LA STORIA/ L’azienda tedesca che ha scelto l’Italia per “migliorare” le macchine

- int. Sergio Paganelli

Balluff è un’azienda tedesca che ha voluto investire anche in Italia e sarà presente alla Assise delle Macchine Utensili del 26 novembre. Ne parliamo con SERGIO PAGANELLI

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La sede Balluff Italy

Balluff è un’azienda europea fondata nel 1921 che ha sede in Germania, nei pressi di Stoccarda. All’inizio della sua attività si è occupata di produzione meccanica e nel 1956 è entrata nel mondo dell’automazione. Occupa circa 2300 persone in giro per il mondo e può contare su sette stabilimenti di produzione. In Italia è presente ufficialmente dal 1972, mentre nel 1996 è stata fondata la sede di Grugliasco, in provincia di Torino, che attualmente occupa una cinquantina di addetti. In questa intervista Sergio Paganelli, responsabile della filiale italiana, racconta lo sviluppo che l’azienda ha avuto in questi anni e spiega perché ai tedeschi interessava avere una Balluff italiana: «Nel miglioramento dei processi produttivi l’Italia ha un ruolo molto importante, non solo come mercato di sbocco, ma anche come attore del miglioramento».

Su cosa si concentra la vostra produzione?

Balluff produce sensori per automazione e sistemi in grado di risolvere problemi complessi nel settore dell’automazione industriale, tra cui ovviamente quello delle macchine utensili che rappresentano uno dei principali sbocchi dei nostri prodotti.

Può fare qualche esempio delle applicazioni più comuni?

Una delle più diffuse è quella dei Finecorsa Meccanici di Precisione, che a partire dagli anni ‘50 hanno rappresentato un punto di svolta per i costruttori di macchine, sia in Germania che in Italia. Per tanti anni sono stati un nostro cavallo di battaglia. E ancora oggi c’è chi li adotta, nonostante i nostri prodotti abbiano subito una notevole evoluzione grazie alle nuove tecnologie. Oppure.

Oppure?

Ci sono i sistemi di identificazione RFID che sono stati introdotti nel nostro programma nel 1983 e hanno esattamente 30 anni. Pur trattandosi di una tecnologia consolidata, oggi stanno trovando nuovi stimoli e nuove opportunità attraverso quella che viene considerata la quarta rivoluzione industriale, ovvero il passaggio dalla meccatronica ai sistemi cyber physics, nei quali gli oggetti e le macchine avranno la possibilità di trasmettere informazioni e prendere decisioni in modo autonomo. Proprio su questo tema, siamo stati presenti a un convegno organizzato da Ucimu per la fiera di Mecha-Tronika.

Perché ai tedeschi interessava una Balluff italiana?

Balluff si è sempre posta sul mercato come fornitore di componenti. Da qualche anno a questa parte stiamo invece cercando di offrire opportunità anche per quanto riguarda sistemi e soluzioni per migliorare i processi produttivi.

Cosa c’entra l’Italia?

Tre anni fa, nel 2010, Balluff ha acquisito la maggioranza di una piccola azienda italiana che sviluppava il sistema che oggi le consente, oltre che di fornire i componenti per la gestione dei sistemi RFID, anche di avere un’unica fonte per hardware, software, montaggio e training per i suoi sistemi. Sistemi che ovviamente possono essere montati su macchine nuove, ma che servono anche a diciamo “digitalizzare” macchine “vecchie”, già in uso. Per questo dicevo prima che miglioriamo i processi produttivi. Da questo punto di vista l’Italia ha un ruolo molto importante, non solo come mercato di sbocco, ma anche come attore del miglioramento.

 

Chi sono i vostri clienti più importanti?

Fortunatamente il nostro mercato è molto frazionato. Ovviamente i costruttori di macchine utensili e i fornitori di automazione: ad esempio, Comau per l’automotive; il Gruppo Coesia per il confezionamento; Scm, Bs e la System di Modena per le macchine del legno; della ceramica, dell’industria pesante come la Danieli di Udine. Spaziamo un po’ in tutti i settori dell’automazione dove è necessario l’utilizzo della sensoristica.

 

Si sente la crisi?

L’abbiamo sentita fortissima tra il 2009 e 2010. Poi ci siamo gradualmente riposizionati sui livelli pre-crisi del 2008. E in questo momento registriamo una leggera crescita. Purtroppo lavoriamo solo ed esclusivamente con aziende che esportano. I nostri clienti che sono principalmente costruttori di macchine e impianti in questo momento lavorano perché i mercati di sbocco sono all’estero. In Italia purtroppo gli investimenti in beni industriali sono decisamente ridotti.

 

Prospettive di sviluppo?

Finché tengono i mercati esteri… Recentemente si è tornati a parlare per la Cina di livelli di crescita intorno al 7-8%. Bisognerà vedere se quel dato è dovuto agli investimenti in beni strumentali o a una crescita dei consumi interni. Chi si è ripreso sono sicuramente gli Stati Uniti e anche la Russia è un mercato molto importante. L’Italia da questo punto di vista è sempre in prima linea. Purtroppo le aziende che non sono riuscite a internazionalizzarsi o hanno già chiuso o stanno soffrendo moltissimo.

 

Parteciperete all’Assise delle Macchine Utensili del 26 novembre?

Certamente. È fondamentale che i produttori italiani di macchine utensili e di beni industriali imparino a fare squadra. Dobbiamo imparare a essere presenti sui mercati esteri in modo diverso. Non solo attraverso le attività del singolo. Oltre all’Ucimu ci deve essere anche la presenza del governo: è necessaria la presenza dell’Italia come nazione. Non è possibile lavorare altrimenti. Altre nazioni hanno dimostrato di crescere e di consolidare la propria capacità di esportazione proprio grazie a interventi di questo tipo.

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