IL NUOVO DPCM/ Tutti i calcoli politici dietro il blitz di Conte

- Stefano Bressani

L’ennesimo Dpcm d’emergenza firmato nella notte segna una discontinuità mediatica con quelli precedenti, ma ha alla base accorte motivazioni politiche

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

L’ennesimo Dpcm d’emergenza è sembrato anzitutto segnare una rupture mediatica rispetto alla lunga stagione delle Fasi Uno e Due. È giunto in ritardo rispetto ai preannunci del sabato sera, ma in anticipo rispetto alle attese ennesime di una lunga gestazione domenicale. E, soprattutto, il premier Giuseppe Conte ha visto invertire il rituale del “messaggio alla nazione a media unificati”: in passato spesso non corrisposto da provvedimenti effettivi. Ma cosa ha spinto Conte al blitz sul semi-lockdown n. 2?

A caldo non sembra difficile leggere un set di motivazioni politiche abbastanza largo e articolato: forse troppo per essere, questa volta, farina elementare del sacco comunicativo di Palazzo Chigi.

La prima molla è stata certamente la preoccupazione di mettere al riparo il premier e il governo giallorosso da accuse di inazione di fronte alla seconda ondata Covid (anche sul versante giudiziario: nelle ultime ore i magistrati lombardi hanno bruscamente accelerato le indagini sulla gestione sanitaria dell’emergenza lo scorso marzo).

Una seconda motivazione è stata sicuramente la volontà-necessità di ristabilire la preminenza dello Stato centrale verso il “ribellismo” montante da parte delle Regioni: iniziato due mesi fa con l’ordinanza della Sicilia sull’hotspot di Lampedusa, passato per i lockdown scolastici decisi unilateralmente dalla Campania e dalla Lombardia, per culminare con la dura lettera inviata ieri sera dalla Conferenza delle Regioni riguardo la bozza di Dpcm (per non parlare degli “strappi” fiscali delle Province a statuto speciale di Trento e Bolzano)

Nel merito il colpo di reni “rigorista” di Conte – ed è questa una terza considerazione – è sembrato tuttavia attento nel modulare fermezza e flessibilità verso i “super–governatori”. Resta sicuramente agli atti che il Dpcm sia stato deciso su iniziativa e pressione di alcune Regioni. Ma la versione finale conferma quella iniziale e non accoglie le obiezioni ulteriori della Conferenza. A ciascun presidente, anzi, pare riservato un “no” specifico. A Vincenzo De Luca no al lockdown totale, neppure limitato all’ambito scolastico. A Stefano Bonaccini no alla didattica a distanza al 100%  per le scuole superiori (sarà invece interessante vedere l’esito della sua proposta di limitare i test ai sintomatici: più vicina alla strategia dell’immunità di gregge che a quella test-test-test di successo in primavera nel Veneto di Luca Zaia). Ad Attilio Fontana è invece indirizzato un secco no “anti-movida” alla flessibilità serale per cinema, teatri e pubblici esercizi (ma un virtuale contrappasso sembra colpire il sindaco di #Milanononsiferma, Beppe Sala e al segretario Pd, Nicola Zingaretti, infettato dal Covid a fine febbraio durante un happy hour sui Navigli).

Quarto: un livello più squisitamente politico riguarda il profilo del Dpcm per partito e per blocco sociale. Non c’è dubbio che a scuotere Palazzo Chigi sia stato anzitutto De Luca: il leader più rappresentativo del Pd al Sud; vincente sia nel confronti con il populismo del sindaco “Masaniello” di Napoli, Luigi de Magistris; sia contro il M5s “governista” del campano Luigi Di Maio (non a caso silenzioso in queste ore come tutto il suo partito). E se c’è un Pd che Conte ha comunque mostrato di seguire – almeno mediaticamente – è quello “zingarettiano” del Centro-Sud, non quello nordista e “prodiano” dell’emiliano Stefano Bonaccini (di cui è evidente la carica competitiva sia verso il governo che verso il Pd).

Quinto: Il diktat contro il terziario (bar, ristoranti, centri commerciali, palestre, eccetera) sembra scegliere le piccole partite Iva come vittime sacrificali di un lockdown 2 certamente più preoccupato, in ambito economico, di proteggere l’industria. Che le piccole partite Iva siano uno zoccolo della constituency leghista è un dato di fatto. Ed è un altro fatto incontrovertibile che il nerbo della manifattura nazionale siano le 110mila imprese manifatturiere associate alla Confindustria di Carlo Bonomi (l’esclusione delle restrizioni nella giornata di domenica appare dal canto suo un gesto indiretto di attenzione verso la Cei).

Sesto. Il ritorno della Dad nelle scuole superiori era già in preventivo: non tocca la credibilità del Miur pentastellato (e può perfino offrire spazi politici alla ministra “digitale” grillina Paola Pisano). La ministra Azzolina incassa invece la “resistenza” imposta da Conte alla didattica in presenza nelle scuole primarie e medie. La mossa appare politicamente cruciale su un terreno elettoralmente decisivo.

Da un lato le famiglie sono reduci da una primavera resa oltremodo difficile dall’obbligo di tenere in casa i figli dai 6 ai 14 anni, privi dell’intero welfare scolastico. Dall’altro la seconda ondata Covid sta spazzando ogni ambiguità sull’atteggiamento di centinaia di migliaia di dipendenti alla scuola pubblica e soprattutto delle loro organizzazioni sindacali. Le preoccupazioni – soprattutto dei dirigenti scolastici – in materia di responsabilità in caso di contagi a scuola sembrano essersi dileguate di fronte alla difesa della scuola “tradizionale”: senza strappi verso una “scuola digitale” che metterebbe in prospettiva sotto pressione sia le professionalità dei docenti sia i livelli occupazionali del personale non docente. Molto meglio premere invece per nuove assunzioni: soprattutto quando a Roma è in carica un governo statalista Pd-M5s-Iv-Leu; soprattutto quando l’autonomia rafforzata – che difficilmente potrà essere negata ancora a lungo a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – potrebbe partire anche dalla gestione dei concorsi scolastici.

Da ultimo, sul versante esterno, Conte sembra indubbiamente marcare il suo allineamento con i leader europei (Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sanchez). Tutti più o meno presi in contropiede dalla seconda ondata. Tutti preoccupati di sbloccare il Recovery Fund Ue sia al confine settentrionale dei Paesi “frugali” sia a quello orientale dei paesi “neo–autoritari”. Su questo versante, in ogni caso, sarà interessante osservare gli sviluppi sul fronte Mes: anche se la difesa “tecnica” del titolare del Mef – Roberto Gualtieri – sembra a sua volta allineare l’Italia allo stand by dichiarato da Madrid.

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