IL CASO/ Italia, l’ultima “follia”: se crei lavoro ti (tar)tassano

Gli ultimi dati Eurostat dicono che l’Italia è il Paese europeo dove la pressione fiscale sul costo del lavoro è più elevata. GIUSEPPE BORTOLUSSI commenta questo dato

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O si rendono conto che il livello di pressione fiscale sul lavoro e sul totale complessivo è insostenibile, oppure il Paese sta veramente avvitandosi su se stesso. Saltano fuori notizie relative ai 17 Paesi dell’Eurozona, ma si possono ricordare anche i Paesi dell’Ocse. Restiamo al momento nell’Eurozona per quanto riguarda la pressione fiscale sul lavoro. L’ennesima conferma arriva da Eurostat. Nel 2010, in base ai dati resi noti , il peso “implicito”, ovvero tasse più oneri sociali, dello Stato sul costo del lavoro è salito dal 42,3% del 2009 al 42,6%. L’Italia è “maglia nera”, è il Paese più tassato, il Paese che punisce addirittura il lavoro. Nei 17 Paesi dell’Eurozona il tasso medio è stato del 34%. E le prospettive sono tutt’altro che rosee: il peso del fisco sulle spalle degli italiani è destinato a crescere di quasi due punti percentuali, dal 45,6% al 47,3%. Questo dice l’Eurostat. C’è proprio la classifica. Il tasso di imposizione implicita (rapporto tra imposte e carichi sociali pagati sul reddito del lavoro e il costo del lavoro) vede prima l’Italia, poi il Belgio, quindi la Francia, l’Austria. I costi inferiori sono stati registrati a Malta, Portogallo, Bulgaria e Gran Bretagna.

Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, ha scritto l’anno scorso un libro “Tassati e mazziati”, dove tutte queste cose e questi “record” italiani li aveva già spiegati. Oggi commenta con un sorriso amaro: «Fa piacere, si fa per dire, vederseli scritti questi dati. Sono tutti veri e sono veri sin dall’anno scorso. Guardi, io le faccio degli esempi di come si punisce il lavoro in Italia».

Quali?

Allora, un’impresa di una persona che lavora da sola ha una pressione fiscale del 46,5%. Una società di due soci, una società in nome collettivo, paga allo Stato il 49,9%. Un’impresa di due soci, dove lavorano 18 dipendenti ha una pressione fiscale del 63,8%. Questa è la pressione fiscale complessiva, che è diventata intollerabile. La sostanza che emerge è che lei più lavora più viene tassato.

È diventata veramente intollerabile la pressione fiscale.

Guardi che chi paga, paga già il 54%. Quello che mi permetto di dire è che va bene pagare le tasse, va bene combattere l’evasione, va bene fare interventi di questo tipo in un momento come questo. Ma una simile dieta alla fine non so proprio dove ti porta. E alla fine, dopo essere talmente spremuti, si vorrebbe anche capire bene dove vanno a finire tutti questi quattrini. Qui si sta facendo una cura dimagrante che lascia perplessi.

Per quale ragione, secondo lei, lascia perplessi?

Ma scusi, guardi solamente quello che stanno facendo gli Stati Uniti, che non sono certamente messi bene, con ormai un rapporto debito/Pil del 106%. Reagiscono con la liquidità, cercando di stimolare iniziative. Qui da noi quello che si punisce è soprattutto il lavoro, oltre al resto.

 

A suo parere questo tipo di politica economica non paga, in definitiva, è questo che mi vuole dire?

 

Questa tipo di politica economica può pagare in tempi lunghi, ma non riesce a reggere nell’immediato e a breve termine. E vale la pena di ricordare che a tempi lunghi, come diceva Keynes, siamo già tutti morti.

 

Significa per le piccole e medie imprese difficoltà che diventano spesso insopportabili.

 

Facciamo altri esempi, così ci rendiamo conto in che Paese viviamo, dove tra l’altro il fisco può fare degli autentici giochi di prestigio. Nell’area Ocse, tra i 30 paesi più ricchi del mondo, l’Italia brilla perché gli utili (sto citando un rapporto della Banca mondiale) sono tassati al 68%. Mi dica lei che voglia di lavorare può venire.

 

E deve ancora arrivare l’Imu.

 

Appunto, deve ancora arrivare l’Imu, pensi lei. Allora, facciamo un altro esempio. Tra la manovra di Tremonti e quella di Monti, una famiglia italiana pagherà in tre anni 8200 euro in più. Circa 2700 euro all’anno, mentre è rincarato tutto: bollette, benzina, “carrello della spesa”. Ci metta tutto. E faccia un calcolo comparativo. Una famiglia italiana con un imponibile di 30.000 euro, se è monoreddito, paga 5.000 euro, se in famiglia ci sono due redditi paga 2.800 euro. Il senso di questo non riesco a comprenderlo, forse qualcuno può riuscirci. In Francia la stessa famiglia paga 348 euro e in Germania, forse mi sbaglio, non paga nulla. Tragga lei le conclusioni di come si può vivere.

 

Ma ci sarà un’inversione di tendenza?

 

Lo spero, ma non credo proprio. Anzi quei dati che escono ora da Eurostat, a mio avviso, sono già aumentati almeno di due punti.

 

(Gianluigi Da Rold)

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