LETTURE/ Da Dante a Kafka, la primavera rompe la scorza dell’apparenza

- Laura Cioni

Se per gli antichi e gli uomini del Medioevo la primavera è tempo di gioia comune del creato e pace, nell’uomo moderno si insinua un’estraneità

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Claude Monet, Camille Monet e un bambino nel giardino dellartista a Argenteuil, 1875

Lucrezio celebra l’arrivo della primavera come ritorno della generazione e della vita. Egli nota l’aprirsi della nuova stagione dalla luce più vivida e dall’accoppiamento degli animali. E si augura, anzi chiede a Venere, protettrice dell’eros e di Roma, il dono che a tale rinnovato fervore nella natura si accompagni anche una novità di pace per il popolo romano.

Gli antichi e in particolare il medioevo ritenevano che il mondo fosse stato creato in primavera; Dante comincia il suo viaggio nel giorno dell’equinozio e inizialmente spera di aver ragione della lonza proprio in forza del momento favorevole dal punto di vista astronomico.

Per la sensibilità moderna tale unità nella natura sembra rompersi. La percezione di un cosmo ordinato e concorde si indebolisce e si frammenta. Con intuizione tipicamente femminile la Compiuta Donzella di Firenze precede i tempi, scrivendo che i fiori e le foglie che allietano a primavera tutti gli innamorati per lei sono motivo di pianto: suo padre l’ha promessa a un uomo che lei non ama. Avviene dunque un distacco psicologico: la natura gioisce, la fanciulla piange. Secoli dopo, con maggiore profondità, Leopardi descrive la novella stagione con accenti di amante: Primavera dintorno / brilla nell’aria, e per li campi esulta, / sì ch’a mirarla intenerisce il core. E nello stesso tempo non può che annotare la sua solitaria e inspiegabile estraneità alla gioia comune.

Il tempo ciclico della natura sembra non accordarsi con quello della coscienza umana. Quando non è più evidente la dipendenza da un’unica paternità, diventa più difficile riconoscere la fratellanza delle creature. Ma non per questo l’armonia del creato cessa dall’offrire all’osservazione spunti per ripensare alla condizione dell’uomo.

Le gemme delle magnolie, ad esempio, già visibili sui rami in autunno, resistono durante tutto l’inverno, ricoperte come sono da una lanugine che le protegge dal gelo. La natura le provvede di forza e di resistenza; per mesi aspettano il tepore che permetta loro di schiudersi.

Il bene impiantato nella vita non è effimero; c’è anche quando è così nascosto da far dubitare della sua presenza. La verità, proprio perché ha la forza di ciò che c’è, rompe la scorza dell’apparenza e vince. E occorre il tempo perché si sveli, come per tutte le cose. Un dettaglio trascurabile del mondo naturale diventa l’occasione non tanto per un troppo facile sentimento poetico, quanto piuttosto per una certezza non dovuta, non scontata, resa solo più robusta dalle numerose conferme che il corso della vita normalmente porta con sé.

Forse qualcosa di simile intende Kafka in una pagina dei suoi Diari, quella del 18 ottobre 1921: Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, invisibile, lontanissima. E’ però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col giusto nome, viene.

E così persino questo frammento sorprendente in uno degli esponenti più grandi dell’aridità del Novecento, contribuisce a illuminare la sapienza di una preghiera ricorrente nella liturgia della Chiesa: O Dio, nostro Padre, unica fonte di ogni dono perfetto, suscita in noi l’amore per te e ravviva la nostra fede, perché si sviluppi in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza. Non è una formula di devozione, è una parola che chiama con il nome giusto le cose e chiede che in esse si sveli il bene.

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