nel 2013/2014 e il tasso è stato costantemente sotto lo 0,5%, mentre dallo 0,3% della primavera 2014 si è arrivati all’impensabile e senza alcun precedente recente o remoto tasso negativo (ieri eravamo a -0,002%). Il livello è talmente fuori da qualsiasi possibile previsione che i sistemi di molte banche commerciali sono stati messi alla prova da questa “anomalia”.

Anche le cause di questo fenomeno non sono particolarmente oscure e si rintracciano facilmente nelle politiche espansive con cui le banche centrali, da ultima la Bce con il Quantitative easing annunciato a dicembre, hanno inondato i mercati di liquidità. L’Euribor si prende gli onori della cronaca dopo aver rotto, al ribasso, la soglia simbolica dello 0%, ma è chiaro che da un punto di visto sostanziale la questione si poneva anche a dicembre quando il tasso viaggiava allo 0,0%.

In ogni caso il tasso negativo e la quantità di persone che è coinvolta dall’andamento dell’Euribor, e cioè i milioni di titolari di mutuo a tasso variabile, hanno il merito di mettere in luce anche per chi non segue neanche distrattamente gli indici il momento assolutamente particolare che si sta vivendo sui mercati finanziari. L’Euribor ha un impatto “mediatico” ancora maggiore di quello dei rendimenti schiantati delle obbligazioni governative che interessa solo chi ha il “problema” di gestire dei risparmi.

L’Euribor schiantato fa bene a chi ha un mutuo, ma fa male alle banche e alle assicurazioni e in generale è parte di uno scenario che mette in difficoltà chi investe in obbligazioni. Si può capire quindi in che contesto sono maturati i rialzi del mercato azionario a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi e che sono il riflesso di un aumento generale della propensione al rischio degli investitori alla ricerca di rendimenti. Se le obbligazioni statali non rendono niente e se l’attività “normale” di banche e assicurazioni è messa in difficoltà, in questo scenario di tassi bassissimi si fa di necessità virtù e si riscopre il mercato azionario.

Nell’elenco di chi perde e guadagna dall’Euribor basso alla voce beneficiati è impossibile non mettere le società di gestione del risparmio che si apprestano a vivere un altro anno record. Le masse che abbandonano gli ormai “inutili”, in termini di rendimento, conti correnti e obbligazioni statali diventano gestite nella speranza di avere un guadagno. Il primo trimestre anche per le società di gestione del risparmio italiano sarà con ogni probabilità eccezionalmente positivo e una delle ragioni di tale performance è che il bacino di risparmio a cui si può attingere in Italia è uno dei principali d’Europa.

Il risparmio in Italia, sempre ammesso che quello in pancia alle banche non finisca all’estero via acquisizioni, è ancora oggi un bene di  importanza fondamentale per l’economia italiana. L’uso che se ne fa è invece ampiamente discutibile. Opere infrastrutturali chiave per il Paese che muoverebbero miliardi di euro di investimenti non partono perché non si trovano poche centinaia di milioni di euro (nel 2014, secondo Assogestioni, sono stati raccolti circa 130 miliardi di euro in Italia), mentre una legislazione anche fiscale assolutamente non competitiva ha dato luogo a una situazione in cui i risparmi italiani vengono gestiti a Dublino, Londra o Parigi e lì pagano tasse (basse) e stipendi.

In una fase dei mercati come quella attuale questa situazione dovrebbe balzare agli occhi di un legislatore attento allo sviluppo. La convenienza a barattare tasse alte che non paga nessuno perché si è trasferito legalissimamente a Londra con tasse basse, ma pagate, su masse di miliardi di euro dovrebbe essere evidente a tutti, così come dovrebbe essere evidente che la gestione, per esempio a Milano, di quelle masse avrebbe un indotto significativo.

Se Renzi vuole prendere esempio da Londra, dopo l’abolizione delle banche popolari (che a seguito della perdita del voto capitario lo sarebbero solo per nome e tradizione) introduca un sistema fiscale e regolamentare di gestione del risparmio speculare a quello della capitale inglese. Chissà se anche in questo caso incasserebbe i complimenti e gli applausi, disinteressati of course, del Financial Times

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