LETTURE/ Nel cuore del Medioevo “buio” un canto d’amore che dà senso al quotidiano

- Laura Cioni

A torto trascurata, la poesia di Venanzio Fortunato, spiega LAURA CIONI, è un canto d’amore terreno che unisce trascendenza e realtà quotidiana

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Miniatura medievale

Sono veramente secoli bui, quelli in cui dalle ceneri dell’Impero romano, con l’apporto del cristianesimo e dei Germani si andava a formare la civiltà europea. A scuola vengono del tutto trascurati: l’insegnamento della letteratura latina si spinge talvolta fino ad Agostino, la letteratura italiana inizia con il tredicesimo secolo.

Un vuoto di quasi nove secoli. Ma essi sono popolati da uomini e da donne, che hanno vissuto, costruito, amato e sono degni di essere ricordati. Venanzio Fortunato è uno tra i tanti. Originario della parte orientale dell’Impero, si guadagna la vita, a cavallo tra il sesto e il settimo secolo, facendo il giullare nelle corti. Canta per i re e per i loro compagni, ma non sono quelle composizioni orali a tramandare il suo nome: sono andate perdute.

Nei suoi spostamenti si trova un giorno a Poitiers, città regia, nella quale incontra Radegonda, sposa del re. Rimasta vedova, ella si ritira in monastero con un’amica. La fede delle due compagne conquista il cantore, che da allora vive accanto a loro, componendo inni in latino, come il Pange lingua e il Vexilla regis, tra i più belli della liturgia della Chiesa.
Nella sua produzione si trova anche una breve lirica in cui il poeta invia viole a Radegonda.

Se la stagione facesse fiorire candidi gigli
o ci fosse la bella rosa dal delicato colore rosso,
io cogliendole dal mio povero giardino
ve le avrei mandate volentieri come piccoli doni.
Ma i gigli mi mancano, come le rose:
ma chi offre le viole, offre con amore anche le rose.
Tra i fiori profumati che vi abbiamo inviato,
le viole purpuree hanno una nobile origine:
il loro colore viene dal manto dei re
e il profumo e il colore si arricchisce di foglie.
Vogliate accoglierle entrambe
e sia onore duraturo con il fiore il profumo del dono.

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La composizione è scritta in distici elegiaci, il metro che era servito in particolare ai poeti latini per cantare l’amore, segno del permanere della metrica classica in questi secoli così ricchi di produzioni quasi sconosciute. È un delicato omaggio, che in parte ribalta la visione di un medioevo schiacciato della trascendenza.

Il poeta onora la monaca, non dimenticando la sua dignità regale e le invia le viole, il cui colore ricorda la porpora che era fin dall’oriente la prerogativa dei sovrani. Il simbolismo medievale connette la viola all’umiltà. Quale omaggio più consono a chi aveva rinunciato agli onori terreni per nascondersi in un monastero?

La lirica è piena di colori e di profumi, di attenzione agli elementi della natura e rivela una rivalutazione del quotidiano che molta critica ha da tempo riconosciuto anche all’alto medioevo.
Si può considerare un’eccezione a quanto normalmente si sa sulla produzione della poesia latina medievale, nella quale la donna non è mai cantata e l’unico omaggio è rivolto alla Regina del cielo. Invece, sei secoli prima della poesia cortese e dello Stilnovo, un canto in latino offre fiori umili e profumati a una donna così ammirata da un poeta di corte, tanto da servirla per tutta la vita, imitandola nella fede.

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