LA SVISTA DI SCALFARI/ La fratellanza di Francesco scambiata per sincretismo

- Pierluigi Castagneto

In due recenti articoli Eugenio Scalfari mette a tema “la religione unificata” attribuendo al Papa delle intenzioni che non possono certo essere vere

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Eugenio Scalfari (LaPresse)

In due recenti articoli (Repubblica 13 e 15 marzo) Eugenio Scalfari riflettendo, come in altre occasioni, sul rapporto personale istaurato con Papa Francesco sin dall’inizio del pontificato, mette a tema “la religione unificata” che a suo dire, grazie al Papa “domina il mondo e chi crede in un unico aldilà”.   Un fatto nuovo e rivoluzionario, in cui, grazie al dialogo perseguito da Bergoglio, le “diverse religioni si conoscono, si apprezzano, si modificano e infine tendono ad unificarsi”. Scalfari precisa che il Pontefice “non ha lavorato per modificare le religioni non cristiane: al contrario le ha studiate con molta attenzione” e visto che il Papa argentino le valorizza tutte, considerandole tutte sullo stesso piano, conclude che “la religione dunque è unica”. 

Per il decano dei giornalisti italiani, il prossimo paradigma dell’umanità consiste in un nuovo sincretismo in cui le religioni, invece di creare divisioni, permetteranno una concordia universale e tutte sono destinate a confluire tra loro. Non saranno ovviamente i sacerdoti, ma questo spirito universale mondiale sarà creato dai “fedeli che le seguono e si riconoscono in esse e che pregano le loro divinità di aiutarli e confortarli nell’esistenza umana”.  

Un nuovo panteon dunque in cui al posto di Giove, Minerva e Mitra e tutti gli altri dei dell’antichità, avremo le divinità tantriche, Allah, Gesù, quelle induiste e tutti gli dei dell’animismo africano, solo per fare degli esempi.  Secondo Scalfari assisteremo alla rinascita della religione e l’agnosticismo occidentale lascerà il passo a uno spirito religioso universale che aggiorni il deismo di Voltaire, in cui la credenza non sarà più bollata come superstizione. 

Con tutto il rispetto che si deve all’amicizia insondabile tra un pontefice romano e un “grande laico” che all’età di 97 anni riflette che “la vita c’è, ma tende a preparare i bagagli”, bisogna ricordare che in Iraq il Papa vestito di bianco ha predicato la fratellanza dei figli di Abramo, non un puzzle spirituale in cui ognuno mette un rito, l’altro una divinità, sino a creare un impossibile miscuglio da supermercato dell’aldilà. Ricordiamo a Scalfari che il vescovo di Roma bacia la croce su cui Gesù di Nazareth ha salvato il mondo, il Dio incarnato che San Paolo ha definito “scandalo per i giudei e paradosso per i gentili”.  Non si desidera qui fare una conferenza colta sulle religioni, ma almeno un cenno alla dimensione cattolica della chiesa romana, sarà pur da ribadire. È l’opposto del sincretismo e per de Lubac, Katholicòs, universale, non è una somma delle parti. Non riguarda la diffusione della chiesa su tutta la terra, non è un carattere quantitativo o spaziale, ma una dimensione dell’umano. Quello che proclama la chiesa è per tutto l’umano, per tutti gli uomini, in tutti i tempi e per tutte le culture. È intrinseco essere cattolici per i seguaci di Gesù, perché il loro Salvatore ha salvato l’uomo e quindi loro si rivolgono a tutto e a tutti. Ed ecco il motivo per cui il Papa va in ogni parte del mondo ad annunciare la buona novella.  

Ci piacerebbe infine che il fondatore di Repubblica possa dialogare con il suo autorevole amico su questi temi e che poi ne possa dare un resoconto in uno dei suoi prossimi articoli. Perché in fondo, bisogna confessarlo, un po’ invidiosetti lo siamo per non poter assistere a quelle interessantissime discussioni.

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