ELEZIONI/ Così i soldi della Cdp possono aiutare le imprese

- int. Emilio Colombo

Secondo EMILIO COLOMBO, prima di parlare di prestiti o altre operazioni, sarebbe necessario che lo Stato liquidasse finalmente gli oltre 70 miliardi di euro che deve alle imprese

Operaio_CerchioR439
Infophoto

I temi della campagna elettorale sono quelli classici, con opportune varabili e sfumature che riflettono gli orientamenti di chi si prodiga nelle più disparate promesse: tra i tanti, spiccano la riduzione dell’Irap e dell’Irpef, la restituzione dell’Imu, le dismissioni del patrimonio pubblico, le modifiche alla disciplina sul lavoro e la contrattazione in Europa delle norme europee volte alla difesa dei nostri interessi. In sostanza, meno tasse, più lavoro, più sviluppo. In questa tornata elettorale, tuttavia, si aggiunge un argomento inedito: la Cassa depositi e prestiti. Tutti pontificano su come userebbero i 230 miliardi di euro provenienti dai libretti postali di 25 milioni di risparmiatori. Abbiamo chiesto a Emilio Colombo, professore di Economia internazionale alla Bicocca di Milano, quali sono, tra le quelle in campo, le proposte più sensate.

Monti suggerisce di utilizzare le risorse della Cdp per aiutare le imprese ad acquistare macchinari di produzione. Cosa ne pensa?

Sarebbe meglio che lo Stato iniziasse a pagare, tempestivamente, gli arretrati dovuti dalle pubbliche amministrazioni alle imprese. Sarebbe, infatti, surreale se la Cdp erogasse denaro, sotto forma di prestito, a delle imprese che stentano a sopravvivere perché lo Stato che gli eroga dei finanziamenti è lo stesso che è debitore nei loro confronti per più di 70 miliardi di euro. Spesso, le aziende sono costrette a indebitarsi per supplire ai mancati pagamenti.

Una proposta del genere è stata avanzata da Fare per Fermare il declino di Oscar Giannino. Una volta che il problema dei debiti fosse risolto, come considera l’ipotesi che la Cdp finanzi le piccole e medie imprese come propone Bersani?

Già esistono degli organismi preposti a un compito del genere: sono le banche. In tal senso, lo Stato dovrebbe limitarsi a metterle nelle condizioni di poter operare e impedire loro di effettuare operazioni particolarmente rischiose e problematiche. Il Governo, in sostanza, deve fare in modo che l’attività di erogazione di credito torni a essere quella prevalente. Non è un caso che tra i motivi principali della crisi vi sia il fatto che le banche hanno smesso di prestare soldi per puntare su investimenti e operazioni finanziarie. Su una questione di questo tipo, gli esecutivi nazionali hanno non pochi margini d’azione. Basti pensare alla Gran Bretagna, dove si sta cercando di tornare alla separazione tra attività commerciali e d’investimento rimossa negli anni ’90

Perché la Germania, in tal senso, non ha di questi problemi?

In Germania i bilanci delle banche sono stati resi più solidi dal grande apprezzamento del valore dei titoli di Stato che avevano in portafoglio, determinato proprio dallo spread. Gli istituti tedeschi, inoltre, hanno potuto finanziarsi a tassi molto più bassi di quelle italiane. La differenza, dopo l’operazione attraverso la quale Draghi ha consentito alla Bce di acquistare illimitatamente titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, è destinata, in ogni caso, ad attenuarsi. Ma prima che tali impulsi si trasmettano all’economia reale, passerà del tempo.

Che idea si è fatto, invece, della proposta di Berlusconi di finanziare la restituzione dell’Imu con la Cdp, in attesa di ottenere i concordato fiscale con la Svizzera?

Il pagamento dell’Imu è opportuno che non venga rimborsato. I nostri problemi relativi al debito e alla tenuta dei conti sono fuori discussione. Forse, Berlusconi dimentica che, solo un anno fa, vivevamo con il terrore del default. Per scongiurarlo, abbiamo dovuto aggiungere nuove tasse. Avendo ideato una finanziaria in pochi giorni, Monti non ha potuto fare altro che tassare i beni immobili. Pensiamo forse che, trascorsi 12 mesi, tutti i problemi siano stati risolti? Contestualmente, è irresponsabile affermare, come ha fatto l’ex premier, che dello spread non ce ne può importare di meno. Il 40% del nostro debito va venduto all’estero. E, a regime, 300 punti base di spread in più corrispondono a 55 miliardi di euro all’anno.

 

(Paolo Nessi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori