ILVA/ Le domande in attesa di risposta per il futuro di Taranto

- Federico Pirro

La sentenza del Consiglio di Stato cruciale per il futuro dell’ex Ilva di Taranto è stata rinviata. Occorre intanto però un intervento più deciso dell’attore pubblico

Ex Ilva di Taranto
Ex Ilva di Taranto (LaPresse, 2019)

CAOS ILVA. Merita un’approfondita riflessione a nostro avviso il rinvio della sentenza da parte del Consiglio di Stato chiamato a esprimersi su quella del Tar di Lecce che, respingendo un ricorso di ArcelorMittal contro l’ordinanza del Sindaco di Taranto, il quale aveva disposto la chiusura dell’area a caldo in assenza di interventi per mitigare le emissioni nocive del Siderurgico, l’aveva confermata costringendo così azienda, Amministrazione straordinaria, Invitalia e per ultimo il ministero della Transizione ecologica a ricorrere al supremo organo della giustizia amministrativa che, peraltro, aveva già dato una ben motivata sospensiva alla sentenza del Tar salentino.

Ora, senza nutrire in alcun modo la presunzione di voler interpretare l’esatto pensiero dei giudici, chi scrive ritiene che al rinvio possano aver concorso alcuni elementi così riassumibili: 1) consapevolezza della natura tuttora pubblica di un compendio impiantistico che, senza l’area a caldo, subirebbe una lesione strutturale non solo del suo assetto produttivo, ma del suo valore intrinseco finendo così col danneggiare i creditori insinuatisi nello stato passivo dell’Amministrazione straordinaria chiamata, vendendo quegli impianti, a ristorare con il ricavo e sia pure in minima parte quegli stessi creditori; 2) eguale consapevolezza che una sentenza di dismissione dell’area caldo, con la conseguente minusvalenza che deriverebbe alla società tuttora pubblica, potrebbe indurre la Corte dei Conti a ravvisare un danno all’oggetto pubblico, interessato da una procedura pubblicistica come l’Amministrazione straordinaria; 3) constatazione dell’ingresso di capitale pubblico con un importo di 400 milioni nella società che oggi gestisce e domani acquisterà il gruppo Ilva, un ingresso oggi limitato al 50% dei diritti di voto, ma che dovrebbe il prossimo anno, previo versamento di altri 650 milioni, portare Invitalia ad assumere la maggioranza del capitale societario, come peraltro ha confermato il Ministro Giorgetti nell’ultimo incontro di venerdì con i sindacati, ventilando anche l’ipotesi che tale maggioranza possa essere acquisita anche prima del maggio 2022.

Ma un altro elemento che potrebbe aver indotto il Consiglio di Stato a procrastinare l’emissione della sua sentenza sarebbe individuabile nella volontà dei giudici di comprendere bene come intenda realmente muoversi il Mise e il Governo con i ministri competenti – insieme alla Presidenza del Consiglio – sul futuro assetto impiantistico dell’acciaieria di Taranto. Se infatti Giorgetti, sempre nell’incontro prima ricordato, ha ribadito che per il Governo la produzione di acciaio è strategica per il Paese e deve essere ecosostenibile, ricordiamo che il piano industriale a suo tempo concordato fra Invitalia e AmInvestco Italy prevede il rifacimento dell’Afo 5 entro il 2023, il mantenimento in esercizio dell’Afo 4 e l’introduzione di un forno elettrico da 2,5 milioni di tonnellate per raggiungere nel 2025 il tetto di 8 milioni di tonnellate di bramme, con la realizzazione di un impianto di preridotto.

Allora, a cosa esattamente si riferisce Giorgetti quando afferma che il “progetto del Governo per essere realizzato necessita di un periodo di transizione che va gestito così come dovranno essere gestiti gli esuberi che non potranno essere riassorbiti nel progetto stesso, ma che potranno essere tutti ricollocati data la disponibilità delle risorse necessarie?”. E per essere ancor più precisi, a Taranto si punterebbe, sia pure a medio termine, aduna soluzione full-electric, come propongono Danieli, Saipem e Leonardo, o invece – come sembrerebbe emergere dal memorandum fra Fincantieri, Arcelor Mittal e Paul Wurth Italia – a introdurre tecnologie innovative sugli “impianti esistenti”, ovvero a un assetto ibrido con un altoforno, magari il 5 ricostruito e ammodernato, e con non uno ma due forni elettrici, e un impiego massiccio di preridotto da prodursi a Taranto? Ma il già difficile andamento del mercato del rottame, necessario ad alimentare i forni elettrici, è stato attentamente valutato nelle sedi competenti, con il rischio concreto che possano generarsi tensioni sui costi di approvvigionamento per i forni elettrici di tutti gli altri acciaieri italiani?

Nel frattempo, da oggi al prossimo anno lo stabilimento ionico continuerebbe a produrre cercando di raggiungere a fine anno – come previsto nel piano industriale comunque vigente – 5 milioni di tonnellate di bramme con 4,6 milioni di tonnellate di ghisa? Nei primi 4 mesi del 2021 erano previste da Taranto spedizioni per 1,3 milioni di tonnellate, ma a consuntivo a quanto si è arrivati? Vi sono stati scostamenti rispetto a quanto previsto? E se sì, in che ordine di grandezza ? E il conto economico del sito come sta andando? È possibile allora che i Giudici amministrativi, a parte ogni altra questione di legittimità e di merito su ordinanze sindacali e ricorsi aziendali, possano non tenere conto di tutti gli elementi che riguardano l’assetto presente e futuro di un gruppo che, lo ripetiamo, è tuttora pubblico ed è gestito da una società che entro il 2022, o anche prima, vedrà il capitale pubblico in maggioranza? In altri termini, può un organo giurisdizionale dello Stato ledere con una sua sentenza un interesse pubblico, peraltro riferito a un impianto come quello tarantino classificato per legge “di interesse strategico nazionale”?

E circa poi gli esuberi cui allude il Ministro quanti dovrebbero essere e in quale assetto produttivo prescelto? E riguardo alla loro ricollocazione, se è certamente apprezzabile la dichiarazione di Giorgetti – che era affiancato nell’incontro con i sindacati dal collega Orlando – di poterli ricollocare tutti, bisognerà poi verificare con grande attenzione in quali specifiche attività produttive, in quanto tempo, in quali aree su cui si estende il bacino occupazionale del Siderurgico di Taranto, ove com’è noto lavorano migliaia di addetti della provincia ionica, ma anche del brindisino e del barese.

Intanto la situazione odierna nella fabbrica sotto il profilo delle relazioni industriali e della gestione degli impianti esige un’immediata e radicale inversione di marcia, riportando serenità nei rapporti fra management, dipendenti e sindacati e, soprattutto, avviando un grande e indifferibile programma di manutenzioni ordinarie e straordinarie degli impianti perché sono aumentati negli ultimi mesi gli eventi che hanno evidenziato l’urgenza di quelle manutenzioni. Bene, allora chi le programma, se il Consiglio di amministrazione non si completa con la delegazione dell’azionista pubblico che peraltro esprime il Presidente? È vero che il bilancio 2020 deve approvarlo ArcelorMittal, ma nel frattempo che succede in fabbrica senza che si faccia sentire alta e forte la voce di coloro che rappresentano l’azionista pubblico?

Non vorremmo insomma che accadesse a Taranto quanto avvenne nell’antichità a Roma durante l’assedio di Sagunto da parte di Annibale: mentre nell’Urbe si discuteva se intervenire o meno in sua difesa, Sagunto venne espugnata dal Cartaginese: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

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