INTERCETTAZIONI/ Altro che “bavaglio”, calpestare la privacy non è diritto di cronaca

- Luigi Santambrogio

Una prima pagina senza titoli, fotografie e rimandi agli articoli: completamente bianca tranne il post-it, sotto la testata. Questa la scelta di Repubblica. Una protesta plateale che secondo LUIGI SANTAMBROGIO nasconde la verità

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Non fosse stato per quella scritta minacciosa quanto improbabile, contro la legge bavaglio che “nega ai cittadini il diritto di essere informati”, ieri i lettori di Repubblica avrebbero potuto pensare di trovarsi davanti all’ultima follia della pubblicità. Una prima pagina senza titoli, editoriali, fotografie e rimandi agli articoli: una prima completamente bianca tranne quel piccolo spazio giallo, il post-it, sotto la testata.

Non è la prima volta, infatti, che le agenzie di pubblicità ricorrono a questo shock comunicativo: una finta prima pagina che precede quella vera e che avvolge il resto del giornale, come la carta velina il prosciutto. Ma ieri, quella di Repubblica, era uno spot autoprodotto, per testimoniare, come scrive il direttore Ezio Mauro, “ai lettori e al Paese che è intervenuta per legge una violenza nel circuito democratico”, “una violenza consumata dal governo” che ha messo il voto di fiducia per far passare la legge sulle intercettazioni telefoniche. Insomma, un golpe bianco, senza spari, ma altrettanto sanguinoso. Ridicolo.

Repubblica
è da almeno un mese che infarcisce la sue pagine con quei post-it gialli contro la legge bavaglio, un tormentone quotidiano come le famose “Dieci domande a Berlusconi”, per far capire “ai lettori e al Paese” la malvagità del governo di centrodestra che vuole soffocare la stampa e la libera circolazione delle idee. In realtà, la legge approvata non ha alcuna parentela con gli incubi evocati da Repubblica.

Vero è, invece, che adesso le notizie su Berlusconi e le malefatte del suo governo i cronisti di Repubblica dovranno andarsele a cercare, come vero giornalismo comanda. Non potranno più accontentarsi delle veline in arrivo dalle Procure, delle trascrizioni raccolte Grande Orecchio e fatte arriva in redazione dai soliti giudici amici. L’intercettazione e lo sputtanamento, come genere letterario e giornalistico, hanno i giorni contati.

Ecco cosa nasconde quel pezzettino giallo in campo bianco sulla prima pagina di Repubblica. La morale e la libertà di stampa non c’entrano proprio nulla. Ma è una truffa che ricorre nella storia cialtronesca del giornalismo italiano. Vecchio trucco, riciclato sotto altre forme, fotocopiato e rivenduto alla pubblica opinione. 

Ricordate il mitico popolo dei fax ai tempi manettari di Tangentopoli? Bene, siamo al replay, ridicolo e buffonesco. Anche oggi, il popolo dei post-it, inventato da Repubblica, è pronto a fare girotondi a protezione dei Palazzi di Giustizia, per garantirsi il flusso ininterrotto di veline e verbali.

Chiudere i rubinetti del gasdotto giudiziario non è affatto un favore ai politici: è il primo passo per ristabilire i diritti di tutti. La legge mette un argine agli scempi mediatici e costringe i giornalisti a fare sul serio il loro lavoro. Vero, oggi bastano internet, un telefono e una tastiera per avere il mondo sotto controllo. E il giornalista rischia di diventare un travet senza qualità, di rinunciare alla professione di tenace investigatore e curioso narratore della realtà. Tanto la realtà arriva per procura (e dalle Procure): ai cronisti tocca solo metterla in bella copia: trucco pesante e un po’ di sexy lingerie e il gioco è fatto. La merce arriva già pronta, a loro tocca solo il packaging. Non tutti, ovvio, ma molti, troppi fan così.

L’annunciato sciopero della stampa appare così come l’ultima vendetta di una casta di intoccabili. Dovremmo scendere in piazza per difendere l’arbitrio di pubblicare tutto senza censure, per avere la licenza di farci gli affari altrui e pure gratis? Assurdo. È semplicemente osceno gabellare per diritto di cronaca un’informazione che fa macello del privato delle persone, trasforma i giornali in sinedri volanti e intreccia sinergie coi giudici che vendono le carte al migliore offerente.

Se ancora c’è uno scopo al lavoro dei giornalisti, è far capire ciò che succede, con il racconto, l’inchiesta, lo scavare nei fatti. Non giocare al massacro con le vite degli altri. Che hanno il diritto di non vedersi sbattuti in prima pagina solo perché al telefono hanno detto che ammazzerebbero volentieri la suocera. Altro che legge gogna. 

Eppure, con certi direttoroni in campo (pure quelli di centrodestra si sono allineati) la protesta è diventata subito bipartisan: destra e sinistra unite nello scandalo. Non solo: per la prima volta, in piazza (metaforicamente) ci andranno anche gli editori, terrorizzati di dover pagare salatissime multe se i loro giornali pubblicano l’impubblicabile.

Siamo al sindacalismo da fantascienza: lavoratori e padroni sulla stessa barricata. Inaudito: quando i giornali erano in bianco e nero questi amplessi di classe erano proibiti. Dovrebbero esserlo pure oggi. E noi giornalisti dovremmo sì scendere in piazza, ma per ragioni opposte: per spezzare il patto infernale tra cronisti e procure, per interrompere il cortocircuito tra informazione e pm. Io passo un verbale a te, tu fai una bella intervista a me. E l’imputato? Chissenefrega.

Se davvero è innocente, ci sarà sempre tempo (ma non spazio) per una veloce rettifica. Vien voglia di dare ragione a D’Alema e ripetere a certi colleghi quel suo inelegante, ma efficace, invito: "Andate a…".





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