LETTURE/ Cicerone insegna ai nostri politici come aspirare alla felicità…

- Laura Cioni

Secondo Cicerone ogni uomo ha ricevuto dagli dei con la vita non sono un dono ma anche un compito da assolvere. Se ne ricordano anche i nostri politici? Il commento di LAURA CIONI

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Roma, veduta sul Quirinale (Imagoeconomica)

In un recente articolo apparso su Vita e Pensiero Mary Ann Glendon espone la concezione politica di Cicerone, esaltandone la figura e ridimensionando i giudizi spesso malevoli sulle sue incoerenze. La studiosa mette in luce il contributo dato dall’oratore romano al mantenimento della res publica in tempi in cui essa virava pericolosamente verso la dittatura. Spesso la carriera di Cicerone ha visto improvvisi cambiamenti di rotta, per prudenza secondo alcuni, per opportunismo secondo altri. Egli stesso nell’epistolario riconosce di aver più volte fallito nel vivere all’altezza della sua visione politica. Essa è esposta con singolare precisione in un’opera che ebbe molto successo fin dal Medioevo e che è tornata in auge come lettura nei licei, il Sogno di Scipione, ultima parte del vasto e in parte perduto De Repubblica: si tratta di un’alta riflessione sull’uomo, di una immagine di individuo e di società impegnativa e attraente. 

Cicerone riprende l’idea platonica del corpo incarcerato nell’anima e con concretezza tutta romana non svaluta l’impegno per collaborare a una vita il più possibile felice sulla terra. Respinge ad esempio il ricorso al suicidio come ipotetico mezzo per raggiungere la felicità, in forza del munus che ogni uomo riceve dal dio che regge l’universo: tale parola in latino ha il doppio significato di dono e di compito da assolvere.  

Egli afferma che non solo i filosofi, una volta ritornati al dio che li ha generati possono vivere felici, ma che hanno questo privilegio anche coloro che hanno aiutato, conservato, accresciuto la res publica. La sua opera è rivolta al ceto dirigente romano, alle grandi famiglie senatorie e militari, in un contesto in genere incredulo dell’esistenza della vita ultraterrena. Cicerone aggiunge che per conquistare l’immortalità occorre coltivare la giustizia e la pietà.

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I Romani definiscono la giustizia con espressioni lapidarie. Alcune si possono leggere sulla facciata del tribunale di Milano: sumus ad iustitiam nati, neque opinione sed natura constitutum est ius (siamo nati per la giustizia e il diritto è stabilito non dal pensiero, ma dalla natura); iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere (le norme del diritto sono queste: vivere onestamente, non oltraggiare l’altro, rendere a ciascuno il suo).

 

Per pietas il mondo latino intende il legame riconosciuto che ogni uomo ha nei confronti dell’origine della vita, cioè verso i genitori, la patria, gli dei; esso genera atti che vanno oltre il vincolo giuridico. Non serve chiedersi se e in quale misura tali parole siano state onorate dal mondo romano. È più utile prendere atto che esse sono state coniate con un significato che in gran parte è rimasto nel nostro modo di pensare.

 

Un’altra parola di Cicerone più volte ricorrente nell’opera, gloria, induce a qualche precisazione. Con essa si indica certo il successo personale, ma oltre ad esso la potenza stessa della res publica di cui i Romani sono così fieri, perché in modo diverso tutti vi contribuiscono. Eppure nel testo il dominio romano che si estende per vasti territori, visto dalla prospettiva del cielo, è piccolo, risibile rispetto alla vastità dell’universo e delle terre ancora sconosciute. Quanto alla gloria personale, Cicerone scrive: “Dimmi, su quale valore poggia la tua gloria umana, che può durare solo una piccola parte di un singolo anno? Se tu vorrai guardare più in alto non ti metterai alla mercede delle chiacchiere della massa né misurerai il tuo destino dagli elogi che ottieni dagli uomini. La bontà deve attingere da se stessa il proprio incentivo verso la vera gloria”.

Una concezione che, benché spesso disattesa, ha prodotto frutti duraturi.

 

 

 

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