FINANZA/ C’è una cura per le “imprese zombie”

- int. Gaetano Troina

Per GAETANO TROINA pretendere che le aziende in difficoltà siano lasciate fallire sarebbe come obbligare una vittima a riconoscere di essere carnefice di se stessa

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Quali sorti dovrebbero essere riservate alle aziende zoppicanti che, da sole, non ce la farebbero? Il Financial Times non ha dubbi: Michael Stothard, in un articolo intitolato Companies: The rise of the zombie, rilancia la classica tesi del liberismo più spinto: devono essere lasciate fallire. Tanto più che, in Europa, ci sarebbero centinaia di migliaia di imprese fortemente indebitate che riescono a sopravvivere esclusivamente grazie agli interventi dello Stato e alle riluttanza dei creditori a svalutare i propri debiti. Tra quelle messe peggio ci sono le italiane, assieme alle greche e alle spagnole; nonostante una su tre abbia bilanci in perdita, solamente 30 su mille dichiarano fallimento. Gaetano Troina, professore di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Tre, ci spiega come valuta l’ipotesi di abbandonare al proprio destino le imprese “zombie”.

Come giudica, anzitutto, l’analisi dello stato di salute delle imprese italiane?

Cominciamo col dire che le imprese, spesso, sono insolventi perché è lo Stato, anzitutto, a esserlo nei loro confronti. Non dimentichiamo, inoltre, che i debiti possono essere onorati se il circuito creditizio funziona. Ma il nostro sistema bancario ha chiuso i rubinetti, in base al principio per cui deve sempre prevalere il profitto immediato, anche a discapito degli altri.

Rispetto all’ipotesi di lasciare le imprese indebitate al proprio destino, lei cosa dice?

E’ la classica teoria del tradizionale capitalismo. Che, a oggi, assume tratti paradossali. Sono stati, infatti, i fenomeni più distorsivi del mercato finanziario a distruggere il mercato reale; ora, gli stessi esponenti della finanza pretendono che le imprese che tirano avanti alla meno peggio siano da considerare un ostacolo da eliminare. E’ come se tutti quelli che sono stati vittime del capitalismo finanziario più deleterio, dal quale già Pio XI ci aveva messo in guardia con la Quadragesimo anno, fossero obbligati a riconoscere di esser stati carnefici di se stessi.

Che un’azienda con debiti colossali sopravviva grazie al governo, tuttavia, non rappresenta una distorsione?

Le imprese non sono costituite esclusivamente da prodotti e capitale, ma anche e soprattutto dalle persone. La rivoluzione, caso mai, sta quindi nel tornare a pensare che al centro dell’economia c’è la persona, non il capitale, o il profitto voluto dal capitale. In questo momento, quindi, le teorie del mercato capitalistico a oltranza, così come quello secondo le quali tutto si possa risanare attraverso un intervento statale, rappresentano due estremismi opposti, entrambi sbagliati.

Qual è la giusta via di mezzo?

Una collaborazione fattiva tra Stato e privato che si mettono d’accordo per uscire dalla situazione disastrosa. Con la tacita regola che, trascorsa l’emergenza, ciascuno vada per la sua strada.

 

Concretamente, cosa propone?

 

Occorre riattivare il circuito economico. Il che è possibile esclusivamente alimentando il mercato del lavoro, e creando occupazione. Altrimenti, le aziende che vanno bene, a chi vendono? Se la gente non ha lavoro, non ha soldi e non consuma.

 

In che modo lo Stato può generare lavoro, senza cadere in logiche assistenziali?

 

Attraverso interventi di interesse pubblico che sfruttino le peculiarità del territorio. Nel caso dell’Italia, per esempio, il turismo – che potenzialmente è un’immensa fonte di ricchezza – è altamente sottovalutato. Molti musei sono chiusi, o non sono tenuti aperti nei giorni in cui l’affluenza sarebbe al massimo, ovvero nei festivi,mentre nei loro sotterranei e nei loro fondi giace inutilizzata una quantità impressionante di opere d’arte. Che non possono essere esposte perché mancano gli spazi e il personale per prendersene cura e custodirle. Si potrebbe, altresì, varare un piano di infrastrutture. Tutto ciò rappresenta, in sostanza, la riproposizione del mercato sociale.

 

(Paolo Nessi)

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