PIL -2,6%/ C’è una “arte” che può ancora salvare l’Italia

- int. Simona Beretta

All’orizzonte uno scenario di deindustrializzazione. Per salvarsi bisogna tornare a insegnare ai giovani l’arte del saper fare. Altrimenti, dice SIMONA BERETTA, moriremo in mano al terziario

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Industria in lombardia (Infophoto)

L’Istat ha certificato che, nel secondo trimestre dell’anno, il Pil è calato di un ulteriore 0,8% sul trimestre precedente. Il dato peggiora se confrontato sul medesimo trimestre 2011 (-2,6%).  Prosegue dunque il trend di decrescita costante in atto dalla fine del 2010. Ma non è tutto. Rispetto al trimestre precedente cala anche la spesa delle famiglie (-3,5%), con un -10% negli acquisti di beni durevoli. Un dato che influisce sul calo dei consumi (-0,7%) trimestre su trimestre. Tra le componenti della domanda interna, oltre ai consumi, calano anche le importazioni (-0,4%) e gli investimenti fissi lordi (-2,3%). Tengono soltanto le esportazioni con il +0,2%. In termini tendenziali, tuttavia, gli investimenti fissi lordi crollano del 9,5% sul medesimo trimestre 2011, trascinati al ribasso dalle flessioni nella spesa per macchinari (-10,4%) e negli investimenti in mezzi di trasporto (-22,4%). Giù anche gli investimenti in costruzioni (-6,3%) rispetto a un anno fa. Ilsussidiario.net, per meglio comprendere le dinamiche tendenziali che soggiacciono dietro ai dati sull’andamento del Pil e delle sue componenti, ha intervistato Simona Beretta, docente di Economie nazionali e finanza globale all’Università Cattolica di Milano. Il dialogo con lei è stato anche l’opportunità per ragionare sulla situazione globale dell’economia italiana e di quali interventi c’è bisogno per rimetterla in moto. «Serve una politica industriale che nel nostro paese manca da ormai quarant’anni», ha detto. Anche se la vere questioni decisive sono quelle del «passaggio generazionale» delle competenze e della valorizzazione del «sistema di ricerca scientifico universitario» e della «formazione professionale». Bisogna tornare a «insegnare ai nostri giovani a saper fare e fare bene». Solo così infatti si può raggiungere quella «svolta culturale» indispensabile all’Italia che è la «deterziarizzazione».

Che indicazioni si possono trarre dai dati dell’Istat?

L’indicazione più chiara che possiamo trarre è che occorre reimmaginare un futuro che motivi gli investimenti, i quali contribuiscono a loro volta a rimettere in circolo la possibilità di nuovi posti di lavoro, che a sua volta rimette in circolo la possibilità dei consumi. È inutile pensare che si possa ripartire dai consumi. Il calo dell’acquisto dei beni durevoli (-3,5%) dice che le famiglie stanno già tirando la cinghia e prima di cambiare il frigorifero ci pensano tre volte.

Come valuta il crollo tendenziale degli investimenti (-9,5%)?

Delle due componenti in pesante calo, quella che mi preoccupa di più è la riduzione dei macchinari (-10,4%), perché dimostra ciò che si sta profilando all’orizzonte per il nostro Paese, ossia una sorta di deindustrializzazione. Diventiamo sempre di più un Paese dove si commercia e si intermedia ma dove si produce pochissimo. Mentre c’è una cultura del “fare” che va recuperata perché è lì che possediamo eccellenze capaci di attestarsi anche in maniera solida sui mercati. Il dato sull’export che tiene (+0,2%) significa che c’è ancora qualcuno a cui interessa il genere di cose che sappiamo fare noi.

Ma il tessuto produttivo si assottiglia sempre più…

Certo. Ma se non c’è cura per le giovani generazioni non c’è futuro. Il tema vero è quello del passaggio generazionale, che è un dramma. Bisogna che i più vecchi trovino un modo di tramandare ai più giovani un “saper fare” aperto al modo di fare delle nuove generazioni. Ci vuole qualcuno che dica: “io ti insegno come ho fatto io, ma poi fai tu”. D’altra parte i giovani devono essere disponibili a imparare. Loro sono figli di una cultura della comunicazione totalmente diversa da quella dei loro padri. Bisogna tornare a insegnare ai giovani a lavorare perchè per troppo tempo si è sminuito il valore del fare, e del fare bene, mentre si è esasperato il valore di fare soldi. E così si è perso un tratto culturale che ora bisogna recuperare.

Serve una nuova politica industriale?

La politica industriale non la stiamo facendo da più di quarant’anni, dalla dismissione dell’Iri. L’ultima politica industriale che abbiamo fatto è stato smantellare, svendere. Non voglio parlare di corruzione, ma certamente poca lungimiranza economica c’è stata. Serve una politica industriale seria che sostenga le grandi industrie sistemiche e che curi quelle che una volta erano le nostre eccellenze, come i grandi impianti, l’engeneering, i desalinizzatori, le dighe… È da quarant’anni che non c’è una politica industriale che non sia il salvataggio angosciato della singola Ilva di turno quando tutti i problemi irrisolti di decenni vengono al pettine e ci si trova lì ad annaspare con la concertazione. Quella non è politica industriale.

Bisogna puntare su istruzione e innovazione dunque?

Il nostro sistema, pur vituperato, di ricerca scientifica e tecnologica di istruzione universitaria continua a produrre persone che occupano posizioni di rilievo a livello globale. Significa che abbiamo le condizioni per poter essere credibili nel momento in cui facciamo qualcosa di bello. Queste sono cose che non può fare un governo. Deve farle chi ci capisce tecnicamente e ci crede, ma certamente con tutto il supporto dell’apparato pubblico che in quarant’anni ha fatto da passacarte senza alimentare una visione strategica.

Tutto qua?

Serve anche che i giovani ingegneri non vengano assunti per l’ufficio vendite. E serve un tessuto di valorizzazione della formazione professionale intelligente. La deterziarizzazione è una svolta culturale prima che un fatto di decisioni politiche.

 

(Matteo Rigamonti)

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