PRIMO MAGGIO/ Bonanni (Cisl): una festa contro i sindacati che danneggiano i lavoratori

Quest’anno il Primo Maggio ha un significato molto particolare, anche perché cade alla vigilia di appuntamenti importanti per i sindacati. Ne abbiamo parlato con RAFFAELE BONANNI

29.04.2011 - int. Raffaele Bonanni
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Bonanni (Foto Ansa)

Il Primo Maggio, la festa del lavoro, quest’anno ha un significato particolare. Oltre a svolgersi nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia (ragione per cui la manifestazione nazionale dei tre sindacati confederali si terrà a Marsala sotto il titolo “Il lavoro per unire il Paese”), domenica sarà anche il giorno della beatificazione di Karol Wojtyla, uomo che prima di salire al soglio pontificio, tra le altre cose, ha conosciuto la fatica del lavoro in una cava di calcare e in una fabbrica chimica.

Inoltre, il Primo Maggio quest’anno evidenzia delle “divisioni” tra i sindacati: a Bologna, infatti, la Cgil ha deciso di non celebrare la festa del lavoro con Uil e Cisl. Cosa che ha spinto quest’ultima a tenere domani un presidio in Piazza Re Enzo. Lunedì, poi, alla ex Bertone di Grugliasco si terrà il referendum tra i lavoratori sulla proposta di contratto avanzata dalla Fiat analoga a quella di Pomigliano e Mirafiori, cui la Fiom, che rappresenta la maggioranza dei dipendenti di Grugliasco, si è sempre opposta. Infine, per venerdì prossimo Susanna Camusso ha proclamato lo sciopero generale della Cgil. I prossimi giorni sono quindi pieni di appuntamenti importanti per i sindacati, che abbiamo analizzato con Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl.

Domenica sarà una giornata molto particolare. Da un lato, infatti, c’è la celebrazione della festa del lavoro nell’anno in cui si ricorda il 150° dell’Unità d’Italia…

Sì, ed è per questo che saremo a Marsala, che simbolicamente rappresenta l’inizio dell’unificazione di popoli che diedero vita a una sola nazione, fino ad arrivare alla democrazia e a una Repubblica che è (e speriamo continui a essere) fondata sul lavoro. Ma c’è anche un altro significato particolare che vogliamo ricordare.

Quale?

Le élite di quei popoli vollero superare le dogane, vollero darsi una nazione più grande rispetto a quelle piccole esistenti che penalizzavano il Paese e il suo sviluppo. Oggi, invece, siamo lontani dallo stesso desiderio, dallo stesso spirito in Europa, dove si fa fatica ad avere un solo Stato, una sola politica, un solo Governo. Credo che ci sia un legame, quindi, tra coloro che spinsero allora per l’unità dell’Italia e coloro che devono farlo oggi per l’Europa.

A proposito di unità: qual è il clima tra i sindacati? Il Primo Maggio, a Bologna, la Cgil non sfilerà con Cisl (che sarà in piazza domani) e Uil. Per il 6 maggio, poi, il sindacato di Susanna Camusso ha proclamato lo sciopero generale…

La festa del Primo Maggio è di tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro credo, appartenenza, pensiero, origine, nazionalità, tanto che è festa universale: deve essere, quindi, fatta insieme. Per quanto riguarda lo sciopero del 6 maggio, come ho avuto modo già di dire, è di un solo sindacato, quindi non è generale, ma parziale, cosa che non favorisce il dialogo, ma le distanze. Inoltre, non può non avere un significato politico, vista la vicinanza con le elezioni amministrative.

Lunedì si terrà il referendum tra i lavoratori della ex Bertone a Grugliasco. Che importanza ha questo voto?

L’investimento a Grugliasco è importante, perché dà forza alla prosecuzione del piano Fabbrica Italia, che non è un progetto che si concretizza in un solo giorno, come ingenuamente, o addirittura in malafede, alcuni sostengono. Fabbrica Italia si realizza tessera per tessera dentro un mosaico più ampio, che ne definisce l’immagine complessiva. L’interruzione eventuale del percorso a Grugliasco non mette in difficoltà Mirafiori e Pomigliano, per il semplice fatto che l’azienda sta procedendo a investimenti da cui si attende un ritorno economico. Può, però, mettere in discussione la prosecuzione della collocazione delle varie tessere per arrivare al mosaico finale.

Cosa farete nel caso la maggioranza dei lavoratori di Grugliasco si dovesse esprimere contro il contratto già adottato a Pomigliano e Mirafiori?

Abbiamo detto a Marchionne che, qualora in quell’opificio non si dovesse accettare l’investimento, che richiede relazioni industriali capaci di utilizzare fino in fondo gli impianti, riteniamo sia necessario farlo comunque a Torino o in un altro luogo di produzione della Fiat in Italia, che si presta all’allestimento degli impianti per la costruzione in serie (40.000 vetture l’anno) di un autoveicolo di eccezione, quale è la Maserati. Questa produzione, insieme alla Panda riportata a Pomigliano e ai due Suv Alfa Romeo e Chrysler che saranno prodotti a Mirafiori, sono inoltre la miglior risposta ai detrattori che ripetono che Fiat non ha progetti e modelli.

In un’intervista della scorsa settimana, lei ha detto che, nel caso a Grugliasco passasse il no all’investimento, oltre a evidenziare le responsabilità di chi lo ha permesso, “ce la prenderemmo anche con Fiat”. Cosa voleva dire esattamente?

Mentre alcuni si muovono in modo anti-nazionale, altri (tra cui noi) fanno una battaglia che è onerosa, perché richiede ogni volta un confronto, anche duro. Noi vogliamo che questo investimento venga fatto, per le ragioni dette prima, ma se Grugliasco dovesse dire no, possiamo andare dove i lavoratori hanno già scelto di utilizzare un sistema contrattuale capace di assicurare l’utilizzo pieno degli impianti e (ed è questo l’importante per noi) di garantire lavoro e grandi aumenti salariali, come quelli che abbiamo ottenuto con l’accordo di Pomigliano e Mirafiori. Quindi, se la Fiat dovesse rinunciare all’investimento o decidesse di farlo altrove, ma non in Italia, non capiremmo questa scelta, perché gli impianti dove poter investire ci sono già.

La situazione è però forse complicata dal fatto che la Fiom ha presentato un ricorso contro la newco di Pomigliano: una scelta che mette a rischio il proseguo di Fabbrica Italia.

Iniziative di questo tipo non sono a favore del lavoro e dei lavoratori. Sono solo mosse politiche, conservatrici, anti-nazionali, che hanno la mera funzione di compattare la sinistra radicale nel Paese. Cosa assolutamente legittima da parte di chi fa politica, ma illegittima per chi usa la sigla sindacale, perché vuol dire occuparsi di scopi che il sindacato non può perseguire, pena il deterioramento del funzionamento sindacale e danni molto gravi che si possono causare ai lavoratori, come in questo caso specifico.

Recentemente, si è tornati a parlare di “contratto unico”, su cui lei ha già espresso parere contrario. Cosa non le piace di questa proposta?

Non è che sono contrario: sono molto diffidente rispetto a proposte – assolutamente legittime – che giungono da singoli specialisti e che, secondo me, più che facilitare un processo di cambiamento lo trasformano talvolta in confronto ideologico. Queste proposte possono fare bene alla riflessione delle parti sociali, ma dovrebbero essere rivolte a loro, più che direttamente al Parlamento. Sarei contrario nel caso il Parlamento dovesse recepire queste proposte, perché verrebbe a mancare una condizione importante e necessaria: quella per cui è meglio che le parti sociali (imprese e lavoratori) si diano delle norme, perché a quel punto sarebbero davvero calzanti rispetto alle esigenze concrete.

Anche per aiutare l’occupazione giovanile, il Governo si prepara a riformare l’apprendistato. Come valutate l’ipotesi che le Agenzie per il lavoro possano occuparsi della parte formativa?

Non abbiamo nessun problema, anzi siamo d’accordo con l’esigenza di potenziare l’apprendistato come canale privilegiato per il lavoro dei giovani. E riteniamo che si debba utilizzare con molta più forza questo sistema per meglio far funzionare il rapporto tra imprese e giovani in cerca di occupazione e meglio organizzare la formazione mentre le persone lavorano. Il vero modo per favorire l’occupazione dei giovani nel nostro Paese resta comunque quello di fare più buona economia. Non c’è infatti lavoro, soprattutto per chi è più marginalizzato, come giovani, donne e immigrati, se non c’è una buona economia.

Il problema di molti giovani sembra però essere l’ingresso e la permanenza, attraverso contratti stabili, nel mercato del lavoro. Cosa bisogna fare?

La questione è abbastanza complessa. In Italia c’è un dato molto alto sull’uso dei contratti a tempo determinato, non riscontrabile nel resto d’Europa. Secondo me, il lavoro flessibile è un tipo di contratto che si userà sempre di più, in quanto utile per le imprese e anche per i lavoratori, ma occorre pagare di più chi fa un lavoro flessibile o usurante. Oggi, infatti, ci sono sistemi “sfruttati” da alcuni per evadere o per risparmiare su tasse e contributi. Dunque, alzare il salario di chi fa lavori flessibili e pesanti, abbassando al contempo le tasse, è l’unico modo serio per affrontare il problema, perché gli altri sistemi non sembrano orientati a risolverne la causa.

Nelle ultime settimane hanno fatto discutere le dichiarazioni di Emma Marcegaglia sul fatto che le imprese “si sentono sole”. È così? Secondo lei, mancano provvedimenti per la crescita e lo sviluppo?

Da una parte, queste “tempeste” sono spesso solo mediatiche. Dall’altra, bisogna capire cosa significhino certe “accuse”: che non ci sono soldi per le imprese? Tutti sanno che fondi (in generale) non ce ne sono. Il problema vero, però, non è l’assenza di investimenti, ma che oggi si potrebbe lavorare moltissimo per le riforme. Invece, nonostante le belle parole, non succede niente. Insomma, bisogna muoversi su tutti quei versanti che non implicano assolutamente un aggravio per l’erario pubblico, ma che comporterebbero una notevole forza economica in più che potremmo dispiegare. Questo non si fa, spesso, né da parte del governo centrale, né da parte dei governi locali.

Una riforma importante, per cui vi siete spesi molto con la Uil, è quella fiscale. Tuttavia, dopo la costituzione e le prime riunioni dei tavoli tecnici al ministero, tutto sembra essere fermo…

No, anzi è in grande movimento. Sono state costituite le commissioni per stabilire come stanno le cose e non per fare un piccola “cosmesi”, cui noi siamo contrari, perché vogliamo una riforma fiscale integrale. Con la manovra della scorsa primavera abbiamo ottenuto che passassero il redditometro e la tracciabilità dei pagamenti nelle fatture elettroniche. Grazie a questa richiesta si sono recuperati (cosa mai accaduta) ben 25 miliardi di euro di evasione fiscale e contributiva. Tremonti ha poi accolto molte nostre richieste nel Programma nazionale di riforma.

Quali in particolare?

Il ministro, per la prima volta, ha messo nero su bianco, in un documento che verrà consegnato alla Commissione europea, che ci sarà lo spostamento della tassazione dalle persone alle cose, che ci saranno più sostegni per la famiglia, meno tasse sul lavoro e più sulla rendita, meno sugli investimenti e più sul capital gain, meno a ciò che rispetta l’ambiente e più a ciò che inquina. Inoltre, viene indicata la legge delega che noi avevamo richiesto quale strumento per discutere e definire in Parlamento la nuova legge fiscale italiana. È un fatto molto importante, perché il clima di sfiducia di oggi verso le istituzioni dipende in gran parte da un sistema fiscale ingiusto, iniquo e inefficiente. In ogni caso, continueremo a “presidiare” il tema.

In che modo?

Fino al mese scorso la Cisl ha tenuto iniziative in tutta Italia. Insieme alla Uil faremo altre iniziative per sostenere la prosecuzione di questo cammino che potrà portarci definitivamente alla riforma fiscale.

A proposito di Tremonti, il ministro dell’Economia ha ricevuto recentemente delle critiche sul suo operato anche da parte di membri del suo stesso partito e del Governo. Da quanto ha detto poc’anzi, mi sembra di capire che il vostro giudizio sia invece positivo.

Non ci interessano i giochi di palazzo, le dinamiche tra maggioranza e opposizione e all’interno del Governo stesso. A noi interessa avere a che fare con interlocutori attenti e affidabili. Quando lo sono, lo riconosciamo, come abbiamo fatto molte volte con Tremonti. Quando non è così, abbiamo modo di fare le nostre critiche. Non abbiamo nessun motivo che ci porti a fare affermazioni per ragioni politiche, anziché squisitamente contrattuali (in quanto siamo soggetti negoziali).

Guardando all’estero, in Francia si sta pensando di inserire nella manovra di giugno un norma per legare la distribuzione dei dividendi di un’impresa a quella di un premio ai dipendenti (circa mille euro a testa). Cosa ne pensate? In Italia si arriverà mai alla partecipazione dei lavoratori agli utili?

È un tema su cui siamo impegnati tutti i giorni. Rientra nella nostra strategia per la democrazia economica e per la partecipazione. Non siamo, però, favorevoli a una legge dirigista che la imponga a tutti. In qualche azienda abbiamo trovato soluzioni che vanno nella direzione della partecipazione. E riteniamo che lo Stato possa studiare incentivi fiscali affinché le parti trovino il modo di raggiungere accordi per dividersi il frutto del proprio lavoro.

Tornando a quel che dicevo all’inizio, il Primo Maggio sarà una giornata speciale anche per la beatificazione di Giovanni Paolo II, il “Papa operaio”.

Papa Wojtyla ha lasciato un’eredità spirituale importantissima e un’indicazione concreta, per noi sindacalisti, davvero strabiliante. Ha scritto la Laborem Exercens, dove ha spiegato che il sindacato è strumento di promozione della dignità del lavoro e della personalità di ciascuno; ha sostenuto con forza che la partecipazione alla vita d’impresa non è, e non può essere, per l’imprenditore, né per il lavoratore, un mero sistema per procurarsi dei guadagni, ma soprattutto un modo per perseguire il bene comune; ha affermato, addirittura, che la partecipazione alla gestione dell’impresa (che noi della Cisl chiamiamo democrazia economica) ne è elemento di promozione. Il suo è stato un pontificato che ha dato molto alla Dottrina sociale della Chiesa.

In che modo?

Già nei primi anni del suo pontificato aveva visitato davvero tanti posti di lavoro (quando ero un ragazzo l’ho incontrato in un cantiere navale), dando speranza ai lavoratori. Si è poi ricollegato al pensiero sviluppato da Leone XIII nella Rerum Novarum fino a stimolare l’ultima enciclica di Benedetto XVI. Nella Caritas in Veritate, vengono infatti sviluppate e completate le considerazioni di Giovanni Paolo II sul lavoro, visto come occasione per rafforzare la nostra dignità di uomini, per formare la nostra professionalità e, spiega Ratzinger, per concorre al bene comune e al mantenimento del creato.

 

(Lorenzo Torrisi)

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