TORO SCATENATO/ Il capolavoro di Scorsese sulla speranza di una redenzione

- Leonardo Locatelli

La vita come una lotta sul ring: la pellicola di Scorsese, spiega LEONARDO LOCATELLI, rispecchia il periodo che stava attraversando. La dura battaglia per diventare più umano

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«So, for the second time, [the Pharisees] / summoned the man who had been blind and said: / “Speak the truth before God. / We know this fellow is a sinner” / “Whether or not he is a sinner, I do not know,” / the man replied. / “All I know is this: / once I was blind and now I can see” John IX, 24-26 / the New English Bible // Remembering Haig P. Manoogian, teacher. / May 23, 1916 – May 26, 1980 / With Love and resolution, Marty». Una delle chiuse più giustamente famose di tutta la storia del cinema, la citazione dal Vangelo di Giovanni che conclude le potentissime e lancinanti due ore in bianco e nero di Toro scatenato (Raging Bull, 1980), dirette dall’allora trentottenne Martin Scorsese (nato Martin Marcantonio Luciano Scorsese a Queens, New York, il 17 novembre 1942) e dedicate alla parabola sportiva e umana di Jake La Motta, il “Toro del Bronx”.

“Con affetto e determinazione, Marty”. Un’accorata dedica da parte di un riconoscente allievo al proprio carismatico docente armeno-americano di Teoria del cinema alla New York University, improvvisamente venuto a mancare per un infarto: «Mi iscrissi […] specificatamente perché tenevano corsi di cinema, oltre ad altri corsi più generali. […] Chiunque può insegnare in due minuti come utilizzare una macchina da presa, ma Haig saliva in cattedra, teneva una lezione magistrale di un’ora e mezza e quindi proiettava un film. Una volta ci fece vedere Rapacità [Greed, 1924, ndr] di Stroheim e uno studente chiese come mai non vi fosse musica. La risposta arrivò immediata: “Credi che questo sia uno spettacolo? Vattene fuori!” Sbatteva fuori gli studenti, semestre dopo semestre. L’idea era che bisognava essere il più seri possibile; seri nel senso che si poteva discutere, ridere e scherzare a proposito del film, ma bisognava essere lì per amore del cinema». Un allievo, dunque, e un maestro che permette al primo di “vedere”. Già, ma che cosa?

Il film ha tagliato in questi giorni il traguardo dei trent’anni – è infatti uscito in anteprima nelle sale di Toronto, New York e Los Angeles venerdì 14 novembre 1980 – ed ecco come lo stesso Scorsese, ancora impegnato in una primissima fase della lavorazione, ne parla in un’intervista apparsa su “Positif” nel dicembre 1978: «Il tema del film è la sopravvivenza, di nuovo. La sopravvivenza su un ring. Combattimenti regolari, non ne esistono. Ho visto abbastanza combattimenti per esserne convinto. Voglio mostrare come un pugile impara a dominare l’odio e la violenza, come tenta di diventare un essere umano al di fuori del ring, come tutto congiura per impedirgli di fermarsi. Ciò non è diverso dagli altri modi di vita che conosco […] Come si può fermare tutto? Tutto si urta, si accavalla, si incrocia e finireste per uccidervi».

Alla fine degli anni Settanta il regista italo-americano sta attraversando il momento decisamente più nero della propria carriera, se non della propria vita: «Il fiasco di New York, New York (1977, ndr) era stato accolto con una sorta di esultanza a Hollywood. E io mi lasciai completamente andare, dicendo: “Su, avanti, scendiamo all’inferno, vediamo cosa succede…” In quel periodo ero ancora abbastanza giovane per pensare che non ne sarei morto. […] Arrivai al punto che quattro giorni su sette restavo a letto, malato, a causa della mia asma, della coca, delle pillole. Quattro giorni su sette! […] Pesavo quarantanove chili. […] Non riuscivo a ricompormi fisicamente e psicologicamente. […] Il mio corpo non funzionava più. Non sapevo cosa mi stesse succedendo. Stavo per morire, avevo un’emorragia interna ma non lo sapevo. Mi sanguinavano gli occhi, le mani, tutto. Sputavo sangue… ».

Sempre “Positif” lo intervista nel 1981 e sentiamo adesso come Scorsese ricorda il momento in cui Robert De Niro – che aveva perseguito con accanita determinazione la messa in immagini della biografia del “Toro del Bronx” – gli ha chiesto di prendere una decisione definitiva sul fare o meno questo film, mentre il regista si trovava ancora su di un letto del New York Hospital: «Era diventato ovvio. Quello che avevo appena passato, Jake La Motta l’aveva conosciuto prima di me. L’avevamo vissuto ognuno a modo suo. L’eredità cattolica, il senso di colpa, la speranza di una redenzione. Forse è pretenzioso parlare di redenzione. In fondo si tratta di imparare ad accettarsi. È quello che ho capito nell’istante in cui senza ben sapere cosa stessi dicendo, ho risposto di sì».

Ebbene, filtrato attraverso settimane e settimane di lavorazione (per complessivi due anni!), ciò che di queste dolorose esperienze personali si è poi mischiato alla biografia del pugile Jake La Motta ed è finito definitivamente montato su di una pellicola in bianco e nero (un azzardo pazzesco per l’epoca), è ormai unanimemente considerato come una delle migliori opere cinematografiche degli anni Ottanta (anche se l’atmosfera che vi si respira e la coraggiosa vitalità dell’impresa la collocano – almeno idealmente – negli anni Settanta), uno dei “classici” della storia del cinema. Una fatica che Martin Scorsese – durante la sua realizzazione – sentiva sinceramente di dover considerare come il suo ultimo film da regista e nel quale, proprio per questo motivo e per sua stessa ammissione, ha voluto mettere tutto quello che sapeva.

Con il passare degli anni e delle visioni davanti a questo “specchio” – nell’istintività, aggressività e paranoia di cui è intrisa la parabola del personaggio interpretato da De Niro – a chi scrive è sembrato via via di trovare dapprima riflessa l’irrimediabile descrizione del proprio umano limite, del proprio ineliminabile fardello. Successivamente accompagnata (nel punto più basso della caduta che vi è mostrata) da una solitaria, esplicita e commovente ammissione del proprio Male, che è allo stesso tempo una implicita invocazione di aiuto. Ed infine (ma questo decisamente più avanti nel tempo, grazie all’esperienza maturata nel frattempo) l’intravedere la possibilità che qualcosa renda almeno sopportabile – a se stessi e agli altri – lo squarcio ancora aperto di questa lacerante ferita.
Non possiamo affermare con certezza se questo è davvero tutto quello che sapeva Martin Scorsese. Ma personalmente non lo potremo mai ringraziare abbastanza per quanto è riuscito a metterci. Come uomo e come cineasta.

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