ITALICUM/ La spaccatura del Pd diventa legge

- Antonio Fanna

L'Italicum è legge: soltanto 334 voti a favore, 61 contrari (erano stati 38 la settimana scorsa), le opposizioni sull'Aventino. Mattarella? Ha già deciso. Il commento di ANTONIO FANNA

boschi_smorfiaR439 Maria Elena Boschi (Infophoto)

L’Italia ha una nuova legge elettorale e forse avrà anche un gruppo parlamentare in più, quello che Pippo Civati ha annunciato di voler costituire entro qualche giorno. Il voto di ieri ha sancito la vittoria di Matteo Renzi, perché aver approvato l’Italicum è senz’altro un successo, ma anche messo il sigillo sulla spaccatura interna al Partito democratico. Civati ha detto che non sosterrà più l’esecutivo di Renzi, che non si fida più, «se mi chiederanno ancora la fiducia non gliela darò» perché «quando ci si divide ci si divide».

I malumori sono pesanti nel Pd, come confermano i numeri della votazione: soltanto 334 voti a favore, 61 contrari (erano stati 38 la settimana scorsa quando il governo pose la fiducia), le opposizioni sull’Aventino. La vittoria di Renzi si è celebrata in un’aula mezza vuota, con gente come Bersani, Bindi e Letta che davano ragione a chi accusava il Pd di comportarsi come aveva fatto Berlusconi con il Porcellum.

In effetti le analogie con la legge elettorale varata dal centrodestra a fine 2005 sono numerose. Anche il Porcellum fu votato a maggioranza; anche allora il margine fu modesto, ancora più risicato di quello odierno (323 voti su una maggioranza di 316); e le opposizioni erano fuori dall’aula di Montecitorio a chiedere a gran voce l’intervento del Quirinale, dove Carlo Azeglio Ciampi stava terminando il mandato.

Insomma, la storia si ripete (o quasi, perché il Cavaliere non chiese la fiducia). E probabilmente si ripeterà anche nell’epilogo, cioè la firma del Colle, nonostante le incertezze che ci furono allora e ci sono anche oggi. Nel 2005 Ciampi aveva seguito da vicino l’iter legislativo intervenendo perché il Porcellum fosse modificato al Senato, con la trasformazione del premio di maggioranza da nazionale a regionale. E nonostante quest’attenzione, l’allora presidente impiegò otto giorni per la firma. Sergio Mattarella invece è stato eletto quando il complicatissimo percorso dell’Italicum era pressoché compiuto, e ha accompagnato questi ultimi mesi (in cui Renzi ha perso l’appoggio di Forza Italia sancito al Nazareno e ha fronteggiato la veemente contestazione interna) con un silenzio assoluto.

Ora tutta l’attenzione è concentrata sul Quirinale. Il presidente affronta il primo scoglio del suo mandato. Le opposizioni ricompattate (Forza Italia, Lega, Sel, M5S e i più coriacei tra i democratici anti-Renzi come Civati e Fassina) chiedono lo stop a una legge farcita di punti deboli: resterà a mollo per oltre un anno perché entrerà in vigore soltanto a luglio 2016 e nulla dispone per il Senato, aprendo interrogativi su che cosa succederebbe in caso di elezioni a breve scadenza.

L’Italicum ha bisogno di essere accompagnato dalla riforma costituzionale che rappresenterà un altro terreno di scontro parlamentare. Inoltre le preferenze vengono reintrodotte soltanto a metà e il mancato apparentamento tra liste al ballottaggio consegna di fatto il potere a un solo partito che potrebbe avere anche meno del 30 per cento: non è detto, infatti, che al secondo turno tutto fili liscio per chi ha vinto al primo.

Mattarella è dunque la grande speranza di quella minoranza interna al Pd che lo vedeva bene al Colle già nel 2013. Ma lo scenario di un rinvio alle Camere, o la firma accompagnata da un messaggio critico, sembra eventualità remota. Il presidente non ha mai rotto il silenzio e il suo entourage fa intendere che non c’è da aspettarsi sorprese. Mattarella non farà valutazioni politiche, rispetterà la decisione del Parlamento e asseconderà il percorso riformatore: questo filtra dal Colle. E il ministro Boschi, tornata a sorridere e ad apparire in televisione, ha confermato che Mattarella non si è mai fatto sentire e firmerà.

Dunque, la «ditta» Pd e le opposizioni non troveranno sponde al Quirinale. Per questo Civati non ha avuto remore a parlare di un gruppo autonomo. Tutta la vecchia guardia Pd minaccia «pesanti ripercussioni». Ma Renzi ha già fatto i suoi conti. L’opposizione interna non è compatta. E a fine mese si vota in sette regioni; gli basterebbe confermare l’attuale 5-2 per vincere e zittire i dissidenti; senza contare che in Campania la partita è aperta e forse anche nel Veneto della Lega divisa: se il centrodestra franasse sarebbe un vero trionfo per il segretario-premier.





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