UNICREDIT/ Pioneer e la nuova svendita dell’Italia agli stranieri

Unicredit ha chiuso ieri la cessione di Pioneer alla francese Amundi. Per PAOLO ANNONI è l’ennesimo caso di una svendita di un settore strategico del Paese quale è il risparmio

13.12.2016 - Paolo Annoni
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Dopo settimane di rumours, Unicredit ha chiuso ieri la cessione di Pioneer, oltre 200 miliardi di masse in gestione, alla francese Amundi per circa 3,85 miliardi di euro. Oltre 200 miliardi di euro di risparmio italiano verranno ora gestiti da una società francese che dopo l’acquisto diventa ufficialmente uno dei colossi globali del risparmio gestito con oltre mille miliardi di euro di masse in gestione. Le prime quattro società italiane del settore non arrivano insieme alla dimensione di Amundi.

La cessione arriva alla vigilia della presentazione del piano industriale di Unicredit, prevista per oggi, in cui verrà finalmente svelata l’entità dell’aumento di capitale della più grande banca italiana. Per “fare cassa” e ridurre l’importo dell’aumento, Unicredit ha avviato una campagna di cessioni che l’ha vista separarsi dai gioielli della corona e in particolare appunto dal risparmio gestito. Su questa tristissima vicenda, sicuramente per il sistema Italia, c’è moltissimo da dire.

La prima cosa che si può notare è che ieri il titolo del compratore, Amundi, ha festeggiato mettendo a segno un rialzo del 5,3%, mentre il titolo del venditore, Unicredit, ha chiuso a -3%. La seconda cosa che si deve notare è questa: mettere le mani su 200 miliardi di euro di risparmio ha un significato che trascende di molto qualsiasi analisi di ritorno economico e finanziario. Questa acquisizione prima ancora che dividendi monetari paga una quantità sostanzialmente infinita di dividendi politici e strategici che verranno incassati, insieme a quelli monetari, dal sistema Paese francese. Nessuno può illudersi che la gestione di queste masse non verrà influenza dalla nazionalità del suo nuovo azionista, soprattutto se coincide con quel sistema francese che negli ultimi vent’anni ha impedito con le buone, le cattive e le cattivissime qualsiasi intervento straniero su industrie o società anche solo minimamente strategiche. Non sarà un caso che sia la Francia, Amundi, che la Germania, Allianz/Pimco, hanno due società di gestione del risparmio di dimensione globale mentre l’Italia si sta vendendo il settore a pezzi. Il risparmio è un ingrediente necessario e non sostituibile per tantissime vicende molto strategiche e importanti per un’economia: debito pubblico, infrastrutture e imprese private.

A parti inverse la stessa operazione sarebbe stata inconcepibile e il sistema Paese francese avrebbe prodotto anticorpi in misura tale da uccidere il virus prima ancora che fosse attaccata una singola cellula; lo sbarramento che ha trovato Enel nel tentativo di acquisizione di Suez è solo l’esempio più emblematico. L’epilogo è ancora più amaro se si pensa che a trattare per il sistema Italia dal ponte di comando di Unicredit c’è un amministratore delegato francese. La questione economica si intreccia con quella politica. Ambire a un’indipendenza politica quando il proprio sistema economico, o diversi suoi pezzi strategici, rispondono ad altri sistemi Paese è una chimera. Far schizzare lo spread italiano a livelli da allarme rosso ha ovvie conseguenze politiche e il “gioco” si presta ovviamente a obiettivi che possono essere particolarmente antipatici. La Francia è lo stesso Paese da cui è partito il bombardamento alla Libia con il palese e chiarissimo obiettivo, lo sappiamo grazie ai vari “leaks”, di far fuori l’Italia e i suoi interessi energetici; anche in questo caso parlare di interessi energetici significa parlare di economia e indipendenza politica in un intreccio che non si può separare. Siamo sicuri che all’Italia convenga cedere così tanta sovranità sostanziale?

Telecom Italia oggi è controllata da un azionista francese, Vivendi, la cui quota sembra destinata a finire a Orange, già nota come France Telecom; Unicredit sembra si stia preparando a un “matrimonio” con Societe Generale. Generali sembra si stia preparando a una fusione con Axa. Tutte operazione le cui basi sono state poste negli ultimi tre anni. Non dimentichiamo quanto successo con Parmalat, Bnl, Cariparma, Edison, Bulgari, ecc. Di fronte a questa colonizzazione bisognerebbe porsi per coerenza la domanda sull’utilità di avere un parlamento italiano stipendiato quando basta un solo vicerè.

La quota di sovranità sostanziale rappresentata in queste poche righe è enorme: risparmio, energia, telecomunicazioni, industria, finanza, banche, assicurazioni. Nei prossimi mesi tutto il sistema finanziario italiano sarà senza protezione sia per i colpi subiti dall’Europa, sia perché gli azionisti nostrani si sono già svenati mentre lo Stato non poteva intervenire, sia perché alcuni meccanismi di difesa, per esempio il voto capitario, sono stati smantellati. Nessun Paese che voglia essere indipendente può tollerare questa colonizzazione in settori così strategici. Nessuno si può illudere vista la storia degli ultimi anni che la finanza internazionale o “l’Europa” abbia a cuore gli interessi degli italiani. Anzi.

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