GENERALI E UNICREDIT/ I “saldi” italiani nel silenzio della politica

Generali, nonostante il passo indietro di Intesa resta una possibile preda, così come Unicredit, che deve affrontare un aumento di capitale importante. Il commento di PAOLO ANNONI

04.02.2017 - Paolo Annoni
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Lapresse

L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha dichiarato ieri che “la banca si prenderà tutto il tempo necessario per fare una valutazione complete e solida” su Generali. Prima ancora delle dichiarazioni di ieri pomeriggio, un comunicato stampa della banca era stato unanimemente interpretato come una marcia indietro rispetto a due settimane in cui il mercato ha creduto che un’offerta di Intesa su Generali potesse essere all’ordine del giorno. Non ci ha creduto solo il mercato se all’indomani dei primi rumour, due settimane fa, era la stessa Generali a difendersi da un’offerta di Intesa comprando il 3% delle azioni di quest’ultima.

La norma di queste operazioni, si veda per esempio il caso recente di Essilor e Luxottica, prevede un’altra velocità di esecuzione e accelerazioni molto più decise. Anche nel caso di operazioni rimaste per anni come ipotesi sullo sfondo, quando si passa all’azione si chiariscono i dettagli nel giro di qualche giorno. Da ieri sappiamo che l’offerta di Intesa su Generali è una possibilità collocata in un orizzonte temporale indefinito; uno scenario molto diverso da quello che si era prospettato due settimane fa.

Queste due settimane non sono però passate invano. Sappiamo che Generali è un target la cui dimensione non spaventa particolarmente e che è l’esito di un ridimensionamento che l’ha trasformata in una preda; lo si sapeva in realtà da anni, ma queste due settimane l’hanno evidenziato in modo inequivocabile. Sappiamo che Generali non è entusiasta di una fusione con Intesa. Sappiamo anche che Unicredit non vende la sua quota in Mediobanca, dopo aver venduto Pioneer e la controllata polacca nonostante un aumento di capitale da 13 miliardi in corso. Una società, come Generali, che ha un’azionista di riferimento disposto a diluirsi, Mediobanca, e che viene considerata un target, probabilmente sarà oggetto di molti rumour anche in futuro; più che rumour manifestazioni di interesse e attivismo visto che qualcuno si è già fatto avanti.

Possiamo aggiungere che l’ad di Generali è francese, che si è già letto di una possibile cessione delle attività francesi di Generali, che sarebbero l’ostacolo principale a una fusione con Axa, e che sia in Mediobanca che in Unicredit ci sono azionisti e manager francesi. A proposito di Unicredit si possono citare gli ormai pluriannuali rumour su una fusione con SocGen. Lunedì partirà l’aumento di capitale da 13 miliardi di Unicredit: un’occasione unica per mettere da parte con discrezione pacchetti consistenti di azioni di Unicredit, data la mole di nuove azioni emesse.

Generali, la prima assicurazione italiana con decine di miliardi di debito pubblico italiana, è stata oggetto di ipotesi di acquisizione da parte di una banca italiana che però alla fine ha deciso di fare una marcia indietro. Oggi rimane oggetto di ipotesi di acquisizione. In questi stessi giorni si decide l’azionariato di Unicredit che non ha azionisti di riferimento. Se si volesse mantenere la presa sulla prima banca e la prima assicurazione italiana bisognerebbe fare qualcosa adesso e si sarebbe già in grande ritardo, esattamente come sulle ex popolari che sono da mesi public company quotate.

In nessun altro Paese europeo ci si metterebbe in questa situazione e ancora meno si dichiarerebbe, con l’omissione, che pezzi così strategici del sistema Paese sono a disposizione di chi se li vuole prendere. Questa questione è molto urgente e dovrebbe essere al centro del dibattito politico molto più che le elezioni. Un governo che non può giocare di sponda con banche o assicurazioni, come si fa in tutto il resto del mondo sviluppato, o che lo deve fare, con il cappello in mano, con quello di un altro Paese è destinato a non avere capacità di governo economico reale. In questo caso le elezioni sono molto poco utili a prescindere dalla legge elettorale e a prescindere dalla loro frequenza. 

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