IL CASO/ Bortolussi (Cgia): così la crisi delle famiglie mette a rischio le imprese

- int. Giuseppe Bortolussi

Secondo una ricerca di Censis-Confcommercio è aumentato il numero di famiglie che non riesce a coprire le spese familiari con il proprio reddito. Il parere di GIUSEPPE BORTOLUSSI

Spesa_Carrello_VuotoR439 Immagini di repertorio (Infophoto)

Una ricerca a cura di Censis-Confcommercio traccia un altro quadro deprimente delle condizioni economiche della famiglia italiana. Sarebbero infatti 4,5 milioni le famiglie, cioè il 18% del numero totale, che negli ultimi sei mesi non sono riuscite a coprire per intero con il proprio reddito le spese familiari. Questo sta portando alla crescita (dal 13% al 21%) di chi chiede di posticipare i pagamenti. Secondo Giuseppe Bortolussi, Segretario della Cgia di Mestre contattato da ilsussidiario.net, il quadro che viene a comporsi è desolante: «In Italia già c’è una povertà assoluta pari all’11% del popolazione. E’ chiaro che le famiglie cercano di posticipare i pagamenti, se possono. Si chiama capitalizzare la crisi: se non so come sarà il futuro tiro a campare evitando il più possibile ogni forma di consumo o posticipando i pagamenti». Per Bortolussi fino a quando il governo non capirà che bisogna cercare di lasciare in tasca alle famiglie qualche soldo invece di prenderli in giro tagliando l’Irpef e contemporaneamente alzando l’Iva, la situazionenon potrà che peggiorare.

Quasi cinque milioni di famiglie non riescono a coprire le proprie spese: che cosa le suggerisce questo dato?

Che siamo davanti a una ricerca da tenere in considerazione, però teniamo anche conto che in Italia c’è la povertà relativa assoluta, quella che arriva all’11%.

Cioè?

Ci sono milioni di persone e milioni di famiglie in difficoltà. Questa di cui parliamo è una ricerca molto specialistica che sottolinea che c’è un aggravarsi della povertà e in Italia e che la povertà è un dato di fatto reale, concreto.

Ci aiuti a capire cosa significa essere povero oggi in Italia.

In termini di povertà relativa  nel 2012  in Italia abbiamo registrato 2 milioni e 782mila famiglie e non è poca cosa. Significa infatti 8 milioni e 173mila persone. Questi dati coprono un periodo che va dal 2010 al 2011, un periodo in cui la cifra complessiva è rimasta alquanto stabile.  Nel 2012, invece, secondo i dati che arrivano la situazione sta ancora peggiorando. Se invece parliamo di povertà assoluta siamo davanti a 1 milione e 297mila famiglie cioè 3 milioni 411mila persone. 

Cosa si intende per soglia di povertà, oggi? 

Per rientrare nella fascia di povertà assoluta nel 2011 si prendeva un adulto fra i 18 e i 59 anni che vive da solo. E’ considerato assolutamente povero se la sua spesa è inferiore ai 784 euro mensili al nord in area metropolitana; 703 se vive in un piccolo comune del nord e 525 se risiede nel piccolo comune meridionale. 

Cifre che fanno pensare che non siano in pochi…

Sono milioni di persone, non è una cosa da poco. Poi c’è anche il discorso della povertà relativa dove si parla di 1011 euro per due persone. Quindi sono circa 600 euro e qualcosa per una persona sola. E’ chiaro allora che come dice la ricerca tutte queste persone negli ultimi sei mesi hanno fatto fatica a pagare. E dunque anche il dato di 4,5 milioni di famiglie denunciato nella ricerca rientra in questo discorso.

Quali sono le spese che intaccano di più il reddito familiare?

C’è un andamento molto preciso della spesa alimentare per la famiglia media che impegna circa il 19% della spesa totale. Nella famiglia più povera arriva a impegnare anche il 40% della spesa totale.

Del fatto che aumentano le famiglie che posticipano i pagamenti che ne pensa?

E’ quello che vediamo normalmente. L’Italia è maglia nera nei tempi di pagamenti non solo tra Stato e imprese, non solo tra azienda e azienda, ma anche tra privato e azienda. La crisi ha ingenerato un atteggiamento di attesa cioè la gente anche se ha i soldi non paga. Quando deve pagare uno se può ritarda. Si chiama capitalizzare la crisi. Se non so come sarà il mio futuro tiro a campare. E’ un aspetto non semplice da cogliere, ma c’è. 

Cosa comporta nel lungo tempo questo atteggiamento?

Comporta quello che abbiamo già visto, un aumento dei tempi di pagamento mette in grossa difficoltà anche le imprese. Questa è una crisi dei  consumi dalla parte della domanda, non dell’offerta. Si continua a sostenere che dobbiamo essere più competitivi: sì, va sempre bene essere competitivi, come va sempre bene esportare di più. Però questa non è una questione che riguarda la competitività delle nostre aziende.

Cosa è invece?

Il Pil scende perché mancano i consumi. Assistiamo a due fatti: la gente non fa più certe cose tipo ridipingere la casa, sistemare la macchina, quindi posticipa e non consuma; quando è costretta a fare certe spese non paga subito.

C’è uno spiraglio possibile per uscire da questa situazione?

L’unico spiraglio è che rischiamo andando avanti così di avere una bonaccia dopo la tempesta e basta. Diventerà un fatto naturale: finirà quando dovrà finire, perché non stiamo facendo niente in politica economica perché questa situazione finisca.

Che cosa suggerisce di fare a questo proposito?

Dovremmo incentivare i consumi, cioè lasciare nelle tasche della gente qualche soldo in più. Non fare come ha fatto il governo che con una mano ha abbassato l’irpef di 5 miliardi e con l’altra ha aumentato l’Iva per 6,5. Senza dimenticare la manovra su tetti e franchigie alle detrazioni.  Bisognerebbe dare ossigeno all’economia, mettere in tasca al reddito familiare dei soldi magari tagliando l’irpef senza aumentare l’Iva. 







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