DIETRO LE QUINTE/ Consulta e Csm, il caos che prepara le urne

- Antonio Fanna

Con quella di ieri sera fanno 12. Dodici votazioni a vuoto per eleggere due membri della Consulta spettanti al Parlamento. Renzi è all’angolo, e il Nazareno sotto scacco. ANTONIO FANNA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Con quella di ieri sera fanno 12. Dodici votazioni a vuoto per eleggere due membri della Corte costituzionale spettanti al Parlamento. Le Camere sono bloccate da settimane in seduta comune per queste nomine sulle quali c’è l’intesa tra i vertici dei due maggiori partiti, Pd e Forza Italia, mentre il malumore serpeggia nella base dei rispettivi deputati e senatori. Un disagio trasversale, che percorre tanto il partito di Renzi quanto quello di Berlusconi.

Due conti per chiarire le idee. Pd, Forza Italia e Ncd contano 593 parlamentari. Ne occorrono 570 per raggiungere il quorum dei tre quinti necessario per eleggere i componenti della Consulta. Ieri sera Luciano Violante, candidato Pd, ne ha ottenuti 526 mentre Donato Bruno (Fi) 544. Lontani dal quorum anche i candidati a entrare come “laici” nel Consiglio superiore della magistratura. Il che conferma il malessere politico di fondo, slegato dai nomi di Violante e di Bruno, che aveva soppiantato Catricalà.

Dunque non è questione di nomi, improbabile che saltino. Il bersaglio si chiama Patto del Nazareno. Una fetta consistente del Pd e frange di Fi vogliono mettere in difficoltà i rispettivi leader. Tra i due, è Renzi quello messo peggio. Renzi fa il gradasso, ma in questa situazione dipende dai voti di Berlusconi: senza Forza Italia, nemmeno un Pd compatto modello falange macedone potrebbe fare nulla. I voti brutti sporchi e cattivi del Cavaliere sono necessari per la Consulta così come per le riforme. Questi 12 scrutini a vuoto mostrano tutta la debolezza di Renzi, incapace di comandare i suoi parlamentari e costretto a piegarsi ai capricci del vecchio leader ai servizi sociali. Niente male per il presidente di turno dell’Europa.

Al rottamatore, che rischia di finire rottamato, non resta che un’arma: lo spauracchio di tornare presto alle urne. Non è un caso che ieri, illustrando al Parlamento le promesse dei«millegiorni», Renzi sia tornato ad agitare lo spettro del voto politico anticipato se non si faranno le riforme. Paradossale ipotizzare elezioni a breve scadenza mentre si spiega un programma triennale. Ma il premier è costretto a minacciare di mandare tutti a casa perché le maniere forti sembrano le uniche in suo possesso per cavare qualcosa dal Pd.  

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