SAIPEM/ Il “patrimonio” che l’Italia (ed Eni) stanno sciupando

- Paolo Annoni

Saipem ha portato a termine un aumento di capitale che non ha avuto molto successo. E il suo futuro è incerto, con gravi danni per il sistema-Paese, spiega PAOLO ANNONI

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L’aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro di Saipem si è concluso con l’entrata nell’azionariato della società di servizi petroliferi delle banche del consorzio di garanzia; non si tratta di un tentativo di scalata di qualche banca d’affari, né di un cambiamento in atto nell’industria bancaria che prevede la diversificazione in società petrolifere e affini. Si tratta semplicemente del fatto che nemmeno uno sconto del 90% sui prezzi dell’azione prima dell’aumento è stato ritenuto sufficientemente allettante dagli investitori per investire in Saipem; le banche garanti dell’aumento hanno quindi dovuto accollarsi la parte non sottoscritta per mandare a buon fine l’operazione.

I “tecnicismi” di borsa sono sicuramente importanti, ma non sono necessari per capire cosa sia successo e cosa stia succedendo. Saipem è uno dei gioielli dell’ingegneria italiana con competenze di frontiera nel settore dei servizi per l’industria petrolifera e dell’estrazione, in particolare nei contesti più difficili e per i progetti più complicati. Per i progetti di frontiera i competitor del gruppo italiano si contano, forse, sulle dita di una mano.

La storia che ha condotto alla delusione di un aumento di capitale non sottoscritto si deve leggere alla luce del crollo del prezzo del petrolio e agli inevitabili tagli agli investimenti del settore. L’intero settore si sta oggi interrogando su quale sia il “new normal” dopo ormai 18 mesi di prezzi infimi; la scuola di pensiero maggioritaria pensa che i prezzi alla fine risaliranno anche sensibilmente, ma queste previsioni non sono particolarmente utili se non vengono accompagnate da un’indicazione sulla velocità del recupero. Dire che i prezzi alla fine torneranno a 60/80 dollari al barile non vuol dire molto se non si specifica se a questi livelli si tornerà in due mesi o in due anni. Nel primo caso si tratta “solo” di resistere ancora un po’, nel secondo si prospetta un cambiamento del settore, delle sue imprese e del loro numero strutturale.

Per chi, come Saipem, opera nella parte del settore più complicata e costosa che richiede maggiori investimenti e che oggi soffre di più, l’incertezza diventa ancora maggiore. Con una differenza. Saipem è arrivata all’appuntamento con una delle crisi più gravi della storia dell’industria petrolifera indebolita da vicende giudiziarie che probabilmente appaiono molto difficili da comprendere a Londra e a Parigi, le cui imprese, come noto, vincono sempre contratti con Paesi in via di sviluppo alla luce del sole e che sanno che inutili riflessioni sugli interessi del sistema Paese non le mettono al riparo dalle conseguenze di eventuali comportamenti illeciti dei manager.

Il futuro di Saipem in ogni caso promette di essere interessante non solo per le vicende industriali, ma anche perché né Eni, azionista con il 30,4%, né il Fondo strategico italiano, fresco azionista con il 12,5%, ritengono strategiche le proprie partecipazioni. Alle valutazioni economico-finanziarie e industriali si devono aggiungere quelle strategiche e di “sistema-paese” perché il settore energetico-petrolifero è per molti versi più uguale degli altri. Si tratta sia di garantire l’indipendenza energetica, sia di sviluppare rapporti con Paesi emergenti; l’Italia oggi si può presentare a potenziali partner economici con un pacchetto completo di imprese, tecnologie e finanza che non ha molti concorrenti quando si tratta di estrarre gas e petrolio e di lavorarli. È sicuramente un vantaggio competitivo per assicurarsi fonti energetiche nel medio lungo periodo e partner commerciali; un pacchetto particolarmente prezioso se si considera che il peso politico internazionale dell’Italia è sicuramente inferiore a quello di molti altri Paesi sviluppati.

Le vicende di Saipem si intrecciano con quelle di Eni che si sta liberando di tutte le attività non “strategiche” (inclusa Versalis) per focalizzarsi sull’estrazione. Una strategia che apre alcune questioni sia perché in questo modo Eni si traveste da preda perfetta in una fase che sembra fatta apposta per un consolidamento, sia perché rischia di privarsi (insieme al sistema Paese) di competenze industriali preziose; oggi tra l’alto la chimica è uno dei modi migliori per estrarre valore da petrolio e gas con prezzi schiantati. Il presidente di Rosneft qualche settimana fa sottolineava il pericolo per le oil majors che si privano, come da moda imperante (e come Eni), delle proprie società di oil services, di doversi poi ritrovare a dipendere da società esterne depositarie delle competenze e delle tecnologie per sviluppare campi petroliferi. Oggi non si pone nessun problema perché con il petrolio basso tutto va bene, i clienti fanno i prezzi del petrolio e le majors fanno i prezzi dei servizi, ma qualche anno senza investimenti potrebbero alla fine portare a uno scenario di mancanza strutturale di offerta. Uno scenario in cui servirebbe ancora di più una major sinergica agli interessi del Paese con il bagaglio tecnologico migliore possibile.

 

P.S.: A proposito di controllo su asset strategici e dintorni, possibile che il primo ministro, che giustamente convoca l’ambasciatore Usa per le intercettazioni a Berlusconi, sia lo stesso che non proferisce verbo sul nuovo azionariato di Telecom Italia a controllo francese? Prevenire è sempre meglio che curare…

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