NAPOLI/ Caro Maroni, ti spiego come liberarci dalla Camorra

Per Napoli occorrono leggi speciali che istituiscano in tutta l’area metropolitana un regime di polizia. Ma per ora siamo lontani da questo obiettivo

04.11.2009 -
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Immagine d'archivio

Solitamente Roberto Maroni, ministro dell’Interno, parla da uomo equilibrato, ma stavolta no. Ha parlato da uomo delle istituzioni, intese nel senso vecchio di “Palazzo”. Lo ha fatto biasimando la decisione della Procura di Napoli di pubblicare il video delle telecamere di quartiere che hanno ripreso la raccapricciante sequenza dell’omicidio a sangue freddo commesso da un killer della camorra contro un delinquente reo di qualche violazione degli ignobili codici di potere che regolano i rapporti tra le cosche, il tutto in pieno giorno, nel cuore della città, tra passanti indifferenti e nemmeno terrorizzati, all’apparenza.

 

Maroni sbaglia, ma forse sbaglia perché non sa cosa fare. A Napoli queste scene non accadono tutti i giorni, ma solo per fortuna. Per quanto ne sa e ne può l’autorità pubblica, potrebbero accadere assolutamente tutti i giorni. Qualcuno ricorderà una sequenza analoga, che risale al maggio di quest’anno: tre motociclette che s’inseguono in un vicolo del centro storico, cavalcate da killer che si sparano addosso, nessuna pallottola giunge a segno salvo un colpo vagante che fredda un passante, un musicista rumeno, che s’accascia dopo pochi metri percorsi barcollando, nella stazione della Ferrovia Cumana.

Anche a maggio, stesso contesto: passanti fuggiaschi o indifferenti, nessun presidio di polizia, solo telecamere gelide e distanti, il cui effetto deterrente, si direbbe, è uguale a zero per questi killer cocainomani, sicuri dell’impunità, pronti a tutto. Scene da film di Tarantino, che a Napoli sono all’ordine del giorno. Potrebbero, ripeto, accadere ogni giorno.

Sulle pagine de ilsussidiario.net chi scrive si è già espresso, e da meridionale: per Napoli occorrono leggi speciali, leggi che istituiscano in tutta l’area metropolitana un regime di polizia, un presidio permanente di ordine pubblico che prevenga queste aberrazioni e renda l’area infrequentabile per la camorra e per il suo esercito combattente, combattente contro lo Stato.

È chiaro, occorrono stanziamenti, occorrono soldi, ed è una necessità che questo nostro Stato, schiacciato da una montagna di debito pubblico e stretto dai parametri europei, non sa come accogliere. Ma se fossimo tutti d’accordo sul fatto che le leggi ordinarie non bastano per riannettere allo Stato, e al normale consesso civile, un’area del nostro Paese che ne è uscita, allora forse gli stanziamenti per la sicurezza e l’ordine pubblico, a Napoli in specie e al Sud in genere,  diventerebbero un’assoluta priorità del governo, al pari con i fondi per la ricostruzione in Abruzzo o l’erogazione delle indennità di cassa integrazione.

Ma se il ministro dell’Interno, pur solitamente persona saggia ed equilibrata, nega l’assoluta eccezionalità della situazione e critica chi, correttamente invece, ha ritenuto di diffondere quelle immagini raccapriccianti, è segno che siamo molto ma molto lontani dall’obiettivo.

 

Si fa presto a suonare la grancassa per gli arresti dei latitanti, compresi i boss del clan Russo. Ma la storia anche recente della lotta contro la delinquenza organizzata ci insegna ad essere prudenti, prima di esaltarsi, perché spesso – troppo spesso – i superlatitanti vengono beccati soltanto quando chi ne ha protetto e favorito la fuga prima e la clandestinità poi si è stufato di tutelarli o magari ha cambiato punti di riferimento. E allora l’arresto è facile, ma dimostra soltanto che gli arrestati non contavano più nulla…

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