LA STORIA/ Da un laurea in ingegneria all’azienda turistica di luxury hotel

- int. Vincenzo Vitrano

Il nome Vincenzo Vitrano non s’associa immediatamente al mondo del turismo. Eppure quella della sua impresa è una di quelle case history da conoscere

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La vista dall'Hotel Capo San Vito

Per molti il nome Vincenzo Vitrano non s’associa immediatamente al mondo del turismo: tanto schivo è l’uomo, poco uso alla comunicazione, da non essere citato nemmeno in una voce specifica sulle ricerche in rete (compaiono invece altri omonimi, un fumettista, un dirigente Inps, un dipendente del Comune di Palermo, perfino un titolare di agenzia funebre e altri ancora). Cosicché questa rischia di essere a tutti gli effetti la sua prima intervista. Eppure…

Eppure quella della sua impresa è una di quelle case history da conoscere. Vincenzo Vitrano è un ingegnere palermitano, classe ’58, nato durante il boom demografico della città, che in quell’anno superò il mezzo milione di anime. Vitrano, con la laurea in tasca, si dedicò per anni alla gestione della distilleria di famiglia, che abbandonò per seguire l’attività che più lo stimolava: rilevare immobili datati, ristrutturarli e quindi rivenderli. Una faccenda che è durata un certo tempo, con soddisfazione.

Fino a quando…

Fino a quando mi capitò un albergo, a San Vito Lo Capo. Era il 1988, e all’epoca non avrei mai immaginato che stava per cambiare tutta la mia vita. In pratica quell’hotel degli anni Settanta, che una volta sistemato avrei dovuto rivendere, non l’ho lasciato più, stregato dalla sua struttura e dalla location, sulla spiaggia più bella della Sicilia: è il nostro hotel Capo San Vito, in una location incantevole. L’albergo in sé è un bell’esempio di quello che intendo per charme, un mix di tradizione e modernità, con particolari etnici, un giardino oasi, una spiaggia da cartolina, una spa attrezzatissima, un ristorante gourmet che affaccia sul mare.

Un albergo solo però non bastava.

In realtà, quell’hotel mi ha assorbito completamente per molti anni. Il mio nuovo salto è arrivato solo nel 2012, quando rilevai il Baglio La Porta di San Gerardo, anche questo a pochi chilometri da San Vito, su un’altura rocciosa con una strepitosa vista sul mare, in un contesto naturalistico di macchia mediterranea dominante la Riserva dello Zingaro. Non esistono molte altre strutture di questo tipo, sviluppate in orizzontale: il baglio è un’antica costruzione siciliana, che contiene al suo interno la corte. Il nostro hotel, che risale a prima del ‘700, è insomma una masseria che si sviluppa attorno al suo cortile, il tutto a strapiombo sul mare.

E due. Poi?

È arrivato un hotel a Palermo, il Federico II Central Palace, nel cuore della città. Questo però l’ho preso in affitto di gestione per trent’anni, e anche se non di mia proprietà l’ho comunque ristrutturato completamente, dotandolo di ogni comfort. Dopo ancora è arrivato il Vallegrande Nature resort, tra il mare di Cefalù e i boschi delle Madonie, una struttura rivolta verso le Eolie. Quindi il Pietra d’Acqua, vicino a Scicli, anche questo un vecchio baglio, per capirci, sul mare ma in campagna, nelle terre di Montalbano. E infine, proprio in questi giorni, sto trattando una nuova struttura ancora a Palermo, da ristrutturare.

Sei luxury hotel, dunque. Però c’è dell’altro…

Ci sono le ville, una decina, tutte con piscina, poco distanti dal mare. Sette sorgono su una tenuta di trenta ettari a Castelvetrano, una zona poco battuta dal turismo di massa. Sono vere oasi, tutte con giardini tropicali e agrumeti. Investii in questi terreni trent’anni fa, insieme con un inglese che cercava un’alternativa all’amata Toscana. E qui, vicino alle spiagge di Marinella di Selinunte, Triscina e Porto Palo, tra un fico d’India e una guava, le ville sono oggi angoli di relax e natura. Altre tre ville sono invece a Favignana, Panarea e Castelluzzo.

La tenuta delle sette ville a Castelvetrano si chiama Canalotto farm. Come mai?

Canalotto è il nome della strada che porta alle ville. E farm è dovuto al fatto che parte della proprietà ospita la nostra azienda agricola biologica, appunto Canalotto Farm, i cui prodotti sono usati per i nostri ristoranti (aperti anche all’esterno), olio, frutta, miele. È un’altra nostra passione: proporre una ristorazione di alto livello, con cibi naturali e di qualità.

Quando dice “nostra”…

Intendo della mia famiglia. Io ho un figlio che si occupa di tutt’altro, ma ne ho un altro che mi affianca nell’attività: quindi siamo io, mia moglie e mio figlio. Come vede, una conduzione assolutamente familiare, ovviamente coadiuvata dal management e dal personale ormai rodato. Non ci siamo mai affidati a operatori esterni, ma abbiamo sempre curato direttamente il mercato, in un rapporto immediato con la clientela. Sviluppiamo in proprio anche la contabilità industriale.

Però ha raggruppato tutti gli asset sotto un unico brand.

Sì, l’ho chiamato Geocharme, ovviamente con richiamo alla natura da una parte, e al fascino che abbiamo cercato di infondere nelle nostre strutture dall’altra. Un tocco di passione, di eleganza, di tradizione.

Ingegnere Vitrano, se dovesse ricominciare oggi, rifarebbe la stessa strada?

Uhm, penso di sì. Sì per la passione, perché mi piace ridare nuova vita a strutture datate, perché l’accoglienza è diventata parte di me. Io ho viaggiato molto, specialmente in Sud America e in estremo Oriente, in Thailandia, Vietnam, Cambogia, e ne ho subìto il fascino: è lì che ho imparato la gentilezza verso gli ospiti, l’eleganza dei particolari, le sensazioni trasmesse dagli arredi. Di tutto questo ho cercato di mutuare qualcosa anche nelle mie strutture, per creare ambienti di fascino e personalità.

Sembra nascondere un “ma”…

È vero. Rifarei tutto per passione, ma non lo farei più per la burocrazia. Vede, la Sicilia è una terra difficile, e non è la solita lagna: qui si fatica a fare qualsiasi cosa. Tanto per fare un esempio, per il nostro ultimo hotel, quello di Scicli, ci siamo dovuti attrezzare con gruppi elettrogeni perchè l’Enel non è in grado di fornirci l’energia necessaria. E così pure succede a San Vito lo Capo: mancano le “cabine” di trasformazione, ci dicono, forse tra un anno, forse due, forse mai. A volte qualcuno lancia promesse, che cadono regolarmente nel vuoto. Ed invece le amministrazioni sono sempre efficienti nel mettersi “contro”, con i mille cavilli ed ostacoli che si presentano ogni volta si inizia una ristrutturazione. Come si può andare avanti così? Ecco, per questo forse oggi ci penserei due volte prima di intraprendere questa attività.

Visti gli investimenti e le trattative in corso, si direbbe che la pandemia non abbia interrotto la sua attività.

Abbiamo subìto anche noi ripercussioni, ovviamente, più nelle strutture di città che in quelle stagionali, dove siamo riusciti a registrare comunque ottime performances. Noi abbiamo resistito, ma è certo che chi si trovava in condizioni di partenza peggiori non ce l’ha fatta. Non credo sia questione di ristori, bonus o via dicendo, o almeno non solo: lo Stato ha fatto, fa, quello che può. È la situazione contingente ad aver tracciato un solco. In queste situazioni, bisogna avere una gran passione per proseguire, unita al coraggio e, perché no, a un pizzico di fortuna.

(Alberto Beggiolini)

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