LABORATORI POLITICI/ Quell’endorsement compatto dell’Azienda-Veneto a Zaia

- Stefano Bressani

Luca Zaia ha ricevuto un importante endorsement dalle aziende venete e sembra avere anche feeling con Stefano Bonaccini

luca zaia
Luca Zaia, governatore del Veneto (LaPresse)

Mentre il premier Giuseppe Conte – pressato dal leader confindustriale Carlo Bonomi – ha rinviato a settembre il “recovery plan” per l’Azienda-Italia, l’Azienda-Veneto ha già messo in chiaro come voterà alle regionali di settembre: per la riconferma del governatore Luca Zaia.  “L’endorsement” è giunto compatto – quando al voto mancano ancora cento giorni – dalle 11 centrali regionali dell’imprenditoria locale: industria, agricoltura, artigianato, commercio e turismo, oltre alle Camere di commercio. È stato il presidente dell’Unioncamere veneta Mario Pozza a promuovere una lettera-appello a Zaia – esplicitamente ringraziato per la gestione dell’emergenza sanitaria – perché si faccia portavoce a Roma di  un nuovo “progetto di sviluppo”, di “scelte in discontinuità rispetto a quelle che si sono dimostrate improduttive o comunque non in grado di incidere”. 

La pronuncia delle rappresentanze di 560mila imprese aggiunge un ingrediente di rilievo a quello che ha ormai i connotati di un esperimento politico, al di là dell’impatto mediatico della gestione di indubbio successo della crisi-Covid da parte di Zaia

È anzitutto un dato oggettivo che Zaia stia assumendo un profilo di leadership crescente nel suo partito: favorito sia dal declino nazionale di Matteo Salvini (oggettivamente perdente negli ultimi dodici mesi sia al passaggio del “ribaltone” di governo che all’ultimo voto regionale in Emilia-Romagna); sia dalla non brillante performance dell’amministrazione leghista in Lombardia e in Piemonte alla prova del Covid. Ed è ormai più che illazione o congettura la prospettiva che la compattezza della Lega attorno al leader che ha riportato il partito al governo dopo il voto 2018 possa venir meno di fronte a un’affermazione elettorale che fin d’ora si profila schiacciante per Zaia (e particolarmente significativa nel corrente “vuoto di democrazia” nel Paese). 

Una contrapposizione interna fra il Governatore veneto e l’ex vicepremier non sembra d’altronde all’ordine del giorno, per ragioni ovvie. È stato fra l’altro il traino salviniano a consentire alle peculiarità del leghismo veneto di sfondare in Friuli Venezia Giulia e nelle province autonome di Trento e Bolzano: conquistando al Carroccio l’intero quadrante nord-orientale. Non per questo “l’esperimento Zaia” sembra restìo a battere strade nuove: a tentare in qualche modo “superamenti” del salvinismo. 

Una prima traiettoria sembra abbozzata nelle riflessioni ventilate da Zaia sull’opportunità di presentarsi al voto di settembre certamente come leader della Lega nel Veneto, ma non necessariamente a capo di una coalizione classica di centrodestra allargata a Forza Italia e Fratelli d’Italia. Zaia sta invece pensando a una separazione elettorale rispetto al partito di Giorgia Meloni: marcatamente statalista e nazionalista. Il Governatore veneto vuole invece approfittare di una vittoria annunciata per rilanciare l’autonomia come grande disegno strategico  non solo come formula della democrazia repubblicana, ma come “modello Nord” con specifici contenuti politici.

Nessuno dimentica che solo in Veneto – a differenza della Lombardia – il 57% degli aventi diritto ha voluto partecipare al referendum regionale di tre anni fa, regalando a Zaia un mandato plebiscitario sul “dossier autonomia rafforzata”. Quella pronuncia è stata ignorata dal Governo Conte-1 (con Salvini vicepremier) e  poi duramente avversata dal Conte-2,  con ministro degli Affari regionali, il “dem” pugliese Francesco Boccia, nel ruolo quotidiano di picchiatore anti-autonomie.

Il neo (o post) autonomismo strategico di Zaia aiuta a spiegare un secondo e forse più sorprendente test in corso: “l’entente cordiale” con l’Emilia-Romagna di Stefano Bonaccini, uscito vincente, lo scorso gennaio, da un confronto diretto con Salvini. 

Il “feeling” fra Bologna e Venezia è nato nelle settimane più drammatiche dell’epidemia. La situazione in Emilia (a ridosso della Lombardia padana) e in Romagna (a Rimini) era “rossa” ai livelli di Milano, Bergamo Brescia. Ed è stato al vicino Veneto – al “modello Crisanti” – che Bonaccini ha guardato per arginare la piena-Covid: e l’adozione della strategia  “test-test-test” ha funzionato nel contenere la fase critica. 

C’è naturalmente dell’altro, c’è politica sostanziale. Anzitutto: come Veneto e Lombardia anche la Regione Emilia-Romagna, pur non avendo indetto referendum, ha formalmente chiesto allo Stato poteri di autonomia rafforzata. Anche Bonaccini – come Zaia – ha un passato partitico importante (nei Ds e poi nel Pd), ma oggi incarna una leadership politico-istituzionale parecchio indipendente. Fra l’altro: in Emilia-Romagna M5S (che a Roma è senior partner del Pd nella maggioranza Conte-2) conta poco o nulla. Nella “resistenza” regionale del centrosinistra hanno pesato molto di più l’attivismo prodiano delle Sardine; o la simpatia di settori del mondo cattolico (gli stessi cui nel Veneto Zaia non spiace, a differenza di Salvini); o anche l’appoggio di porzioni dell’economia (piccole imprese, partite Iva, reti coop) cui non è bastato il “mantra” salviniano del taglio delle tasse per spostare il voto dal centrosinistra al centrodestra. A Bologna, anzitutto, l’Europa non si discute (come del resto nella Zaia-land: a Venezia, nella Padova universitaria, nei grandi hub dell’industria internazionalizzata di Vicenza e Verona). 

Ed è stata la spinta di una forte omogeneità socio-economica  a portare Zaia e Bonaccini a muoversi in tandem la settimana scorsa, in una videoconferenza con Roma. Non si sono collegati con palazzo Chigi (già in preparativi per gli Stati Generali dell’Economia), ma con il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Gli hanno parlato della situazione molto preoccupante del settore fieristico, concentrato in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Era stato invitato anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, che però ha preferito delegare all’incontro un assessore. Così su molti media è comparsa questa “headline”: “Zaia e Bonaccini strappano al Mef un impegno di 800 milioni per il rilancio delle grandi fiere italiane”. Gli stessi media hanno lanciato a stretto giro un altro titolo: “Fiere di Vicenza-Rimini e Bologna verso l’integrazione”. Non una semplice indiscrezione: il consiglio di Ieg (il gestore delle Fiere di Vicenza e Rimini, quotato in Borsa) ha formalmente deciso di aprire colloqui con l’hub bolognese. Le indiscrezioni – nuove – riguardano le mosse attese ora dalle Fiere di Verona e Parma: mentre al vertice della Fiera di Milano è appena giunto il neo-presidente della Confindustria, Bonomi. Che giusto in margine alla “confrontation” col premier Conte agli Stati Generali ha escluso che la dialettica  degli industriali con il Governo giallorosso possa ricalcare la “linea Salvini”. Ma ormai è chiaro a tutti che quella del leader leghista non è la “linea Zaia” e neppure la “linea Bonaccini”.  Tanto meno la “linea Zaia-Bonaccini”: che infatti piace già a molti industriali del Grande Nordest.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA