PDL AD ALFANO & GOVERNO A LETTA/ Il suicidio “assistito” di Berlusconi

- Antonio Fanna

La questione dei gruppi parlamentari non costituiti indica che c’è una partita ancora aperta: quella per la leadership del Pdl. Alfano infatti non vuole la scissione. ANTONIO FANNA

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Nella rabbia che accompagna le sconfitte brucianti, i falchi del Pdl l’hanno già battezzato “governo Letta-AlFini”. Alfano come Fini, il traditore che osò sfidare il leader massimo e finì castigato nel dimenticatoio. Si illudono, i falchi, di avere perso ieri soltanto una battaglia, non la guerra. È ancora presto per dire se è davvero così, la giornata è stata drammatica e Silvio Berlusconi ha dimostrato di avere ancora qualche energia per reagire con mosse a sorpresa. Ma il destino dei falchi nel partito sembra segnato.

È stato il giorno più lungo nei quasi vent’anni del Berlusconi politico. Il giorno in cui, di fatto, ha perso la leadership assoluta del suo movimento, surclassato dall’uomo che egli aveva liquidato come privo di “quid”. Invece Angelino Alfano ha giocato una partita audace ma avveduta, carica di ragioni e forte nei numeri. Il segretario del Pdl ha radunato un gruppo di parlamentari sufficiente a garantire la sopravvivenza del governo di Enrico Letta, tra i 45 e i 50. Ha assicurato al premier e al capo dello Stato la loro fedeltà all’esecutivo in carica. Per sigillare questo impegno, ha promesso la costituzione di gruppi autonomi alla Camera e al Senato, condizione che affrancava il governo dai voti del Pdl.

La crisi di Berlusconi, personale e politica, è apparsa evidente nell’incertezza delle decisioni e nel repentino cambio di prospettive. Alle 11,30, dopo estenuanti tira e molla, il dado sembrava tratto: il Pdl compatto avrebbe votato la sfiducia. Un’ora e mezzo dopo era lo stesso Cavaliere a fare marcia indietro nel tentativo di non restare isolato. Fiducia a Letta. Come dire agli allibiti alleati del Pd: non mi avete ancora fatto fuori, sono sempre qui, dovete fare ancora i conti con me.

Nel discorso pomeridiano alla Camera, Letta ha colto il segnale. Ha distinto tra maggioranza dei numeri (quella allargata a Berlusconi) e maggioranza politica, senza il Cavaliere ma con Alfano. Ai voti dei falchi questo governo può rinunciare, ed era come liberarsi di una zavorra. Tant’è vero che il premier ha subito corretto il programma in materia fiscale: da Imu e Iva (le tasse sui patrimoni e sul consumo) l’attenzione è spostata sul cuneo fiscale, cioè le tasse sul lavoro.

Ma nel Pdl la partita è ancora apertissima. Alfano e i suoi non sono arretrati di un passo, costringendo Berlusconi a seguirli sconfessando i vari Verdini, Santanché, Bondi, Capezzone. I gruppi parlamentari autonomi non sono ancora stati istituiti. Alfano si è preso un po’ di tempo perché sta tentando un’operazione ancora più ambiziosa: prendersi non appena una fetta del partito, ma l’intero Pdl. Fare valere il suo ruolo di segretario e liberarsi dei coordinatori, messi da Berlusconi per ridimensionare Alfano.

Che la prospettiva sia questa, lo si evince dalle parole del ministro Gaetano Quagliariello il quale ha difeso Berlusconi (“ha recuperato su un errore che gli è stato fatto fare”) scaricando sull'”oligarchia” che l’ha circondato nell’ultimo periodo. Il problema del Cavaliere è aver isolato Alfano: “Un leader politico ascolta tutti − ha detto Quagliariello − ma nell’ultima settimana non è accaduto così; è stata ascoltata solo una parte che si è imposta anche sull’autonoma determinazione del leader”. Un modo per demolire non la figura del leader ma quella dei suoi consiglieri. Pare quindi di capire che la fronda dei gruppi separati, lo spettro della scissione, potrebbe rientrare se Alfano fosse definitivamente indicato come l’erede di Berlusconi, con veri poteri, garante e interlocutore del governo. Sarebbe la fine dei falchi, marginalizzati, ma anche la sostanziale premessa per l’uscita di scena di Berlusconi. Alfano non vuole uscire dal partito, vuole farlo suo. Anche perché la scissione comporterebbe complicazioni e liti interminabili, come per esempio l’uso del nome e del simbolo del Pdl, di proprietà di Silvio Berlusconi ma gestito dal segretario, cioè Alfano.

Conquistare il partito significa più facilità nell’attirare i “peones” del Pdl: un conto è accettare un cambio di leadership, un altro confluire in un nuovo gruppo. E un Alfano leader del Pdl al posto di Berlusconi significa per il governo maggiore ottimismo nel cammino delle riforme, che sarebbe più accidentato se Letta dovesse contare soltanto sulla pattuglia dei fuorusciti. Per questo Alfano si è preso tempo − e Letta gliel’ha concesso. In fondo chi esce vincitore dalla giornata di ieri è proprio il presidente del Consiglio, e il suo vice.

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