IL CASO/ La scuola dove basta una focaccia per imparare un mestiere

- Mario Dupuis

A Ca’ Edimar ogni giorno 70 ragazzi arrivano per imparare a stare in un ambiente lavorativo. MARIO DUPUIS ci spiega in che modo

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I ragazzi di Ca' Edimar al lavoro in cucina

Se uno arriva a Ca’ Edimar, a Padova, vede un “villaggio”, ma non s’accorge che c’è una “scuola”. Eppure a Ca’ Edimar ogni giorno 70 ragazzi arrivano per essere accolti come gli altri, come quelli che vengono a viverci nelle due “case” o per fare percorsi personalizzati o per imparare a stare in un ambiente lavorativo in attesa di affrontare il normale luogo di lavoro.

Frequentano una scuola di cucina, triennale, con qualifica professionale regionale e, negli ultimi anni, se ne sono aggiunti altri 70 per il nuovo Corso triennale di Scuola di panificazione che l’Associazione dei Panificatori-Pasticceri di Padova ha fortemente voluto che nascesse a Padova e che nascesse proprio a Ca’ Edimar.

Cucina e panificazione…: ma allora è una scuola dove si impara un “mestiere”, un lavoro? Sì, ma è riduttivo dire così. I ragazzi che vengono alla scuola di Ca’ Edimar non hanno meno desiderio degli altri di imparare, solo che questo desiderio è stato “bloccato” dentro forme e metodi di istruzione che non erano adeguati alla loro condizione; è come uno che vuol fare il salto in alto, ma quando è invitato a saltare qualcuno ha messo l’asta troppo alta, non ce la fa e si blocca.

Accogliere questi ragazzi a Ca’ Edimar vuol dire innanzitutto scommettere su questo loro desiderio bloccato e offrire loro una opportunità – una “seconda chance” – perché scoprano questo desiderio che hanno dentro… scoprirlo mentre cominciano maldestramente a fare una pastasciutta o un ragù o un pane.

Che i ragazzi a Ca’ Edimar siano vivi, dipende dal fatto se sono vivi gli adulti che si propongono loro (come prova a spiegare la testimonianza di un insegnante riportata nella pagina successiva). Allora non è indifferente come si insegna a Ca’ Edimar; chi insegna non è chi “sa già” cos’è la realtà, ma chi ha un desiderio sempre nuovo di scoprirla. Perché solo se ha questo desiderio testimonia il metodo con cui si conosce e cui ci si rapporta con la realtà. Così un piatto di cucina è sempre nuovo e unico; un pane non è mai uguale a quello sfornato ieri.

Pensate che differenza tra imparare a fare un primo piatto o una focaccia avendo prima sentito le spiegazioni su come farla o invece avendola prima assaggiata – perché fatta da qualcuno che già la sa fare – , gustata per poi tirarsi su le maniche per farla così!

La dinamica dell’apprendimento si sviluppa attorno a un interesse per la realtà. E dallo sviluppo per questo interesse che nasce tutto, anche l’interesse per materie che uno prima sentiva lontane, come italiano, storia, matematica.

Carissimo,

 

mi accingo a scriverti perché credo sia l’unico modo che trovo per esprimere e condividere la felicità che ho provato ieri durante il lavoro svolto dai ragazzi in occasione del pranzo con l’Accademia Italiana della Cucina.

 

Intanto devo premettere che conoscendo l’associazione da ospitare avevamo preparato l’evento nei minimi particolari con i ragazzi di terza: purtroppo, la mancanza di alcuni di loro ha provocato la rottura dei programmi preparati e la ricomposizione dei gruppi di lavoro includendo ragazzi che non conoscevo (alunni di seconda).

 

Ciò mi ha fatto temere moltissimo sull’esito del lavoro, ma, piano piano che passava il tempo, ho visto che si lasciavano guidare, cercavano di capire attentissimamente i ruoli e il lavoro. Abbiamo cominciato a rosicchiare l’osso e sentivo sempre più di averli partecipi, attenti: insomma, mi potevo fidare.

 

Non posso descriverti il piacere di vederli cercare il mio sguardo per ricevere una strizzatina d’occhio, un mezzo sorriso, una “pacca” sulla spalla, un incoraggiamento, una conferma che quello che facevano andava bene. Che emozione navigare con questa brigata che sembrava aver sempre fatto queste manifestazioni! E poi … con questi ospiti!

 

Beh, alla fine mi sono sentito commosso da tutta quella buona volontà, da tutto quel comune partecipare, dalla bellezza di tutti gli occhi che capivano che avevano “fatto l’impresa”.

 

E per chiudere in bellezza devo sottolineare che alcune allieve del primo anno, invitate all’ultimo momento a collaborare, hanno deciso di spendere un po’ del loro sabato pomeriggio (per loro sacro) lavando piatti e pulendo pentole! Non ti sembra una cosa altissima?

 

Sono felice di esserci stato, sono felice di vivere con ragazzi che, se stimolati o giustamente ascoltati , sanno darti queste soddisfazioni.

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