ILVA/ Il giurista: il governo ha torto, scudo penale necessario (e ora un decreto)

- int. Mario Esposito

L’unica àncora di salvezza sono “misure urgenti, probabilmente con ampie deroghe alle disposizioni in vigore”. Il caso Ilva è l’onda lunga del disastro europeo

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ArcelorMittal, lo stabilimento ex Ilva di Taranto (LaPresse)

Il caso Ilva è l’onda lunga del disastro europeo” dice al Sussidiario Mario Esposito, ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Lecce. Secondo il giurista lo “scudo penale” era necessario ed eliminarlo ha voluto dire mettere alla porta Arcelor Mittal. Che ha pienamente ragione di pretendere dallo Stato italiano il rispetto degli impegni. Adesso l’unica àncora di salvezza sono “misure urgenti, probabilmente con ampie deroghe alle disposizioni in vigore”.

Ma la vera sconfitta storica italiana, che culmina in quella, gravissima, di avere perduto l’acciaio, è un metodo di gestione degli interessi nazionali che ha completamente abdicato. “L’assetto costituzionale italiano post 2012 ha reso gli italiani soci di minoranza del proprio Paese”.

Il governo attacca Arcelor Mittal: “non esistono i presupposti giuridici per il recesso” dice il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli (M5s).

Non ho letto le carte. Però secondo Arcelor Mittal il contratto prevede, lo cita Il Messaggero questa mattina (ieri, ndr), che “nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la società abbia il diritto contrattuale di recedere dallo stesso contratto”.

Come commenta?

Pur a prescindere dalla possibilità di includere l’eliminazione dello “scudo penale” tra tali provvedimenti, quella clausola sarebbe indicativa della “sensibilità” del contratto alla condotta della controparte statale nell’esercizio dei suoi poteri normativi, anche rispetto a quanto prospettato in sede di negoziazione: difficile sostenere quindi che gli obblighi dell’acquirente siano impermeabili alle scelte legislative.

“Saremo inflessibili sul rispetto degli impegni”, ha detto Conte.

Lo stesso può plausibilmente sostenere Mittal. Tutti insistono sul fatto che la multinazionale deve rispettare il contratto, d’accordo, ma anche lo Stato deve farlo. Persino il sovrano legibus solutus era tenuto a rispettare le obbligazioni contrattuali, faceva notare Bodin.

Si continua a discutere dello “scudo penale”. Si è fatto bene o male a introdurlo?

Per rispondere occorre tenere conto della condizione “mostruosa” dell’Ilva di Taranto, non solo ambientale, ma normativa e giudiziaria al momento della sua vendita… Senza quella singolare misura, chi si sarebbe fatto carico della bonifica?

“Anche se la protezione legale fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto” ha fatto sapere la multinazionale. Lo si legge nell’atto di citazione di Arcelor Mittal depositato al tribunale di Milano. Vuol dire che è un pretesto per andarsene.

Benché non si possa escludere che alla base di tale posizione vi siano anche altri motivi, certamente l’atteggiamento ondivago dello Stato, e al suo interno il conflitto ormai quasi endemico tra i suoi poteri, ha offerto ampio e plausibile pretesto alla compagnia franco-indiana per determinarsi ad abbandonare l’Ilva. Introdurre lo scudo e poi ritirarlo è stata una di quelle condotte tipicamente italiane che ingenerano incertezza e confusione e che suscitano lo sconcerto internazionale. Ricordiamoci di Punta Perotti.

L’ecomostro di Bari?

Il costruttore si è visto risarcire 40 milioni di euro in seguito alla sentenza di condanna della Cedu verso lo Stato italiano per “incomprensibilità del quadro normativo”. Siamo campioni del mondo nel volere e disvolere, nello scrivere e sottintendere, nel fare norme vaghe, delegandone il riempimento alle sedi applicative. Ripeto, lo scudo penale può paragonarsi a quelle maxi-deroghe alle quali si ricorre nel nostro Paese ogni volta che si debbano affrontare questioni di grande rilievo e di grande complessità, per evitare le ricadute “randomiche” di un quadro giuridico e giudiziario estremamente insidioso: e qui si trattava di una situazione di ammaloramento, non solo ambientale, divenuto quasi endemico a carico di un valore industriale fondamentale come la più grande acciaieria d’Europa. Salvare dipendenti e indotto era la priorità, ed occorreva, come si era cercato di fare, mettere l’investitore in condizione di non doversi fare carico di conseguenze derivanti da cause che non ha concorso a determinare.

In questa vicenda dell’Ilva che ruolo ha avuto la magistratura?

Un ruolo oggettivamente esuberante: se Parlamento e Governo non riescono ad occuparsi di politica industriale e ambientale con razionalità e lungimiranza, lo fanno altri poteri, in questo caso la magistratura, agendo in supplenza. Con un problema enorme: toghe e procure non hanno né gli strumenti né i punti prospettici necessari per fare valutazioni di carattere politico.

Perché dice che il caso Ilva è l’onda lunga del disastro europeo?

Mi pare che il grave stato di decadenza in cui versa un asset italiano di grandissimo valore, anche e soprattutto strategico, faccia eco, e in qualche modo sia effetto, di un metodo di gestione degli interessi nazionali che affonda le radici addirittura nell’adesione alla Ceca. Rileggere a distanza di 70 anni i lavori preparatori del trattato Ceca, firmato nel 1952, è illuminante. I comunisti, antenati politici del Pd, fecero allora requisitorie durissime contro quello che ritenevano essere l’inizio di una svendita della siderurgia italiana al “cartello” industriale della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Per quali ragioni, secondo lei?

Ritenevano che perfino l’ingresso nella vecchia Ceca fosse una partecipazione affrettata, non ponderata; una sottomissione o un’abdicazione alla nostra politica industriale. Gli europeisti, ossia gli “universalisti” dell’epoca, prevalsero e il regime europeo odierno ne rappresenta la realizzazione per ora vincente.

La nazionalizzazione è impossibile?

Ammesso e non concesso che ci fossero i soldi per farla, stimati in un miliardo l’anno per tre anni, e che fosse possibile metterli a bilancio, temo che un provvedimento di questo genere incontrerebbe gravi resistenze in sede europea quanto alla valutazione degli aiuti di Stato, tanto più ove si considerino quelle modifiche costituzionali, che ho già richiamato su queste pagine, che hanno trasformato gli organi e il diritto comunitari in parte integrante del nostro ordinamento interno. Mi riesce davvero difficile immaginare una Ue compatta e unita a difesa di una scelta del genere, come è stato invece per gli aiuti di Stato ad Airbus.

Allora non è questione di regole, ma solo di peso politico.

Direi entrambe. L’assetto costituzionale italiano post 2012, con una forma di governo che poggia su due diverse “fiducie” (Roma e Bruxelles), l’una (Bruxelles) determinante e prevalente, rende, per così dire, gli italiani attraverso la rappresentanza parlamentare “soci di minoranza” del proprio Paese.

Veniamo ad Arcelor Mittal: ha ragione o torto nel volersi ritirare?

Ha corpose ragioni per dire che non ci sono – o, meglio, che siano venute meno – le condizioni di investimento inizialmente prospettate e dedotte nell’accordo stipulato. Che cosa si può dire della sua controparte? Quello che direbbe chiunque nel mondo: che è del tutto inaffidabile. È tema notissimo la riluttanza degli stranieri nel fare investimenti diretti in Italia, tanto più necessari a seguito della sciagurata liquidazione delle strutture portanti della nostra industria, a causa del timore di continue revisioni del nostro quadro normativo.

Un atto di sfiducia verso la classe politica che ci governa.

Sì. Plasticamente rappresentata da un Presidente del Consiglio che critica il Governo di cui è stato a capo fino a 15 giorni prima.

Poniamo di voler mantenere a tutti i costi la produzione, l’occupazione e l’indotto. Cosa dovrebbe fare il governo? Un decreto legge per ripristinare lo scudo penale? Intervenire sulla legislazione ambientale?

Dovrà mettere mano a misure urgenti, probabilmente ancora una volta con ampie deroghe alle disposizioni vigenti. Ma con quali garanzie di stabilità?

(Federico Ferraù)

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