RIPRESA?/ Il “fantasma” di Berlusconi che blocca Renzi (e l’Italia)

- int. Enrico Colombatto

Per ENRICO COLOMBATTO, i nostri politici hanno come priorità la popolarità e non sono disposti a giocarsela per fare delle riforme strutturali. In questo Renzi non è diverso da Berlusconi

berlusconi_librovespaR439 Silvio Berlusconi (Infophoto)

«Renzi non fa nulla sul piano economico perché preferisce piacere anziché approvare le riforme. Per cambiare veramente le cose dovrebbe prendere misure impopolari che scontenterebbero molte persone». Lo afferma Enrico Colombatto, professore di Politica economica all’Università di Torino. La Commissione Ue che ha detto sì alla flessibilità, il Quantitative easing della Bce sembra ormai in arrivo, l’euro continua a svalutarsi e il petrolio ai minimi creano le condizioni ideali per fare le riforme.

Secondo lei, il governo approfitterà di questa occasione favorevole per cambiare le cose come ha promesso?

Le condizioni sono ottimali. Abbiamo da un lato il costo dell’energia che si è ridotto a causa del ribasso del prezzo del petrolio, e dall’altra un euro debole che dovrebbe aiutare le nostre esportazioni e i produttori nazionali che sono in concorrenza con gli esportatori extra-euro. Se non ci muoviamo ora significa che siamo proprio malridotti.

Lei è ottimista?

Solo in parte. Il bicchiere mezzo pieno è che siamo nelle condizioni migliori per poter ripartire. Il bicchiere mezzo vuoto è che se non stiamo partendo vuol dire che abbiamo qualche serio problema, tanto più ora che l’euro si è indebolito di quasi il 20% nell’arco degli ultimi nove mesi e il prezzo del petrolio è sceso del 50%.

Quanto sarebbe davvero complicato fare le riforme economiche?

Da un punto di vista tecnico fare le riforme sarebbe facile, ma ho l’impressione che manchi la volontà politica. Quando il governo Renzi si è insediato quasi un anno fa sembrava che avrebbe rivoltato il Paese come un calzino nell’arco di qualche settimana. In realtà, finora abbiamo visto abbastanza poco sul piano dei risultati. Se noi non siamo riusciti a fare quasi nulla nell’ultimo anno, in cui il governo aveva un appoggio quasi unanime da parte degli italiani, ho qualche dubbio sul fatto che si riesca a fare qualcosa nei prossimi mesi. Ha però ragione Renzi a dire che o ci riusciremo o siamo davvero nei guai.

Che cosa ha bloccato le riforme del governo?

L’impressione è che questo governo non abbia una visione economica in cui crede davvero, e su cui abbia voglia di impegnarsi e di scommettere la sua esistenza. Sistema fiscale, burocrazia e spesa pubblica sono tre elementi chiave necessari per il nostro rilancio, e su questo non mi sembra che il governo si sia dato particolarmente da fare. Si pensa a fare il Salva-Berlusconi, ma poi si ha l’impressione che la priorità per il governo non siano le riforme economiche.

Quali sono le ragioni di questa scelta di priorità?

Il nostro presidente del consiglio non ha una visione molto precisa su quello che vuole fare. È un ottimo navigatore politico, ha risolto molto bene i problemi nel suo partito, è riuscito a neutralizzare Grillo e Berlusconi, insomma è un animale politico di pregio. Ha però due carenze gravi: gli mancano una “ideologia” economica e la voglia o il coraggio di rischiare la propria popolarità per ristrutturare il Paese.

 

Renzi preferisce piacere piuttosto che fare le riforme?

Assolutamente sì, e del resto non rappresenta una novità: anche con Berlusconi è avvenuta la stessa cosa. Quando il Cavaliere nel 1994 prese le redini del Paese sembrava che dovesse cambiare tutto, e poi per paura di essere impopolare non fece nulla. Resta il fatto che i nostri politici hanno come priorità la popolarità e non sono disposti a giocarsela per fare delle riforme strutturali.

 

Chi bisognerebbe scontentare per fare le riforme economiche?

In prima battuta il settore pubblico. Se il governo riduce il ruolo di questo settore e la spesa che lo riguarda, i dipendenti statali non la prenderanno certo bene. Una riforma delle pensioni scontenterebbe chi riceve un assegno sproporzionato rispetto all’ammontare dei contributi nel corso della propria vita lavorativa. Riducendo le garanzie sul mercato del lavoro e introducendo la libertà di contratto, tutti coloro che sono di fatto non licenziabili vedrebbero intaccati i loro privilegi.

 

(Pietro Vernizzi)





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