LETTURE/ Ci serve il cuore di Camus, ribelle alla “mortalità” del mondo

- Laura Cioni

Da Caligola al Primo uomo, le inquietudini di Albert Camus animano i suoi personaggi e ci raccontano la grandezza e le tentazioni dell’uomo di tutti i tempi. La lettura di LAURA CIONI

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Adriano, un uomo disilluso (Immagine d'archivio)

Nell’ultimo scritto di Albert Camus, Il primo uomo, ritrovato tra i rottami della macchina in cui trovò la morte, lo scrittore ricostruisce episodi della sua fanciullezza ad Algeri. Suo padre infatti, scomparso durante la Prima guerra mondiale, è ancora presente nei ricordi di chi l’aveva conosciuto in Algeria. Camus narra episodi della vita quotidiana, l’infanzia con la nonna, la povertà, la scuola e le amicizie, le tradizioni, i sogni, come il brano sul taglio dei capelli:

La madre di Jacques, era tornata a casa una sera fresca e ringiovanita e coi capelli tagliati, affermando, con una falsa allegria, dietro la quale traspariva l’inquietudine, di aver voluto far loro una sorpresa. In effetti fu una sorpresa per la nonna che si era limitata a dire, davanti a suo figlio, che adesso aveva l’aria di una puttana. Ed era poi tornata in cucina. Catherine  aveva smesso di sorridere, e sul suo viso si erano dipinte tutta la miseria e la stanchezza del mondo. Poi aveva incontrato lo sguardo del figlio, aveva tentato ancora un sorriso, ma le tremavano le labbra e si era precipitata piangendo in camera propria. Jacques le si era avvicinato. “Mamma, mamma”, aveva detto, toccandola timidamente con una mano. “Sei bellissima così”. Ma lei non lo aveva udito e, con un gesto della mano, gli aveva chiesto di lasciarla sola. E il ragazzo era indietreggiato fin sulla soglia e, appoggiato allo stipite, si era messo a sua volta a piangere d’amore e d’impotenza.

 

Camus solleva anche il velo sul suo segreto desiderio di vita:

quel cuore angosciato, avido di vita, ribelle all’ordine mortale del mondo, continuava a battere con la stessa forza contro il muro che lo separava dal segreto di ogni vita, con la volontà di andare più in là, di andare oltre, e di sapere prima di morire, sapere finalmente per essere, una sola volta, un solo secondo, ma per sempre.

 

Anni prima egli aveva per lungo tempo lavorato alla stesura di Caligola. Gli intellettuali contemporanei riconobbero, dietro la maschera del folle imperatore, la figura di Hitler ed è ben visibile in altri personaggi la coscienza lucida di chi, a quei tempi, pur consapevole della tirannide, non seppe opporvisi per la debolezza della propria identità culturale.

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Significativo, a questo proposito, il breve passo in cui il filosofo Cherea dichiara ai senatori, ormai decisi alla congiura per eliminare Caligola: “Devo riconoscere che quest’uomo ha esercitato su di me una innegabile influenza. Mi costringe a pensare. Costringe tutti a pensare”. Ovvero, la tirannide obbliga il pensiero a rendersi conto di un processo di cancellazione della libertà e a smascherarlo.

Ma per quanto interessante, questa lettura non rende del tutto giustizia a un testo che presenta ulteriori suggestioni. La celebre scena in cui Caligola esprime il proprio straziante bisogno di felicità, chiedendo la luna al suo confidente Elicone, sintetizza con efficacia altri tratti della figura dell’imperatore: la lucidità, la malinconia, una vergognosa tenerezza, il rimpianto dell’amore perduto, la spaventosa solitudine, il disincanto e la ferocia.

Un altro punto rivela la lucida analisi di Cherea, il quale smaschera il pericolo mortale dell’unità tra poesia e potere, elementi che spingono alla totale disumanità l’uomo che può fare ciò che vuole.

 

Attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c’è differenza. Io sono con voi, con la società. Non perché mi piaccia. Ma perché non sono io ad avere il potere, quindi le vostre ipocrisie e le vostre viltà mi danno maggiore protezione – maggiore sicurezza – delle leggi migliori. Uccidere Caligola è darmi sicurezza. Finché Caligola è vivo, io sono alla completa mercè del caso e dell’assurdo, cioè della poesia. Vedo sui vostri volti risentiti il sudore della paura. Anch’io ho paura. Ma io ho paura di quel lirismo disumano al cui confronto la mia vita non è niente. È questo il mostro che ci divora, ve lo dico io. Se c’è un solo individuo puro, nel male o nel bene, il nostro mondo è in pericolo.

 

 

 

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