ROBERT ROSSEN/ Una vita tra film e “gogna” che ha arricchito il cinema

- Leonardo Locatelli

Il 18 febbraio del 1996 moriva a soli 58 anni Robert Rossen, sceneggiatore e regista che è stato anche denunciato per propaganda comunista. Il ricordo di LEONARDO LOCATELLI

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Una scena del film Lilith

In questi giorni è in sala in Italia L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, il racconto dell’amara, lunga odissea toccata (anche) al prolifico sceneggiatore statunitense del titolo che ai tempi della cosiddetta Red Scare (la “paura rossa”) finì – in compagnia degli altri Hollywood Ten (i “dieci di Hollywood”) – prima davanti alla famigerata Commissione per le Attività Antiamericane (Huac) e poi in prigione, a motivo delle sue attività di carattere politico, legate alla propria appartenenza al Partito comunista.

A partire da quel momento non poche figure dovettero passare sotto la gogna della Huac: una di queste fu lo sceneggiatore e regista Robert Rossen, di cui proprio oggi ricorrono i cinquant’anni dalla scomparsa, occorsa – a soli 58 anni – il 18 febbraio 1966, per una concausa di malattie. Una carriera costellata da una ventina di sceneggiature con il suo nome (da solo o con altri) e da dieci pellicole firmate dietro la macchina da presa (in sette occasioni avendone curato anche il copione): insomma, Body and Soul, per citare il titolo originale della sua seconda regia (Anima e corpo, 1947, scritto da Abraham Polonsky, pure lui finito nei guai per la sua militanza politica).

Nato il 16 marzo 1908 a New York (East Side, Manhattan) da una famiglia di ebrei russi (Rosen è il cognome d’origine), lo spartiacque della sua parabola artistica è rappresentata proprio dalla doppia indagine effettuata a suo carico dalla Huac. Attivo a teatro durante gli anni Venti come attore, regista e autore, nel 1936 firma un contratto in qualità di sceneggiatore per la Warner, all’epoca lo studio hollywoodiano più all’avanguardia in fatto di pellicole che si confrontano (anche) con il sociale, non disdegnando storie crude o pessimistiche (entro certi ovvi limiti imposti sia dai gusti del pubblico che dall’industria).

Nel 1947 è proprio il capo della casa di produzione (da lui abbandonata nel frattempo), Jack Leonard Warner, a denunciarlo alla Huac per propaganda comunista. Nel clima creatosi, l’anno successivo si rende necessaria una lettera da lui indirizzata direttamente al proprio principale alla Columbia, Harry Cohn, per poter continuare a lavorare. Giusto in tempo per consentirgli di sceneggiare e dirigere una pellicola da Oscar (ma non per lui): Tutti gli uomini del re (1949), un adattamento dell’omonimo romanzo (1946, Premio Pulitzer) di Robert Penn Warren.

Il film colleziona sette candidature (di cui due nominali per Rossen), che si tramutano in tre statuette per i migliori film, attore protagonista e attrice non protagonista. In patria, per descrivere sia l’opera che il lavoro dello sceneggiatore e regista, si spendono riferimenti al nostro neorealismo, visti il suo approccio quasi documentaristico, le riprese esclusivamente in esterni naturali, con qualsiasi tipo di meteo e di luce, e un cast artistico costituito anche da attori non professionisti, spesso ripresi a loro insaputa.

Nel 1951 si svolge purtroppo una seconda tornata di indagini su di lui, essendo il senatore repubblicano McCarthy non soddisfatto dai giuramenti espressi da Rossen nella lettera del 1948 sul non aver mai tramato contro il proprio Paese. Il primo risultato di questa iniziativa è la rescissione del contratto da parte della Columbia, cui segue, due anni più tardi, la decisione di rendersi disponibile a rivedere la propria linea difensiva e a segnalare i nomi di persone comunque già fatti da altri ben prima di lui (ossia Edward Dmytryk – il regista de L’ammutinamento del Caine, 1954 – ed Elia Kazan – che subito dopo firma Fronte del porto, 1954), scontentando così sia i membri della Commissione (per le informazioni ormai datate) che i colleghi di Hollywood (per le denunce comunque fatte).

A Rossen, segnato dal trattamento subìto e minato da una salute malferma (che i suoi cronici problemi di alcolismo non contribuiscono certo a migliorare) non resta che girovagare, soprattutto in Europa, alla ricerca di un’altra occasione, che sembra arrivare con la lavorazione di Alessandro il Grande (1956), nel quale dirige il trentenne Richard Burton nei panni del condottiero macedone. Inizialmente l’idea è quella di ricavare dal soggetto – di cui cura anche la sceneggiatura – un blockbuster della durata di tre ore (con tanto di intervallo), ma la United Artists gli intima di tagliare una copia definitiva di due ore e venti minuti, che lascia comunque il grande pubblico sostanzialmente freddo, nonostante qualche isolato plauso critico.

Dopo il fallimentare Cordura (1959), un western interpretato da Gary Cooper, Rita Hayworth e Van Heflin (cui cerca invano di rimettere mano lungo tutti gli ultimi anni di carriera nell’ipotesi di farlo ridistribuire), Rossen – «senza la turgidità verbale mankiewicziana o la concertazione di Preston Sturges, [che] talvolta compete con Kubrick, con cui ha molti punti di contatto, nel rendere la costruzione in presenza fisica» (Sergio Grmek Germani) – giunge negli anni Sessanta ai quei due capolavori (finali) per i quali è ancora noto, insieme al già citato Tutti gli uomini del re.

Il riferimento è a Lo spaccone (1961) – il suo più grande successo di pubblico, «uno di quei film che si fanno strada da soli con la forza del passaparola e poi diventano punti fermi del nostro immaginario» (Gianni Amelio) – e a Lilith(1964) – amatissimo dai redattori dei “Cahiers du cinéma” e nel quale, secondo l’attrice protagonista Jean Seberg, egli ha saputo «come andare oltre le apparenze, verso qualcosa di molto bello, in cui sono state sepolte tutte le sue personali infelicità». Chiuse in definitiva dalle falcate dello sconvolto Warren Beatty che misurano nervosamente il giardino di Poplar Lodge (“la loggia dei pioppi”), prima di arrestarsi, cambiare improvvisamente direzione, venire deciso verso la mdp e mormorare: «Help me…»

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