IL SUCCESSO DEI VERDI/ Anche la “generazione Greta” si piegherà all’austerity

- Andrea Pomella

L’Europa ha da tempo rinunciato ad ascoltare le proteste che non si esprimono nei formalismi a lei congeniali. Succederà così anche alla transizione energetica

Greta Thunberg
Greta Thunberg (LaPresse)

Polarizzazione e disgregazione. È questo lo scenario che sembrano offrire i gruppi presenti nel Parlamento europeo. Al momento risulta difficile capire a quali nomine porterà il gioco delle alleanze dei gruppi parlamentari, ma è fin troppo facile prevedere che alla fine a prevalere saranno gli interessi nazionali e che il protagonismo del presidente francese Macron si risolverà in un rafforzamento dell’asse nato ad Aquisgrana.

Uno scenario in cui all’indebolimento dei grandi partiti tradizionali non corrisponde l’emersione di alternative concrete capaci di esprimere una progettualità credibile. L’opposizione fra sovranisti ed europeisti ha di fatto fissato il dibattito su posizioni rigide che non ammettono posizioni terze o intermedie.

Il successo dei Verdi registrato durante le ultime elezioni europee potrebbe, però, aprire un varco in questo duopolio politico. Cosa ci sia dietro il successo dei Verdi, è relativamente poco importante. Che sia un’operazione di puro marketing politico o un’esperienza nata dal basso o più probabilmente una combinazione di entrambe le cose, non cambia il dato, al contempo innovativo e contraddittorio, di una forza che si è imposta ovunque nell’Europa settentrionale, operando uno storico sorpasso sui partiti tradizionali di centro-sinistra, mentre non è riuscita a imporsi nei Paesi dell’area mediterranea.

Per capire questo dato conviene riattivare le categorie che elaborò Albert Hirschman per descrivere le risposte che possono dare i soggetti sociali al progressivo declino di un sistema politico. Exit, voice e loyalty sono le possibili strategie individuali in un sistema aperto. Maggiore è la competizione fra gli schieramenti politici e maggiore sarà la possibilità di esprimere una exit, un’uscita, da un’organizzazione o da un’associazione, per rivolgersi a un’altra realtà innovativa o più accattivante.

Viceversa, minore è la possibilità di esercitare una exit – opzione possibile in un mercato concorrenziale – è più probabile che gli attori sociali esercitino la voice, che è, quindi, l’espressione della protesta, della volontà di cambiamento. Questo sembra essere il caso di chi ha deciso di votare per i partiti verdi: l’emergenza climatica viene percepita come una situazione senza vie d’uscita, un’ipoteca gravosa sul futuro. Ovvero il sentimento di un’urgenza che impone una radicale presa di posizione, richiesta che non a caso ha accompagnato l’ingresso delle nuove generazioni sulla scena politica.

Nel Nord Europa la “generazione Greta” è riuscita a far passare il messaggio che il cambiamento climatico è la vera crisi globale e che soltanto una decisa e rapida presa di posizione può salvare il pianeta. Indipendentemente dalla sensibilità ecologista di ciascuno, è innegabile il fatto che dopo anni di scelte politiche condizionate dalle necessità della contingenza e dalle continue emergenze, le istanze rappresentate dai partiti verdi riportano il dibattito su temi che finalmente vengono declinati sul medio e lungo periodo. Mentre gli ultimi sondaggi vedono i Verdi tedeschi addirittura migliorare i risultati raggiunti alle europee, tallonando (secondo alcuni) o superando (secondo altri sondaggi) la Cdu come primo partito, nell’area del Mediterraneo i partiti ambientalisti non sembrano poter promettere gli stessi risultati raggiunti nel Nord Europa.

Molti commentatori hanno ascritto la poca sensibilità ecologista degli elettori dei Paesi del Sud Europa a ragioni economiche e culturali. L’arretratezza economica e la scarsa propensione ad aggiornarsi avrebbero comportato per Paesi come l’Italia una scarsa attenzione a quelli che sembrerebbero essere i grandi tempi della futura agenda politica.

Tornando alle categorie di Hirschman, si potrebbe, però, sostenere che gli elettori italiani da tempo esprimono la loro voice, la loro protesta, scegliendo formazioni politiche che – verrebbe da dire, ammiccando a un lessico populista – si auto-rappresentano come anti-sistema. In definitiva la voice continua a esprimersi contro quelle forze che vengono percepite come un freno al cambiamento e quindi come un tappo alla rigenerazione del sistema. Una storia che viene dalla crisi della Prima Repubblica e che non ha alcuna intenzione di finire, generando proteste che progressivamente assumono toni sempre più verbalmente violenti e rabbiosi. La notevole fluidità del mercato elettorale sembra mitigare questa tensione protestataria, ma la strutturale mancanza di una realistica exit potrebbe essere la causa di una crisi irreversibile del sistema politico.

Al netto della visione politica che l’accompagna, il successo dei Verdi dimostrerebbe che la contrapposizione fra europeisti e sovranisti non ha congelato del tutto il panorama politico e che ci sono ancora spazi di manovra, a patto che ci si voglia sforzare di trovare nuove soluzioni. È difficile, però, ipotizzare che il successo dei Verdi nei prossimi anni possa consolidarsi in un trend su scala continentale.

In tempi di disillusione generalizzata, è giustificabile l’atteggiamento di chi, soprattutto dalle nostre parti, vede con qualche perplessità il successo dei Verdi. In tempi di mini-Bot e di incipienti procedure di infrazione, il Green New Deal auspicato da Alexandria Ocasio-Cortez sembra un miraggio e al contempo utilizzare le istanze green con speranza di aprire un varco nelle politiche di austerity è una possibilità che al momento sembra offerta soltanto ai Paesi nordeuropei.

La “transizione energetica” molto probabilmente fornirà l’occasione per una nuova politica industriale, ma l’emersione di campioni europei in grado di competere su scala globale nei campi delle energie rinnovabili e dell’economia circolare necessita di ingenti investimenti e di strategie di lungo periodo, cose che mancano ai Paesi come l’Italia, in cui la voice, la protesta, si è incanalata verso un tipo di politica che non riesce a esprimere una progettualità.

Al contempo, l’Europa ha da tempo rinunciato ad ascoltare le proteste che non si esprimono nei formalismi a lei congeniali; anche per questo motivo e con buona pace dei Verdi, il cambiamento di paradigma energetico molto probabilmente si concretizzerà all’interno degli angusti recinti dell’ordoliberalismo.

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