TELECOM ITALIA/ Il “trucco” che beffa azionisti e consumatori

Ieri si è tenuto il Consiglio di amministrazione di Telecom che ha dato il via libera al progetto di “societarizzazione” della rete. Che merita però qualche revisione, come spiega ZACCHEO

31.05.2013 -
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Tutto deve cambiare perché tutto resti tale e quale. L’impressione degli addetti ai lavori più “scafati” di fronte alla delibera con cui ieri il Consiglio d’amministrazione di Telecom Italia ha dato il via libera al progetto di “societarizzazione” della rete è questa qui: un semplice gattopardismo per prendere tempo. Nell’interesse di chi? Sicuramente del management che deve difendere il proprio ruolo (e il proprio posto) sapendo di essere un vaso di coccio tra i vasi di ferro dei grandi soci in conflitto tra loro. Quindi, per l’azienda e per il Paese, un’altra occasione perduta? Probabilmente sì. E cerchiamo di capire perché.

Dunque, a cosa dovrebbe servire lo scorporo dalla rete? A due finalità, una tutta aziendale, l’altra sistemica. Quella aziendale è presto detta. Separandosi dalla rete (segniamoci bene quest’espressione: “separandosi”), Telecom Italia dovrebbe percepire dall’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) una serie di vantaggi tariffari connessi al fatto che finalmente l’ex monopolista cesserebbe di essere contemporaneamente il vettore unico del trasporto dei dati su rete fissa anche per tutti i suoi concorrenti. È chiaro questo passaggio? Oggi Telecom è il primo operatore del mercato telefonico fisso con circa il 66% di quota, ed è contemporaneamente fornitore di connettività a tutti i suoi concorrenti: chiaro che la cosa “puzza”.

Ecco: venendo meno questo vantaggio competitivo, Telecom dovrebbe ricevere delle “compensazioni” in denaro di tipo tariffario. Altro vantaggio: poiché la rete fissa ha davanti a sé almeno una decina d’anni di redditività sicura (poi, come vedremo, tutto andrà rivisto) potrà essere scorporata con, in pancia, una robusta dose dell’indebitamento del gruppo, che così graverebbe in misura assai minore sulle spalle dell’azienda di servizi. Chiaro? Due vantaggi, dunque, al prezzo di uno. Ma a una condizione… Quale?

Semplice: torniamo a quel “separandosi”. “Separarsi” non significa, come fino a oggi Telecom Italia e il suo capo Franco Bernabè continuano a ripetere, distinguere la società che eroga i servizi da quella che detiene la rete, ma con entrambe nello stesso gruppo, no! Significa che la società madre, Telecom Italia, cede a terzi il controllo della società che detiene la rete. Si separa sul serio! Perde, quindi, la possibilità di gestirla, ne diventa cliente al pari dei suoi concorrenti. Allora sì.

Questa condizione è necessaria affinché la separazione sia effettiva e davvero giovi all’azienda: infatti, fin quando Telecom Italia continuerà a controllare la sua rete, pur dopo averla scorporata in un’altra società, dovrà continuare a “consolidare” in bilancio tutti i suoi debiti, oltre 28 miliardi: troppi per essere rimborsati. Se invece lo scorporo sarà seguito da una cessione della società della rete ad altri azionisti, allora i debiti che Telecom riuscirà a infilarvi dentro usciranno, finalmente, dai conti della casa madre. Chiaro?

Ma non basta: la vendita della rete – e non soltanto il suo scorporo! – è anche la condizione necessaria affinché quest’infrastruttura fondamentale riprenda a crescere avvalendosi dei contributi di tutti gli attori interessati, primi fra i quali gli altri operatori: Metroweb, Fastweb, Vodafone, Wind, Bt… Solo mettendo insieme le forze (e i pezzi di rete) di tutti gli altri si otterrebbe la grande e capillare infrastruttura a banda larga di cui ha bisogno il Paese. Ma soltanto se non c’è più un unico socio forte di controllo, gli altri investiranno nella rete: altrimenti, diciamo la verità, chi mai metterebbe i propri soldi in una struttura destinata a rimanere nella proprietà di un altro, per giunta un proprio concorrente? E questa è la ragione per cui non solo lo scorporo ma appunto anche la vendita della rete è necessaria al Sistema Paese: perché permette che si riprenda a investire sulla qualità dell’infrastruttura.

Infine: solo vendendo la rete a una nuova proprietà, possibilmente nazionale e radicata almeno in parte nelle mani statali, si dà modo a Telecom Italia di scegliersi un nuovo padrone più consono alle sue esigenze di sviluppo. Non quindi una nuova Telefonica, desiderosa solo di stroncare sul nascere qualunque tentativo di offensiva competitiva di Telecom in Sudamerica o in Europa. Ma qualcuno disposto a investirci, forse anche i cinesi di Hutchison Whampoa, che sono interessati. E poi: siamo sicuri che vendere la rete fissa sia un autogol per Telecom, dettato insomma solo dalle necessità finanziarie? Chi dice che tra dieci anni la rete fissa sia importante (e quindi valga tanto) come oggi?

Dipenderà dai progressi che avrà nel frattempo compiuto la rete mobile. Che sta correndo a passi da gigante. Telecom valorizzi la rete fissa finché vale qualcosa. Meglio per lei, meglio per tutti. Ma per valorizzarla deve venderla, non soltanto scorporarla. È solo in caso di vendita che questo “gattopardismo” potrà essere riabilitato.

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