TELECOM/ “L’endorsement” che fa sperare l’Italia

Dopo il cda di Telecom Italia, spiega ZACCHEO, c’è da sperare che Vivendi, nuovo azionista di riferimento, possa portare gli investimenti di cui l’azienda ha bisogno

18.03.2016 -
Telecom_Torre2R439
Immagini di repertorio (Infophoto)

In gergo, gli analisti finanziari lo chiamano “endorsement”: è quando qualcuno dichiara il proprio forte impegno, la propria approvazione, su qualcuno o su qualcosa. È quel che ha fatto Arnaud De Puyfontaine, consigliere di Telecom Italia ed amministratore delegato di Vivendi che, al termine di una riunione “di passaggio” del consiglio d’amministrazione del colosso telefonico italiano, ha regalato ai cronisti parole inequivocabili: “Vivendi è salita al 24,9% di Telecom Italia perchè siamo in una società in cui crediamo e che ha un potenziale importante. Desideriamo essere nella posizione di azionista di riferimento”. Viva la faccia. Che i francesi fossero qui per comandare era chiaro. Il Sussidiario l’ha scritto e spiegato in tutte le salse.

In sé, niente di strano, né di negativo: anzi, forse, uno degli esiti migliori della brutta storia di soprusi di cui Telecom Italia è stata soprattutto vittima. Nel ‘99, l’Opa a leva dell’Olivetti dei “capitani coraggiosi”, benedetta dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema; poi la brutale estromissione di Pirelli dal ruolo-guida, reo – Marco Tronchetti Provera – di aver puntato esattamente alla stessa alleanza con una “big company” dei media che si è attuata oggi di fatto con Vivendi. E dopo la passiva gestione dell’esistente, incautamente affidata da Mediobanca agli spagnoli di Telefonica, ai quali di Telecom interessava solo la ricca partecipazione sudamericana e la possibilità di inibirne ogni iniziativa in Italia e in Europa. Tutto questo ha danneggiato in modo assai grave l’azienda e il sistema-Paese. Nessuno pagherà pegno, purtroppo. Ma il passato è passato, c’è ancora da curare il futuro. E oggi, finalmente, un padrone in Telecom che possa determinarne il futuro c’è, è forte e si sa chi è.

Alla fin fine, questa è una buona notizia. Certo, non tutti i francesi sono uguali. Alcuni hanno dimostrato con i fatti di saper rispettare i valori italiani e anzi di farli crescere, altri ne hanno fatto strame. I padroni francesi del genere dei Credit Agricole o delle Bnp Paribas ben vengano, visto che hanno preso due banche italiane medie e non brillantissime, Cariparma e Bnl, e ne hanno fatto due gioiellini. Quelli del genere Lactalis alla larga, visto che stanno cercando di spremere via da Parmalat tutti i possibili vantaggi che un azionista saggio non pretende da una propria controllata. A quelli di Lvmh ponti d’oro, rispettano le professionalità artigiane d’Italia e le valorizzano, rispettandone anche i brand; a quelli del genere di Seb, che hanno rilevato un brand mitico come Lagostina lasciandolo sostanzialmente a sonnecchiare, cartellino rosso…

Come si comporterà Vivendi con Telecom? Certo, non potrà fare neanche volendo peggio di Telefonica: impossibile. L’auspicio, che l’uscita di De Puyfontaine autorizza, è che s’impegnino realmente a valorizzare l’asset. A cominciare dal management: se non quello di vertice, il forte e competente middle management che ha fatto grande Telecom e la sua tecnologia. E le parole di De Puyfontaine incoraggiano in tal senso: “Di Telecom ci piace il piano, ci piace la società, siamo impegnati sull’Italia e vogliamo essere in grado di scrivere una bellissima storia per l’Italia e Telecom”. “Siamo qui perchè crediamo veramente nello sviluppo strategico di Telecom Italia”. Speriamo sia vero.

Per ora l’amministratore delegato Massimo Patuano non sembra effettivamente essere stato messo in discussione, nonostante le voci: “Finché non c’è qualcosa di negativo, è positivo”, ha detto al riguardo il consigliere di amministrazione di Telecom Italia, Tarak Ben Ammar, in quota Mediobanca ma su indicazione di Bollorè (padrone di Vivendi) a chi gli chiedeva se il ceo Marco Patuano godesse della fiducia del board. Non è probabile, però, che alla lunga il nuovo azionista di riferimento si tenga l’attuale capo-azienda: per molti versi, Patuano se lo meriterebbe, perché ha retto con dignità la posizione in anni durissimi, è stimato, serio, onesto; ma è improbabile. Molto più verosimile invece la permanenza di Giuseppe Recchi, presidente con deleghe, che è un manager e grand-commis internazionale, pieno di relazioni Oltreoceano, utili anche ai francesi.

Ma c’è un fronte cruciale sul quale andrà misurata la buona fede di Vivendi: quello delle finanze aziendali. Ieri, il cda avrebbe dovuto decidere se e a chi vendere la quota di Inwit, la società delle Torri di Telecom Italia, che sicuramente, a oggi, va venduta almeno in parte (e forse, ma dipende dalle offerte, per il suo 100%). Certo, questa scelta “dimagrante” va letta nel quadro delle attuali strategie del management, che sono quelle di ottimizzare la posizione finanziaria del gruppo, vendendo tutti gli asset “non-core” in grado di determinare una riduzione dell’indebitamento. Ma è sano, questo criterio? Indispensabile oggi, sì. Ad aver le casse più piene, però, Telecom potrebbe anche tenersele, le torri – di cui dovrebbe affittare l’uso, dopo aver venduto la proprietà. Sono, in fondo, il contraltare mobile della rete fissa, che il gruppo si guarda bene dal voler vendere.

Ecco, si vedrà se la presa di possesso del gruppo da parte di Vivendi, ormai è annunciata e rivendicata, segnerà per esempio questo genere di rinnovato impegno, anche finanziario, in Telecom. Per ora il colosso francese guidato da Vincent Bollorè soldi ne ha spesi (cash per rastrellare in Borsa il 16% del capitale sociale, visto che l’8% l’ha ricevuto da Telefonica come pagamento in natura di un asset vendutole), ma dentro Telecom non ne ha messi.

Ebbene: il management di Telecom, il suo personale, la sua tradizione tecnologica e in definitiva anche il suo mercato domestico, l’Italia, si meriterebbero di ritrovare dopo diciassette anni un padrone solvibile. Che sia la volta buona? Anzi: “est le bon moment?”

I commenti dei lettori