J’ACCUSE/ L’eterno Roman Polanski accende i riflettori sullo scandalo Dreyfus

- Carmine Massimo Balsamo

La recensione del film di Roman Polanski in concorso a Venezia 76: l’affaire Dreyfus, simbolo dell’iniquità di cui è capace il potere

j'accuse
J'accuse, una scena del film

J’Accuse (An Officer and a Spy) segna il ritorno dell’immenso Roman Polanski. A due anni di distanza da Quello che non so di lei, il regista 86enne ha presentato in concorso al Festival di Venezia 2019 la sua ultima fatica, tratta dall’omonimo romanzo del 2013 di Robert Harris. Il cineasta francese ha acceso i riflettori sul cosiddetto affare Dreyfus, il maggior conflitto politico e sociale della Terza Repubblica francese: Il 5 gennaio del 1985 il capitano Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo (Oceano Atlantico). Il giovane ufficiale dell’esercito francese viene accusato di essere un informatore dei tedeschi e punito per il reato di alto tradimento. Uno scandalo che scuote l’opinione pubblica, ma la promozione di Georges Picquart (Jean Dujardin) a capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato cambia tutto: il tenente colonnello più giovane della storia transalpina scopre che le informazioni riservate continuano a essere passate ai tedeschi e inizia a condurre un’inchiesta rischiosa per la sua carriera ma anche per la sua stessa vita…

Un film che parte da lontano, il primo progetto risale a dieci anni fa, e per il quale potrebbe bastare anche solo una parola: capolavoro, proprio come per Joker. Roman Polanski è uno degli ultimi grandi maestri di cinema e con J’accuse dimostra ancora una volta di poter dire la sua dietro la macchina da presa. Il regista polacco, naturalizzato francese, fa luce su uno degli scandali più grossi della storia della Francia: dal 1894 al 1906 Parigi ha vissuto un periodo di altissima tensione per il presunto tradimento del capitano alsaziano di origine ebraica Alfred Dreyfus, il quale era innocente. Il vero responsabile era infatti il colonnello Ferdinand Walsin Esterhazy (Laurent Natrella). L’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo, senza dimenticare l’egemonia dell’esercito: sono tanti gli elementi che hanno dato vista a questo affaire, che ha letteralmente diviso la Francia tra “dreyfusardi” e “antidreyfusardi”. Uno dei più celebri difensori di Dreyfus fu Emile Zola: nella storia l’editoriale dello scrittore francese intitolato “J’accuse” – da qui il titolo del film di Polanski – una lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure pubblicata il 13 gennaio 1898 dal giornale socialista L’Aurore.

Roman Polanski osa e vince: il regista decide infatti di non raccontare la storia dal punto di vista di Dreyfus, ma di spostare l’attenzione su Parigi, dove si “svolge l’azione”. La prigionia del capitano alsaziano nell’Isola del Diavolo avrebbe orientato il racconto su note drammatiche, esclusivamente sulla sua sofferenza: il cineasta di Rosemary’s Baby vira sul thriller e opta per il punto di vista del colonnello Picquart. Alsaziano come Dreyfus, Picquart è un uomo non sposato ma ha un’amante, Pauline Monnier (Emmanuelle Seigner), sposata con un alto ufficiale di Stato (Luca Barbareschi). Anche lui, come gran parte del popolo francese al tempo, è antisemita – più per tradizione che per credenza -, ma sarà proprio lui a salvare un ebreo dall’ingiustizia. Un personaggio affascinante e complesso, coraggioso a tal punto di sacrificare la sua carriera per la verità.

La verità e la giustizia anteposte all’esercito. Quando scopre che Dreyfus è innocente, Picquart prende il caso a cuore e lotta per scoprire la verità: è pervicace a tal punto di non lasciarsi intimorire dalle minacce dei suoi superiori, fino alla prigionia e all’accusa di tradimento perché ha scelto di seguire la coscienza e il bisogno di conoscere la verità piuttosto che obbedire all’etica militare. “L’esercito non farebbe mai errori”, afferma un suo superiore, che riflette il pensiero unico dell’epoca: l’esercito al di sopra della verità e della giustizia.

Roman Polanski, come dicevamo, si conferma uno dei più grandi di sempre: un thriller raccontato pressoché in soggettiva, lo spettatore condivide ogni passaggio delle indagini con Picquart. La regia è come sempre sopraffina: ogni scena come un quadro, ogni dettaglio deve essere perfetto. Il commento sonoro del premio Oscar Alexandre Desplat accompagna ritmo tambureggiante il susseguirsi del racconto, che vanta una sceneggiatura scevra di lacune. Notevole Jean Dujardin, tra gli attori più versatili del panorama internazionale. Breve ma intensa la presenza di Louis Garrel.

L’opinione pubblica che “crede” all’esercito, che si scaglia contro l’innocente Dreyfus e devasta la città durante le proteste: una lettura dell’effetto dei media che sembra chiamare in causa lo stesso Roman Polanski e le recenti – recentissime, ricordando anche le parole di Lucrecia Martel – polemiche mosse nei suoi confronti. La disinformazione e il pensiero unico, la presa di posizione senza dati oggettivi.

A proposito delle polemiche sorte all’inizio di questo Venezia 76 sulla presenza di J’accuse nella selezione ufficiale (la presidente di giuria Lucrecia Martel ha affermato: «sono una donna, non applaudirò Polanski»): bisogna sempre fare una distinzione tra l’artista e l’uomo. Oggi non parleremmo di Pier Paolo Pasolini, giusto per fare un esempio: come evidenziato giustamente da Alberto Barbera, la storia del cinema e dell’arte in generale è piena di artisti che hanno commesso crimini, ma non per questo abbiamo smesso di prendere in considerazione e ammirare le opere che hanno prodotto.

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