STORIA/ Risorgimento da rileggere dagli archivi, per riscoprire le nostre radici

- La Redazione

Il terzo millennio sta facendo giustizia delle menzogne che a partire dagli storiografi postunitari hanno infangato il Mezzogiorno. VINCENZO GULÌ mette in rilievo la floridezza della Napoli ottocentesca, grazie a una sinergia di Chiesa e istituzioni economiche

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Risorgimento Napoletano

Il terzo millennio sta facendo progressivamente giustizia delle menzogne che, dagli storiografi postunitari in poi, hanno lordato il Mezzogiorno d’Italia, con l’enfatica evidenziazione dei suoi difetti e il sistematico occultamento dei suoi pregi.
Sulle basi faticosamente erette dai coraggiosi revisori della storia risorgimentale (nati copiosamente nell’ultimo quarto del Novecento dopo la scelta fondamentale di confrontare i testi ufficiali con i dati archivistici), sta finalmente fiorendo una visione positiva di Napoli e del Sud del tutto inedita e talvolta insospettabile.
Il Regno delle Due Sicilie, con appellativi diversi ma con oltre sette secoli di storia nazionale unitaria da Ruggero il Normanno ai Borbone, coniugava, nel momento del suo massimo splendore cioè metà Ottocento, un’amministrazione pubblica capace di equilibrare due poli quasi inconciliabili per la maggioranza degli altri stati: efficienza economica e precetti della Chiesa Cattolica.
Come eminentemente teorizzato, sembrava che il progresso economico fosse esclusivamente connesso all’etica protestante (lo scrisse chiaramente Max Weber) relegando gli altri a ruolo di comprimari nell’inarrestabile boom del capitalismo. Gli “scrupoli” religiosi apparivano una remora fondamentale per rallentare lo sviluppo dell’economia. La serie eccezionale dei primati borbonici, segnatamente nel campo economico, va a smentire tali affermazioni.
Al momento della conquista piemontese dell’Italia il regno di Napoli aveva, con supremazia assoluta verso gli altri stati italici:
– Ammontare riserve auree banche centrali : 443,2 ml di lire oro (66,3 per cento dell’Italia)
– Monopolio mondiale dello zolfo, 90 per cento (industria bellica)
– Flotta mercantile (quattro quinti di tutta Italia)
– Compagnie di navigazione marittima: mediterranee e transoceaniche
– Numero di tipografie (solo a Napoli 113)
– Numero giornali e riviste
– Pressione fiscale lieve basata su soli cinque tributi (soprattutto la fondiaria sulle proprietà immobiliari anche ecclesiastiche) con primato tra le grandi nazioni
– Numero società per azioni
– Sistema pensionistico pubblico (col 2 per cento di ritenuta mensile) con primato tra le grandi nazioni
– Bilancio statale in pareggio
– Minor tasso di sconto (mai superiore al 5 per cento)
– Quotazione Rendita Napoletana alla Borsa di Parigi (120 per cento)
– Diffusione sportelli bancari
– Piano regolatore città di Napoli (con individuazione centro direzionale)
– Industria dei guanti (pelle di cuoio) con oltre 500mila dozzine esportate (primato mondiale)
– Industria della seta (da S. Leucio e da tutto il regno) con primato mondiale per qualità
– Saline (soprattutto pugliesi e siciliane) con primato tra le grandi nazioni
– Occupati nelle industrie:Nord-Ovest, 30,05 per cento; Nord-Est, 14,78 per cento; Centro, 14,12 per cento; Due Sicilie, 41,04 per cento.
Il tutto è riassumibile nel premio nel 1856 alla Mostra Internazionale sull’Industria di Parigi, quale terza nazione più sviluppata nel settore secondario dell’economia, e si aggiunge all’altra serie di primati dell’era borbonica economici (come la I ferrovia d’Italia e il I opificio metalmeccanico a Pietrarsa) e non economici (dall’arte alla scienza, dall’ecologia all’istruzione). Il tutto diventa più comprensibile se si pensa all’inesistenza di un fenomeno già assai diffuso nelle zone dell’Italia settentrionale ma assolutamente sconosciuto, perché non necessario, al di sotto del Garigliano: l’emigrazione.

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La scala crescente dei valori dell’amministrazione borbonica era economia-politica-etica (cattolica); mentre in Inghilterra (capofila dei paesi capitalistici) era esattamente il contrario.
A Napoli una scelta economica doveva rientrare nella politica seguita dal governo, costantemente ossequiosa al Vangelo e al Papa; invece a Londra la scelta mirava al massimo interesse del capitalista, anche deviando dagli schemi politici in atto e nell’ambito di un’etica protestante molto permissiva che, per esempio, non tutelava sufficientemente il lavoratore, con le piaghe dello sfruttamento minorile, delle donne e i problemi del proletariato (tutti inesistenti con i Borbone).
Chi si intende di analisi contabili andrà con il pensiero a costi di produzione forzatamente più alti a causa dei freni morali borbonici, con conseguente perdita di competitività sui mercati internazionali.
L’assunto più clamoroso dell’economia borbonica riguarda il fatto, dimostrabile con i dati statistici, che i prodotti duosiciliani facevano concorrenza per prezzi e qualità in crescenti settori di mercati, semplicemente perché il fattore lavoro, tanto a cuore ai governanti, era talmente efficiente da consentire un costo totale di fabbrica idoneo a reggere la concorrenza interna ed esterna.
C’era poi il settore commerciale in fortissima espansione che utilizzava una delle migliori flotte mercantili del tempo portando, con la bandiera borbonica, merci in tutti gli angoli del globo.
L’apertura del canale di Suez con Napoli in posizione ottimale, e la protesta montante del mondo operaio negli altri paesi industrializzati rappresentava un pericolo letale e immediato per il trionfo del capitalismo anglo-sassone, che aveva l’obiettivo di dominare il mondo.
Da ben più lontano e da ben più a nord viene pertanto il piano di "unificare l’Italia". Il Piemonte è solo lo strumento ufficiale, lautamente sorretto dalla finanza internazionale e dalla forza delle due grandi potenze (Inghilterra e Francia), per portare a compimento lo scopo del capitalismo: distruggere il regno borbonico di Napoli (spina nel fianco della sua espansione) con il pretesto dell’unità italiana ed eliminare il regno pontificio di Roma (naturale riferimento del mondo cattolico) con la scusa dell’obsolescenza del potere temporale dei Papi.
La strategia per annientare la plurisecolare indipendenza di Napoli fu studiata e attuata in un lungo periodo che corruppe molte colonne del regno, segnatamente in campo militare, sino a giungere a muovere i fili del capo dello stato maggiore gen. Nunziante.
Uno stuolo di autorevoli storici in centocinquanta anni ha caparbiamente tentato di dimostrare la maturità dei tempi per l’unità italiana, l’arretratezza dello stato duosiciliano, l’eroismo mitico dei conquistatori, la slealtà dei generali borbonici (pur lasciando fatti insufficientemente spiegati come l’emigrazione e la questione meridionale).
E’ venuto finalmente il tempo per contrapporre le mire egemoniche del capitalismo anglo-sassone, i primati integrali del regno dei Borbone, gli imbrogli internazionali anticattolici per fiaccare l’esercito e potenziare gli invasori (facendo stampare sui giornali il contrario), la lotta patriottica del popolo delle Due Sicilie, che si fece quasi sterminare per sua libertà ottenendo solo la taccia di brigantaggio e l’oblio delle future generazioni.

(Vincenzo Gulì)
 

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