LA LEGA CON DRAGHI/ “Un partito di governo e di lotta per difendere lo sviluppo”

- int. Daniele Capezzone

Appoggiando il governo Draghi la Lega e Salvini hanno spiazzato tutti. Ma ora sono attesi a sfide cruciali. Anche in Europa, dall’economia all’immigrazione

sondaggi politici
Matteo Salvini (a destra) con Giancarlo Giorgetti (LaPresse)

La scelta di Matteo Salvini di appoggiare convintamente il governo Draghi ha spiazzato tutti. Anzi, alla fine, nel doppio voto di fiducia al Senato prima e alla Camera poi, proprio la Lega si è rivelata il partito capace di fornire il maggior carburante al motore della nuova compagine chiamata a traghettare l’Italia fuori dalle secche della doppia emergenza sanitaria ed economica. Come si spiega la svolta europeista di Salvini? È riuscito a ribaltare la narrazione mainstream che lo dipinge solo come ottuso anti-europeista? “A mio avviso Salvini – puntualizza Daniele Capezzone, saggista e commentatore – ha rovinato il piano di chi voleva un Conte ter senza Conte”.

Lei ieri ha scritto, su La Verità, che Salvini “ha ribaltato la frittata sull’Europa”. Che cosa intende dire?

Dal punto di vista dei contenuti, con grande abilità e anche in modo divertito e divertente, Salvini ha usato l’espediente dialettico efficace di rivolgersi al Pd e a quelli che chiamerei gli “eurolirici”, gli entusiasti eccessivi dell’Unione Europea, dicendo: ci sono alcuni aspetti della Ue da voi celebrati che forse, se li guardate bene, non sono così confacenti alle vostre bandierine.

Per esempio?

Perfino in materia di immigrazione l’attuale normativa europea consente a Macron di fare respingimenti a Ventimiglia, consente alla Germania di rispedirci indietro migranti, consente alla Spagna di sinistra un saliscendi tra momenti di apertura e momenti invece di chiusura che se li facesse un governo di centrodestra sarebbe oggetto di pesante criminalizzazione politica.  Insomma, Salvini svela alla sinistra che sotto l’etichetta europea ci stanno anche cose che alla sinistra potrebbero piacere meno.

Perché ha definito Salvini “un leader al teflon”?

Negli Stati Uniti, 40 anni fa, una deputata Democratica affibbiò a Reagan la battuta “un presidente teflon”, pensando di criticarlo. In realtà gli rivolse un complimento involontario che ancora oggi si ricorda. Come una buona pentola anti-aderente Salvini non si lascia scalfire. Ha scelto una linea zen: più gliene dicono, più gliene fanno, e lui non risponde, nessun fallo di reazione e nessun errore. E mi pare abbia scelto, in modo intelligente, di sintonizzarsi con un pezzo di mondo produttivo, non solo del Nord ma di tutta l’Italia, scommettendo su questa nuova fase politica.

Che è ancora tutta da costruire, con una maggioranza insolitamente ampia ed eterogenea…

Ovviamente Salvini e la Lega non si nascondono le insidie di questa fase politica, né la difficoltà di convivere anche con gruppi parlamentari di sinistra che la pensano in modo diverso. Eppure non si fa saltare i nervi e non si fa mettere nell’angolo, anzi sta al centro del ring.

Insomma, la formula “tutti contro Salvini”, che è stato il vero e solo collante del Conte-2, adesso non ha più senso?

Razionalità vorrebbe che anche la sinistra adeguasse il proprio schema, invece ci deve essere qualche coazione a ripetere per cui non sembrano uscire dal format, che è sempre lo stesso. È come se per darsi un’identità o per ritenere di avere un’identità dovessero per forza inimicizzare qualcuno: per anni Berlusconi, adesso Salvini. Questo però significa, dal punto di vista della sinistra, chiudersi in un recinto che è elettoralmente sempre più piccolo e anche socialmente incapace di parlare a pezzi importanti del paese.

La Lega sostiene compatta il governo Draghi: si può già dire che è a trazione leghista? FI e Lega sono il vero socio di maggioranza di questo esecutivo di unità nazionale?

È prematuro dirlo. Di certo, sarà bene che la Lega e Forza Italia sui dossier che stanno loro a cuore, sulla parte cioè sviluppista, si preparino a una battaglia di trincea provvedimento su provvedimento.

Perché?

Perché la convivenza è anche con anime che la pensano in modo opposto. Mi permetterei di suggerire due linee. Oltre a quella di fondo molto condivisibile, che ha scelto Salvini, di farsi scivolare gli attacchi, di andare per la propria strada, pensando alle esigenze del mondo produttivo e sintonizzandosi con le imprese, ce n’è una seconda, una linea del day by day, da coniugare con la prima, in cui tema per tema, dossier per dossier, decreto per decreto battagliare.

Per quali temi, dossier e decreti?

Uno: che succede con i 50 milioni di cartelle esattoriali? Due: che succede con la decisione, anticipatissima, di maggio che la Commissione Ue dovrà prender sulla terrificante ipotesi di un ripristino delle regole del Patto di stabilità? Tre: che succede sulla partita del blocco o sblocco dei licenziamenti? Quattro: che succede sulla partita della riforma fiscale? Cinque: che succede sulla partita delle grandi opere e delle relative regole? Sei: che succede con il Recovery plan? Su ciascuna di queste cose Salvini deve sapere che ci sarà qualcuno che tirerà la corda in direzione opposta. Lega e Forza Italia devono prepararsi a quella vecchia pratica che prende il nome di lotta politica. Dovranno essere quindi un po’ di governo e un po’ di lotta.

A proposito di lotta e di governo, Lega e Forza Italia hanno deciso di appoggiare Draghi, mentre Fratelli d’Italia ha scelto di restare all’opposizione. Ci saranno conseguenze sul fronte della coalizione di centrodestra?

Pur nella diversa scelta tattica che ha fatto Fratelli d’Italia, mi sembrerebbe interesse comune di tutti e tre i partiti della coalizione combattere insieme per evitare qualche scherzetto sulla legge elettorale. È evidente che sinistra e Cinquestelle insisteranno nel proporzionalizzare ancora di più la legge elettorale proprio nel tentativo di disarticolare il centrodestra. Invece il centrodestra deve riprendere una bandiera più maggioritaria per non cadere nella trappola e per rendere chiaro gli elettori che, al di là delle diverse scelte tattiche di oggi, tra 12-18 mesi o il tempo che sarà, questi tre partiti, aggregando un’area più vasta, si candidano a governare insieme.

Tornando alle prospettive sviluppiste, la presenza di un tecnico come Franco all’Economia e i dicasteri affidati a Giorgetti (Sviluppo economico) e Garavaglia (Turismo, un settore che vale il 14% del Pil) sono un buon viatico per abbandonare tentazioni assistenzialiste e stataliste? Avremo una politica economica più orientata alla crescita, agli investimenti e alla produttività?

Assolutamente sì, e non solo per la notevole qualità delle persone citate, ma anche per l’incomparabile passo in avanti che in ciascuna di quelle caselle ministeriali si è fatto rispetto ai predecessori del Conte-2. Purtroppo, però, sulla gestione economica complessiva grava l’incognita di un ritorno del Patto di stabilità. Una simile evenienza sarebbe un requiem per l’Italia. Mi auguro che tutto il governo faccia fronte comune contro questa possibilità. Quanto poi, nello specifico, a Giorgetti e Garavaglia, va sottolineata una condizione fondamentale.

Quale?

Sarebbe molto importante, anche se non dipende da loro, che si viaggiasse verso una, seppur graduale, progressiva e prudente, riapertura del paese. Perché se invece disgraziatamente, causa Covid, ci trovassimo di fronte ad altri lunghi mesi di chiusure striscianti, questo sarebbe un problema: il ministero del Turismo diventerebbe gestore di crisi e lo stesso Mise vedrebbe crescere i tavoli di crisi aziendale. E’ cosa ben diversa essere chiamati a riparare situazioni d’emergenza o accompagnare il paese perché ritorni a correre. Non è più un governo, diventa un’infermeria. Quindi, se la campagna vaccinale durerà ancora mesi e mesi, occorrerà cambiare paradigma, sebbene con tutte le cautele sanitarie del caso.

Quale Europa piace alla Lega?

Si dovrebbe cominciare a scommettere su un’Europa in cui, diversamente dagli anni passati in cui sembrava prevalere a Bruxelles il desiderio di imporre una gabbia di uniformità, si può lavorare su un maggiore riconoscimento delle diversità nazionali.

Draghi nella sua relazione programmatica ha fatto cenno ai rapporti con Francia e Germania. Siamo condannati al modello carolingio?

Una prima lettura può portare a dire: Draghi ripropone il solito binomio Francia e Germania. Una seconda lettura, però, può portare a dire: torna la dimensione dell’interesse nazionale. C’è quello francese, c’è quello tedesco e ci dovrà essere pure quello italiano. E questo sarebbe certamente più congeniale per il centrodestra.

Come si difende oggi l’interesse nazionale dell’Italia?

Uno: no al ritorno dei parametri del Patto di stabilità. Due: contestuale modifica del Patto nel segno della flessibilità. Questa è la prima sfida.

E sul tema spinoso dell’immigrazione?

È stata la parte più coraggiosa del discorso di Draghi, che ha responsabilizzato la Ue, dicendo che non può più scaricare tutto sui paesi di primo approdo. Queste parole testimoniano che, volendo, si può avviare una collaborazione pragmatica tra gli eurocritici intelligenti e gli euroentusiasti non accecati, che possono individuare un terreno comune di iniziativa. Mi auguro che questo metodo sia adottato da qui a maggio per scongiurare il funesto ritorno del Patto di stabilità che, inchiodando l’Italia ad anni di avanzi primari, interventi sulle pensioni e aumenti di tasse, sarebbe la pietra tombale su ogni nostro tentativo di ripresa e di ripartenza.

Salvini ha spiazzato tutti scegliendo di appoggiare il governo europeista di un presidente del Consiglio che da governatore della Bce ha salvato la Ue e l’euro. Cambierà l’ostracismo di Bruxelles verso la Lega?

Vedo ancora da parte degli eurolirici più ortodossi i soliti tic. Da eurocritico liberale e thatcheriano mi auguro che non diventino eurofideistici, anche se ho l’impressione che l’ortodossia europea sia ormai diventata una materia di culto. Invece, è lecito chiedersi: sono efficienti le attuali regole? È stato intelligente vivere in modo così aggressivo l’atteggiamento verso gli inglesi che sceglievano la Brexit? E davanti al fallimento europeo sui vaccini, questo è più che mai il momento non di una retorica e immotivata autocelebrazione del progetto europeo, ma di un’analisi critica della Ue.

(Marco Biscella)

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