ISTITUTI CONFUCIO/ “Nelle nostre università la Cina fa propaganda e ruba tecnologia”

- int. Antonio Selvatici

La Cina fa breccia nel sistema educativo italiano grazie alla nostra debolezza economica e strategica. Ecco il ruolo che giocano gli Istituti Confucio

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Sono presenti in almeno cento paesi al mondo, in tutto 450 campus universitari distribuiti a livello globale. In Italia gli Istituti Confucio sono dodici in altrettante università. Cosa sono? “Ufficialmente” ci spiega in questa intervista Antonio Selvatici, giornalista e docente al Master di Intelligence economica presso l’Università degli Studi di Tor Vergata, “hanno lo scopo di promuovere la lingua e la cultura cinese. Il problema sorge quando, dando un’occhiata ai loro corsi e programmi, si nota che argomenti come diritti umani, libertà religiosa, Tibet o Hong Kong non vengono mai trattati.

Quello che risulta evidente è che a essere veicolata è solo la versione ufficiale della Cina che sta bene al Partito comunista, quindi una informazione culturale distorta e falsificata”. Per questo motivo molti paesi, come Francia e Svezia, hanno chiuso gli Istituti Confucio presenti nel loro territorio, mentre in Italia questo non succede: “I cinesi seguono strategie che noi italiani non abbiamo, ma soprattutto hanno soldi da investire nella ricerca, che i nostri ministeri invece non hanno o non vogliono spendere”.

Non solo Istituti Confucio presenti nelle università, nel nostro paese ci sono anche scuole secondarie che cominciano a tenere lezioni di cultura cinese affidate a insegnanti cinesi. Di cosa stiamo parlando?

Gli Istituti Confucio nascono nel 2004 per volontà del ministero dell’Istruzione cinese, sono presenti in circa 100 paesi e in 450 campus universitari in tutto il mondo. Parliamo quindi di un progetto globale dove chi vi lavora viene pagato dalla Cina. Il dubbio che sorge, e credo sia legittimo porselo, è se l’obbiettivo dichiarato ufficialmente di promuovere lingua e cultura cinese nel mondo sia davvero tale, o se nell’informazione fornita si celi anche della propaganda.

Perché questo dubbio?

Tutti gli Stati al mondo hanno degli istituti di cultura all’estero, normalmente legati alle ambasciate, però appare ormai evidente che negli Istituti Confucio si trasmettono dei messaggi che possiamo definire di soft power.

Sarebbero?

Messaggi che cercano di convincere che le cose in Cina funzionano in un modo o nell’altro, sostanzialmente convincere della bontà della politica dello Stato cinese. La cartina di tornasole per verificare questo aspetto è una: volendo esprimerci in maniera polemica, domandiamoci se questi istituti possono organizzare dibattiti aperti a tutti che riguardano temi come la libertà religiosa, il Tibet, Hong Kong, Taiwan, la repressione degli uiguri e le attività di alcune aziende tecnologiche cinesi in Italia…

E le origini del Covid…

Esatto, dove e come è nato, se è made in China oppure no. Se poi ci si accorge che le attività didattiche non comprendono questi temi, scottanti ma importanti, allora si capisce che si è in presenza di una devianza. Non si parla di cultura, ma di propaganda.

Come mai in alcuni paesi sono stati chiusi, ma in Italia gli Istituti Confucio continuano a prosperare?

E’ significativo l’esempio della Svezia, dove questi istituti sono stati chiusi. La Volvo è di proprietà di una società cinese, è l’azienda leader di Stato, la bandiera del paese, ma a capitale cinese, eppure gli Istituti Confucio sono stati chiusi. Gli Usa sono stati molto chiari. Nel 2019, davanti al Congresso, l’ex direttore dell’Fbi disse che “offrono una piattaforma per diffondere la propaganda del Partito comunista, per incoraggiare la censura e per limitare la libertà accademica”.

E da noi?

In Italia sono presenti perché i cinesi hanno i soldi e in maniera intelligente e legittima seguono una loro strategia, noi no. Si infilano all’interno di università di eccellenza e sponsorizzano studi particolari. Abbiamo diverse università in cui ci sono in ambito tecnologico studi sovvenzionati dalla Cina. Mettiamoci nei panni di quel docente molto bravo che ha buone idee: riesce a raccogliere più facilmente soldi dalla Cina piuttosto che dal nostro ministero.

Un po’ inquietante, non crede?

Della tecnologia e del sapere prodotto, poi, ne beneficia la Cina, che è sempre alla ricerca di innovazione. Quello che non si dice mai è che si fa una indagine quantitativa e non qualitativa dei brevetti. Posso avere 10mila brevetti che poi tutelano innovazioni non geniali, o viceversa 10 brevetti che invece hanno un forte valore. I cinesi hanno bisogno di tecnologia e un modo per assorbire tecnologia dall’estero è proprio quello di infilarsi negli istituti di ricerca.

Si può dire che la forte presenza dell’immigrazione cinese nel nostro paese ha cambiato il nostro approccio al problema?

Sono due livelli diversi. Su tutti c’è un controllo, ma nelle Chinatown è più basso. Molti cinesi in Italia fanno del nero, tanto cheanalizzando la mortalità delle imprese cinesi a Prato, il 90% sono ditte individuali con una vita media poco superiore ai due anni.

Le aziende quindi fanno il nero anche così?

Già. Denaro che in parte gira e transita in Cina, ma questi soldi come fanno ad arrivare a Pechino? Una ipotesi è che vengano canalizzati tramite la banca di stato, la Bank of China, e che quindi la banca cinese in Italia faccia da collettore di questi soldi.

(Paolo Vites)

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