PENSIONI/ L’esperto: riforma, che errore tornare allo scalone di Maroni

- int. Walter Passerini

Un uso improprio del sisema previdenziale: drenare soldi per tappare il debito pubblico e farne strumento elettorale. Lo spiega WALTER PASSERINI, facendo alcune proposte alternative

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Foto: Ansa

La riforma del sistema pensionistico sta rischiando di trascinare il governo nel baratro. Lo scontro tra Berlusconi e Bossi infatti, dopo l’ultimatum dell’Unione europa di presentare a Bruxelles un piano finalmente conclusivo sulla previdenza come richiesto da tempo, sembra senza uscita. Nel caos di queste ore spuntano poi fuori ogni tipo di proposte per trovare un compromesso accettabile, ad esempio il vecchio “scalone pensionistico” fatto da Maroni nel 2004 e prontamente bocciato al momento dell’insediamento del governo Prodi, che portava a 62 anni (nel 2014) l’età pensionabile e l’età minima per la pensione anticipata da 57 a 60 anni. Walter Passerini (responsabile di Io Lavoro, il settimanale di Italia Oggi dedicato ai temi del lavoro e delle risorse umane e direttore della scuola di Giornalismo “Walter Tobagi”) intervistato da IlSussidiario.net si stanno facendo due errori fondamentali che non aiutano la gente a capire cosa stia succedendo e quale sia la gravità reale del problema pensionistico. “Il primo errore è pensare che la previdenza possa essere un sistema per fare cassa i cui soldi vengano utilizzati per tappare i buchi del debito pubblico” dice. “Il secondo fare della previdenza uno strumento di lotta elettorale”.

Passerini, sembra invece che il problema previdenziale, pensionistico, sia usato gestito proprio con la paura di perdere consensi elettorali.

Non solo, anche pensare la previdenza come occasione per fare cassa e trovare soldi da destinare a settori diversi del debito pubblico. Ad esempio i risparmi che si stanno facendo sull’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni delle donne nel pubblico impiego, soldi che non vanno a migliorare la situazione occupazionale delle donne costruendo cioè asili o favorendo l’assunzione delle donne stesse.

E dove vengono impiegati tali soldi?

Nel tentativo di tappare i buchi del debito pubblico. Non si può in una fase difficile come questa pensare di drenare fondi per altre voci diverse da quelle del lavoro e della previdenza stessa.

C’è poi l’uso politico del problema.

Esattamente. Non si può parlare di previdenza facendone strumento di lotta elettorale, questo sarebbe irresponsabile, la previdenza è un patrimonio di una collettività che non può soggiacere a scaramucce e guerre di tipo elettoralitisco. Oggi si stanno correndo entrambi questi rischi perché la previdenza non è oggetto da campagna elettorale, una gara a chi promette di più perché essa è un fatto di responsabilità che un certo tipo di politica oggi trascura.

In quale scoglio è attualmente invischiata la situazione previdenziale? Che cosa impedisce di uscirne con una proposta efficace e risolutiva?

C’è un problema di uscite che rischiano di travolgere le entrate. Bisogna pensare da un lato a gestire il problema previdenza dal lato delle uscite, solo che i tamponamenti fatti fino a oggi non bastano perché trattenere dodici o diciotto mesi in più le persone sul lavoro non basta a risolvere il problema strutturalmente.

Cosa occorre?

Bisogna introdurre una riforma di tipo strutturale delle pensioni a partire dagli ingressi sul mercato del lavoro e non solo dalle uscite, favorire cioè l’ingresso di nuove forze e di nuove risorse anche contributive nel mercato del lavoro e nel mercato della previdenza. I precari, lavoratori intermittenti,  devono migliorare la loro condizione lavorativa e le donne devono entrare massicciamente nel mercato del lavoro.

Dunque una attenzione maggiore all’ingresso nel lavoro piuttosto che alla sua uscita?

Sì. Riformare il lavoro favorendo e incentivando le assunzioni in modo agevolato di giovani e di donne, aumentare cioè il numero di contribuenti, non solo quelli che hanno i diritti di andare in pensione. Il nostro governo ha commesso alcune irregolarità modificando la legge in corso e questo si configura come lesione di alcuni importanti diritti che si erano maturati. Non escludo che ci possano essere interventi sulle pensioni dei parlamentari e dei politici e su quelle di anzianità. Ricordo poi un fatto importante e che cioè  l’evasione contributiva in Italia ha superato i 270 miliardi di euro. Bisognerebbe controllare le aziende che non pagano i contributi e qualche volta mettere alla berlina anche l’omertà di alcuni lavoratori che preferiscono essere pagati in nero e aziende disinvolte che pagano in nero. Questi lavoratori in nero non avranno la pensione.

Che occasioni si sono perse in questi anni e come è il quadro attualmente della realtà previdenziale?

Non si tiene conto che dal gennaio 1996 è cambiato il mondo della previdenza. E’ da lì che bisognava cominciare un graduale passaggio al metodo contributivo. Né Inps né i ministri del lavoro hanno fatto sufficiente informazione su questo. Il metodo contributivo prevede grosso modo per tutte le categorie una pensione che sarà dal 35 al massimo al 50% dell’ultimo reddito percepito. In pratica avremo una generazione di persone che non solo dimezzerà la propria pensione rispetto a padri e nonni, ma che non riuscirà nemmeno a prenderà la minima. Penso ai giovani ma anche le donne perché le donne hanno una carriera contributiva particolare (all’inzio sono precarie poi escono dal mercato per andare in maternità poi ci tornano e poi a volte riescono per curare i genitori anziani, è difficile riescano a cumulare 40 anni di contributi).

Che ne pensa del fatto che si sta tirando fuori lo scalone Maroni, lo fanno per accontentare la Lega?

Questa è una interpretazione sbagliata. Lo scalone Maroni va contro la posizione attuale della Lega, è una contraddizione pazzesca perché proponeva di passare direttamente a una età pensionabile minima di 62 anni e poi si fermava al 2014 e non andava oltre. Lo scalone è un deterrente per far paura, come quello che è successo alle donne del pubblico impiego passate da un giorno all’altro da una età per andare in pensione di 60 anni a quella di 65. A meno che non si pensi a una nuova gradualità fino ai 65 anni, ma bisogna tener anche conto dei lavoratori che hanno cominciato a lavorare molto giovani e fanno lavori pesanti e di cui non si tiene minimamente conto.

L’Unione europea ci ha messo davanti a un ultimatum. Ma in Europa ci sono sistemi previdenziali che funzionano bene?

Ci sono e sono essenzialmente due. Uno è quello scandinavo, quello svedese in particolare,  che è molto forte sul lato dell’informazione de è un modello di welfare complessivo interessante, però bisogna ricordarsi che la Svezia ha pochi milioni di abitanti per cui è più facile che funzioni. L’altro è quello tedesco. E’ vero  che oggi ha l’età limite a 65 anni portabile a 67 e può sembrare un sistema peggiorativo rispetto al nostro,  ma tutto ciò è avvenuto dai 62 anni in vanti. Personalmente ho una idea che proporrebbe che si passi dai 62 ai 68 anni, stabilendo una zona franca di incentivi-disincentivi.

Cioè?

Una sorta di passaggio di età diverse,una fascia di anni in cui la persona decide individualmente quando andare in pensione a condizioni diverse. Permetterebbe cioè di andare in pensione a 62 anni prendendo qualcosa di meno, poi qualcosa di più a 65 e infine qualcosa di più anche a 68 anni. Meccanismi che  disincentivano ad andare prima in pensione, ma incentivano a rimanere nel mondo del lavoro.

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