Artigianato e informazione (due proposte anticrisi)

- La Redazione

Un settore molto importante della nostra economia sta soffrendo in modo particolare nell’attuale crisi, quello dell’artigianato, e dovrebbe essere aiutato in modo intelligente, come sostiene Roberto Alabiso.  

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Nell’attuale grave crisi, uno dei settori più colpiti è l’artigianato, composto in grandissima parte da imprese molto piccole. Si tratta di un settore estremamente importante per la nostra economia, di cui rappresenta un carattere particolare, e che potrebbe creare molte occasioni di lavoro, se opportunamente aiutato. È quanto sostiene qui di seguito Roberto Alabiso.

Cosa c’entra l’artigianato con l’informazione? Verrebbe da rispondere che sono due cose molto distanti fra loro. Certo, alcune riviste del settore e qualche giornalista appassionato di tanto in tanto spendono qualche parola sulla bellezza di alcuni mestieri antichi, affidati alle sapienti e callose mani di artigiani ormai ottantenni all’interno di botteghe che sono esattamente come quelle descritte nelle favole, ma che ancora resistono ad una maniera frenetica di lavorare che non lascia tempo o spazio neanche per pensare.

Questo è l’aspetto romantico, ma nell’opinione pubblica e nei media che costantemente e volentieri la sostengono, è radicata l’ idea che lavorare prevalentemente con le proprie mani, stimola l’evasione fiscale e l’idraulico o il meccanico, che ha frequentato forse la scuola dell’obbligo, ti può presentare una parcella degna di un cardiologo di chiara fama internazionale, senza ricevuta fiscale. Il cardiologo invece la fattura la fa sempre.

Per chi non lo sapesse, negli ultimi decenni, laboratori artigianali sono sorti per mano anche di ragazzi laureati o diplomati nelle accademie d’arte, che sono riusciti a inventarsi un lavoro, contribuendo come possono alla ricchezza del loro Paese. E in tanti l’hanno fatto, credendo che prima o poi ci si accorgesse di questa sana maniera di intraprendere. Alcuni hanno fatto la gavetta in altre botteghe per poi mettersi in proprio, sposarsi e farsi una famiglia. Questa capacità deriva dalla tradizione dei nostri padri e dei nostri nonni, che mai si sono tirati indietro dalla fatica che ogni onesto lavoro comporta. Oggi, l’ideale di vita più strombazzato in tutti gli show televisivi, ma anche su internet e settimanali, sono le miss, le veline, i tronisti, vincere al superenalotto, gratta e vinci e cose del genere. Quando apriremo gli occhi?

Certo se chiediamo al direttore di qualsiasi televisione o quotidiano, se è giusto prospettare sempre e solo ai nostri giovani modelli di vita dove tutto sembra patinato e senza fatica, ci risponderà di no, ma continueranno, per rispetto all’audience, a favorire determinati programmi e articoli. È opportuno ricordare in ogni caso, che fare la velina o il valletto comporta lavoro e sacrificio e di questo si accorge solo chi lo diventa, per gli altri rimane il mito del guadagno facile e del successo; così fare la commessa o l’artigiano sembrerebbe il fallimento delle proprie aspirazioni, prescindendo così dalla dignità che ogni lavoro consente.

Oggi e già da qualche tempo, tutto l’artigianato, in special modo chi realizza manufatti artistici, vive un momento di grande difficoltà; gli incentivi sono pressoché scomparsi e le tantissime piccole imprese, considerate alla stregua delle più grandi, sono oberate sproporzionalmente alle loro effettive dimensioni e capacità. Si continua a voler credere che queste possano farcela in virtù della passione di chi vi dedica tutto il suo tempo, senza conoscere malattie e nemmeno orari di lavoro, che per tutti sono garantiti rigidamente da leggi e sindacati.

Questa crisi, come già detto in altre occasioni, porterà probabilmente alla selezione darwiniana delle imprese piccole e medie, si veda anche un recente articolo su Il Sussidiario, come da sempre auspicato dalla grande industria e dalle multinazionali. Il carattere prevalente di questo tipo di imprese le rende meno omologabili ad un certo potere, che vede l’uomo soltanto come consumatore di beni e servizi. É in gioco la dignità della persona e della sua inventiva. Il Grande Fratello non è quello televisivo su Canale 5, ma il grande capitale in mano a pochi monopoli, che non aspetta altro che il campo sia sgombro da chi pensa ancora con la propria testa e non vede la felicità solo in un televisore al plasma o nella macchina ultimo modello.

Perché questa ipotesi nefasta venga scongiurata serve una coscienza viva e ravvivata, essere educati alla bellezza per saperla riconoscere. Gli occhi sono ingombri del brutto acclamato a gran voce e da grandi firme come nuova bellezza di questo millennio, basti ad esempio la chiesa di Fucksas a Foligno. Il potere ci costringe a pensare che l’alternativa alla crisi sia la multinazionale globale che dà lavoro a tutti, il capitalismo perfetto, unico distributore di beni e servizi per la nostra felicità, tutto uguale per tutti, e di questo non si rendono conto nemmeno i grandi professori di economia, forse i prossimi alla resa. Vanno quindi sostenute le iniziative di chi insieme avanza proposte sensate per arginare gli effetti negativi di questa grande crisi, che va vista anche come grande opportunità di rinascita delle coscienze e di un modo di vivere che metta in primo piano i reali e veri desideri dell’uomo.

Non intervenire ora significherebbe fare scomparire non solo una parte, ma tutto l’artigianato artistico e no, o meglio lasciarlo agonizzare, continuando a sfruttarne sino alla fine le poche risorse che gli rimangono per poi gettarlo ai pesci. Quindi ribadisco nuovamente le proposte anticrisi per l’artigianato:

1) É indispensabile, oltre che più giusto, pagare Inps, Irpef, Tarsu ecc. in proporzione agli utili, se questi ci sono e consentono la contribuzione. Inoltre gli utili dovranno avere una tassazione e contribuzione complessiva tale che rimangano per vivere nelle tasche dell’artigiano almeno 15 mila euro. Le pensioni saranno anch’esse proporzionali ai versamenti, uno poi è libero di versare di più, entro un tetto massimo.

2) Per i mestieri artigiani artistici si dovrebbe ridurre l’Iva o addirittura abolirla, per favorire la domanda di prodotti che subiscono, più di altri, il crollo della domanda.

Mi sembrano richieste sensate, come tanti altri provvedimenti che potrebbero portare ad una reale ripresa, anche se lenta e difficile, aiutando nell’immediato a fare fronte a questa situazione di crisi eccezionale. Tra l’altro incoraggerebbero i giovani, i più esposti nei prossimi anni alla bassa o inesistente disponibilità di posti di lavoro, a intraprendere nuove attività senza l’aggravio insopportabile di una serie di oneri che, se non pagati subito, arriveranno dopo tre quattro anni tutti assieme a mo’ di scure. Si potrebbero così mantenere aperti, anche se a minimo regime, laboratori artigiani poco disposti a indebitarsi ulteriormente senza vedere la luce in fondo al tunnel. La situazione è più grave di quanto si possa immaginare, i segnali non sono incoraggianti, la disoccupazione in Europa è al raddoppio; nei prossimi uno, due anni, sono previsti sino a 57 milioni di disoccupati, una intera nazione come l’Italia esclusi i familiari.

Occorrono reali misure per la salvaguardia di ciò che può resistere, senza distruggere il tessuto economico costituito da piccole e medie imprese in decenni di attività e che rimangono ancora come possibilità di speranza concreta esistente e visibile per molti giovani.

Se il Governo non prende in considerazione proposte simili è solo perché crede erroneamente, o gli conviene crederlo, che l’evasione fiscale sia maggiore o solo nelle piccole medie imprese; non vedo sennò altri validi e logici motivi, per preferire una impresa chiusa a una aperta, anche se con un rendimento minimo.

Roberto Alabiso, artigiano del vetro artistico

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