“Indi, in tutta la vita c’è sempre la persona”/ Manifesto filosofi: “dignità intangibile in ogni condizione”

- Niccolò Magnani

Indi Gregory e gli altri: manifesto dei filosofi italiani sul valore della vita, “la dignità della persona vale in ogni condizione anche vegetative. Lo Stato non strappi la vita ai genitori”

Indi Gregory La piccola Indi Gregory con i genitori (profilo Facebook Simone Pillon, 2023)

IL MANIFESTO DEI FILOSOFI ITALIANI IN DIFESA DELLA DIGNITÀ DELLA VITA

In direzione ostinata e contraria: un tempo era Fabrizio De Andrè a “invitare” di non accodarsi alla massa, a quello che oggi chiameremmo “politicamente corretto”. Così fanno un gruppo di filosofi e associazioni italiane a corredo del “caso Indi Gregory”, la piccola bimba inglese di 8 mesi, affetta da una malattia mitocondriale, morta il 13 novembre scorso dopo lo stop ai trattamenti vitali imposti dai medici e dalla Corte Uk. «In tutta la vita c’è sempre la persona», così viene siglato il manifesto di studiosi e filosofo impegnati nella promozione del valore della persona, pubblicato dal settimanale del quotidiano Avvenire ”È Vita”.

Da Claudio Ciancio a Vittorio Possenti, da Luca Robin a Lucia Stefanutti, passando per Tommaso Valentini, Giorgio Rivolta, Renato Pagotto, Paolo Donà e tanti altri, comprese le associazioni “Edith Stein” e “Centro italiano di ricerche fenomenologiche”: sono tante le firme all’appello lanciato dopo i funerali di Indi Gregory, con l’intento di sottolineare i cardini della tradizione occidentale in merito al valore reale della persona. «La controversa vicenda di Indi evidenzia secondo noi il rischio di un eccessivo potere dello Stato nell’applicare il best interest di un minore», scrive il gruppo di studiosi nell’appello consegnato al quotidiano della CEI, «è una insidiosa invadenza nella giurisdizione dei genitori». Proprio per contrastare lo squilibrio tra il potere dello Stato e la potestà genitoriale, i filosofi affermano che la persone in condizioni considerate inguaribili (come Indi Gregory) «conserva la sua dignità ontologica e spirituale e che quest’ultima permane sempre a fondamento del diritto».

“LA CULTURA DELLA VITA”: L’APPELLO PER COMBATTERE IL DOLORE IN TUTTE LE SUE FORME

Viene definita «prassi nichilista indifferente» la vicenda che ha coinvolto Indi Gregory e prima di lei i vari casi Elfie Evans o Charlie Gard: per il gruppo di filosofi intenzionati a salvaguardare dal punto di vista della ragione e del pensiero il “valore della vita”, «affermiamo la validità di una prospettiva onto-assiologica dell’essere umano che lega inestricabilmente il valore della persona al suo stesso essere». Da questo emerge, in parole semplici, che la persona anche se ridotta alle sue funzioni vegetative «è molto più di ciò che manifesta attraverso i minimi atti che compie». Il suo valore infatti va oltre il mero dato “empirico”, ha dignità proprio in quanto creatura esistente, in quanto appunto “persona”.

La cultura della vita – secondo il gruppo di filosofi italiani – affonda le sue radici nel cuore della teologica cristiana: «Senza la riconduzione a questa sua matrice spirituale e trascendente, ciò che noi oggi chiamiamo “persona” sarebbe rimasto qualcosa di non definibile e il fatto che le persone non sono fenomeni semplicemente naturali non sarebbe stato riconosciuto». Gli studiosi “pro-vita” riconoscono poi come conquista della modernità il fatto che la dignità e intangibilità della persona «viene accolta anche dal pensiero laico»: al netto di ciò, concludono i filosofi, nessuno Stato può realmente arrivare a strappare con la forza un bimbo malato dalle mani dei genitori. «Una persona ridotta all’esercizio delle sole funzioni vegetative è pur sempre persona», scrivono nel manifesto i filosofi italiani indicando una lista di pratiche che vengono in soccorso alla “cultura della vita” in contrasto alle politiche eutanasiche per combattere il dolore in tutte le forme, «le cure palliative, l’accompagnamento della singola persona assistita e dei familiari/caregivers, la sedazione palliativa profonda, l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica medico-paziente anche attraverso la mediazione di specifici comitati etici».





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