ITALIA IN (S)VENDITA?/ Loro Piana e grandi marchi, quando vendere ci conviene

- int. Paolo Preti

Secondo PAOLO PRETI, la vendita di grandi aziende agli stranieri può facilitare l’internazionalizzazione e consentire una sopravvivenza altrimenti negata dalle circostanze

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Louis Vuitton Moët Hennessy, ovvero Lvmh, continua a fare shopping in Italia. Dopo Bulgari e Fendi e la pasticceria Cova, come sappiamo anche Loro Piana è finita nelle mani del colosso del lusso francese, che ne ha acquistato l’80%. Fosse un caso isolato, neanche ci sarebbe da discuterne. Tuttavia, la tendenza sembra ormai da tempo consolidata. Tanto per citare qualche caso tra i più eclatanti, basti pensare alla Pernigotti,ceduta dalla famiglia Averna ai turchi Toksoz, alla Parmalat comprata da Lactalis, all’Algida e alla Bertolli finite nelle mani di Unilever, o al marchio Valentino comprato dall’emiro del Qatar. Ora Antoine Arnault, figlio di Bernard, patron di Lvmh, fa sapere che il gruppo francese guarda con interesse a molte Pmi del nostro Paese. C’è da chiedersi se l’Italia non sia diventata terra di conquista o se, tutto sommato, l’apporto di capitali stranieri, in questa fase di crisi, non sia da salutare benevolmente. Ne abbiamo parlato con Paolo Preti, direttore del direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi.

Come dobbiamo interpretare lo shopping dei colossi internazionali in Italia?

Il fenomeno è estremamente diversificato. Nel caso di Loro Piana, come di moltissimi altri marchi, specialmente operanti nel mondo della moda, si tratta del riconoscimento della grande capacità manifatturiera delle aziende italiane. Tant’è vero che queste restano in Italia con un management italiano. “Solo” la proprietà viene esportata, ma non viene scalfita l’occupazione, né il gettito fiscale (pagano le tasse in Italia) e neppure il marchio che, anzi, viene aiutato a internazionalizzarsi. Loro Piana sarà, quindi, sempre più conosciuto nel mondo con il suo nome.

Quindi, c’è da rallegrarsi di quanto sta accadendo?

Non proprio. Diciamo che è una partita finita alla pari. Il fatto che la proprietà passi in altre mani, non è certo di per sé positivo. Tuttavia, in un mondo globalizzato, dove l’economia è un flusso di vasi comunicanti, poco importa, tutto sommato, di chi sia la proprietà. Posto che, come le dicevo, siano rispettate le suddette condizioni.

Chi vende è in grado di porre queste condizioni a livello di vincoli contrattuali?

Non si tratta di vincoli contrattuali, ma del riconoscimento da parte di chi acquista della specificità italiana. Ovvero, della ragione stessa per la quale ha deciso di acquistare. In questi casi, preservare la territorialità del marchio è fondamentale.

Perché le famiglie originarie si trovano costrette a vendere?

Normalmente, perché non hanno eredi o perché non dispongono dei capitali adeguati per garantire il corretto funzionamento dell’azienda o, addirittura, la sua sopravvivenza. D’altro canto, l’obiettivo di un’impresa è la durata di medio-lungo periodo. Va anche detto che ci sono altri modelli di compravendita tra l’Italia e l’estero.

 

Ci spieghi.

Prendiamo il caso di Aku, azienda veneta di Montebelluno di calzature sportive, che ha venduto il 50% delle proprie quote a un’impresa canadese continuando, quindi, a detenere il controllo. In questo genere di acquisizioni, fattori quali l’occupazione, il marchio e il gettito fiscale non solo sono garantiti, ma addirittura rafforzati. L’azienda, sfruttando le conoscenze e le capacità del partner potrà migliorare le proprie performance.

 

Altri modelli?

Il terzo consiste nella vendita di rami d’azienda ricomprati in un secondo momento. Barilla o Manzotin hanno compiuto operazioni di questo genere. D’altra parte, le avventure imprenditoriali devono essere considerate come un film, non come una foto. Un quarto modello, poi, è rappresentato dalle aziende italiane che acquistano aziende estere. Una fattispecie di cui i giornali non parlano perché, semplicemente, si tratta di norma di compravendite tra Pmi, e non tra grandi marchi. Resta il fatto che, ogni 100 aziende che finiscono in mano straniera, 50 aziende straniere finiscono in mano italiana.

 

Esistono modelli del tutto negativi?

Direi il quinto e ultimo modello. Si tratta di tutti quegli accordi, mediati o invocati normalmente dallo Stato italiano, volti a far rilevare da gruppi stranieri aziende italiane decotte (mi riferisco, ad esempio, all’acquisizione della Lucchini dai russi di Severstal) o per risolvere vertenze locali, come nel Sulcis.

 

Perché questo modello la preoccupa?

Perché, in questi casi, le multinazionali comprano aziende svendute grazie all’intervento pubblico, restano finché ci sono incentivi quali il sostegno all’occupazione e, infine, vanno via per lasciare il deserto. Insomma, drenano risorse pubbliche senza costruire nulla. 

 

(Paolo Nessi)

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