ANDREJ TARKOVSKIJ/ Rublev e l’arte che mostra il significato della vita

- Leonardo Locatelli

Trent’anni fa moriva il regista Andrej Arsen’evic Tarkovskij, che vent’anni prima aveva ultimato un film diventato poi il suo capolavoro. Ce ne parla LEONARDO LOCATELLI

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Una scena del film Andrej Rublev

Un giovane sedicente fonditore di campane, abbattutosi in mezzo al fango ai piedi di un palo, è scosso dai singhiozzi del pianto: «Mio padre non mi ha mai detto il segreto della fusione. Non mi ha mai detto niente. L’ha portato nella tomba!». Un monaco pittore, che quindici anni prima – scandalizzato dal proprio peccato e dalla violenza del mondo circostante – aveva fatto voto di non dipingere mai più e di osservare per sempre il silenzio, lo accoglie tra le braccia: «Adesso, non è più importante. È andato tutto bene. Ce ne andremo insieme. Tu fonderai campane e io dipingerò icone. Andremo alla Trinità. Guarda che festa. Hai dato loro la gioia e piangi? Basta. Non piangere. Basta… Basta…». Come poter scordare il finale di «una delle più alte pagine filmiche di epica del lavoro umano» (Morando Morandini) messe su pellicola? 

Trent’anni fa, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 1986, presso una clinica di Neuilly-sur-Seine, si spegneva per un tumore al polmone, diagnosticatogli un anno prima, il suo autore, il regista e sceneggiatore russo Andrej Arsen’evic Tarkovskij, che da allora riposa nel cimitero ortodosso di Sainte-Geneviève-des-Bois, non lontano dalla capitale francese. La moglie Larisa Pavlovna Egorkina – sposata in seconde nozze nel 1969 e che lo ha raggiunto nel 1998 a causa dello stesso male – respinse infatti l’invito delle autorità sovietiche di far rimpatriare le spoglie del marito perché venissero sepolte a Mosca: una decisione del tutto coerente con le scelte prese in vita da Andrej, che aveva dovuto realizzare da esule volontario le sue ultime due opere – Nostalghia (1983) in Italia e Sacrificio (1986) in Svezia. 

Vent’anni prima, nel dicembre 1966, si era tenuta al leggendario Dom Kino (“casa del cinema”) della capitale sovietica, la primissima proiezione assoluta del suo secondo lungometraggio (alla cui scena conclusiva si è fatto cenno in apertura), da molti considerato il suo massimo capolavoro: Andrej Rublëv. La prima versione del film – il cui montaggio era stato completato a fine luglio 1966 con il titolo La Passione secondo Andrej, dopo una laboriosa lavorazione protrattasi dall’aprile 1964 al maggio 1966 -durava 205 minuti. Richiesto dal Goskino (la Commissione cinematografica di stato, con funzioni di verifica dell’ortodossia socialista delle pellicole girate) di trarne un’edizione più corta, Tarkovskij preparò una versione di 186 minuti: quella che verrà mostrata in occasione dell’unica proiezione moscovita del dicembre 1966 e che resterà poi invisibile in patria per i successivi cinque anni, fino alla distribuzione con il titolo definitivo in duecentosettantasette copie nel dicembre 1971 (fatta eccezione per un’altra singola proiezione alla 22ª edizione del Festival di Cannes nel maggio 1969, fuori concorso, alle quattro del mattino, l’ultimo giorno di competizione: queste le incredibili condizioni poste dalle autorità sovietiche per la partecipazione). 

Il talentuoso e poco più che trentenne cineasta – figlio del poeta Arsenij Aleksandrovic e nato il 4 aprile 1932 in un piccolo villaggio sul Volga – si era lanciato su questa nuova opera reduce dal successo internazionale del suo film d’esordio, L’infanzia di Ivan (1962), vincitore del Leone d’oro alla 23ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ex aequo con Cronaca familiare di Valerio Zurlini. Così l’inviata Oriana Fallaci ne scrisse per “L’Europeo”: «[H]a 30 anni, è il più giovane regista dell’Urss, si chiama Andrej Tarkovskij e rimane simpatico per il suo corpo gracile, il suo visino bianco, malato, da primo della classe che s’è rovinato sui libri. […] [A]veva studiato sei anni all’accademia cinematografica di Mosca e frequentato la facoltà di regia: sei anni durissimi durante i quali ci si applica alla storia del cinema, del teatro, della letteratura, della musica, delle arti figurative. […] [E] quando gli chiesi se il suo film gli piaceva rispose: “Oh, no!”. “Come ha detto signor Tarkovskij?”. “Ho detto che non mi piace, madam”. “E perché non le piace signor Tarkovskij?”. “Perché non c’è nulla di geniale, madam: solo un buon compito in classe. Non ho detto nulla di ciò che avrei voluto dire e il poco che ho detto l’ho detto male”». 

Al di là di tutte le possibili battute a caldo di carattere festivaliero, quello che aveva da dire l’ha certo affidato alla pellicola successiva, aperta e chiusa da un prologo e un epilogo (uniche riprese a colori in un film in bianco e nero, dedicate ai dettagli di alcune delle opere del vero Andrej Rublëv) e scandita da otto «episodi-novelle» (un termine usato dallo stesso regista e sceneggiatore): “Il buffone – 1400”, “Teofane il Greco – 1405”, “La Passione secondo Andrej – 1406”, “La cerimonia – 1408”, “Il Giudizio Universale – 1408”, “L’incursione – 1408”, “Il silenzio – 1412” e “La campana – 1423”. Da notare una curiosità legata a quest’ultima, famosa sequenza. Nella versione in lingua originale, poco prima che il maestoso e profondo suono del rintocco della grande campana appena benedetta si sparga all’intorno, si possono udire due dei personaggi a cavallo che accompagnano il Principe – evidentemente dignitari o ambasciatori di una corte straniera – commentare in italiano la scena che si para davanti ai loro occhi: «Mah! Chissà cosa ne salterà fuori da tutta questa baraonda. Tu cosa ne pensi? Secondo me non ne uscirà un bel niente. […] Suvvia, dai un po’ un’occhiata a tutta questa roba! Cosa ne dici di questi straccioni, di questa goffa impalcatura! Ma no! Giuro su Maria Vergine che questa campana non suonerà! Ma non potrà affatto suonare!». 

Una voce tanto al di fuori delle vicende della Rus’ quanto quella del Rublëv in celluloide ne è invece in tutto partecipe, rendendo ancor più profetico il conclusivo “miracolo della campana”: come Tarkovskij scrive nel suo “Scolpire il tempo”, «[l]’arte esprime tutto ciò che v’è di migliore nell’uomo: la Speranza, la Fede, la Carità, la Bellezza, la Preghiera… […] Essa è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’Amore e il Sacrificio».

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